Intervista: Michela Giudici

Buongiorno a tutti, oggi abbiamo l’onore di ospitare con noi l’attrice Michela Giudici, autrice e interprete de “Annabel – Ballata anoressica per manichini bulli” che ho recensito qualche giorno fa.


Benvenuta Michela sul blog, direi di iniziare proprio da Annabel. 
So che l’avrai già spiegato migliaia di volte ma come è nato lo spettacolo?
- Non ti preoccupare, è una domanda a cui mi piace sempre rispondere: Annabel è nato dalla curiosità di conoscere come si potesse arrivare a delle situazioni così estreme. All’inizio ho iniziato a scrivere delle riflessioni che col tempo ho codificato e affinato in forma di drammaturgia.

Quindi tu non sei stata vittima di queste due situazioni che abbiamo visto nel tuo spettacolo?
- Esatto. Inoltre posso dire che, finché non ho scritto e interpretato Annabel, non ero mai entrata in contatto con situazioni del genere; dopo, in molti si sono avvicinati per mettermi a conoscenza che alcuni dei loro conoscenti, o loro stessi, erano stati vittime/avevano sofferto di.

Parlando di Annabel, sbaglio o hai raccolto molti spunti anche grazie alla pagina facebook dedicata, nata prima, e per, il debutto?
- Non sbagli, la pagina è nata in prossimità del debutto nella la forma studio di 15 minuti, da lì ho iniziato a interagire con le persone che la visitavano per poter arricchire e perfezionare la drammaturgia per la versione completa.
C’è una scena, del “Non sei abbastanza” dove molti dei “Non sei abbastanza – alta, bella, magra ecc…” sono stati suggeriti e proposti proprio grazie a una domanda fatta sulla pagina e sono tutti stati inseriti nello spettacolo.

Sono curioso: hai incontrato persone che hanno sofferto dei problemi da te descritti che hanno visto lo spettacolo? Come hanno reagito?
- Sì, e avevo timore del loro giudizio: avevo paura che mi dicessero che non avevo alcun diritto a portare in scena uno spettacolo simile mentre il mio studio era stato fatto con la massima delicatezza per affrontare l’argomento. Ed è stato splendido quando, alla fine delle varie rappresentazioni, persone sono venute a ringraziarmi per averlo messo in scena.

Come mai la scelta del finale aperto? E quanti effettivamente si accorgono che lo spettacolo finisce realmente?
- Non voglio dare io una risposta, ognuno deve dare la sua. Anche perché questa è solo una giornata della vita di Annabel che rappresenta uno spaccato con qualche reminiscenza.
La storia del finito/non finito è una cosa che avviene in tutte le repliche e le spiegazioni che mi sono state date sono due:
1. Non avevo capito che lo spettacolo fosse finito.
2. Avevo capito che lo spettacolo fosse finito ma ero talmente coinvolto che non volevo spezzare la tensione applaudendo.

Perché il bullismo per i capelli rossi?
- Perché Annabel è inglese e in Inghilterra ce l’hanno con il rutilismo per varie ragioni storiche nonché per le possibili origini irlandesi dei capelli rossi. E ho mantenuto tutto questo nonostante abbia spostato la vicenda in Italia.

Tu porti in scena anche dei momenti “alternativi” di drammaturgia quando invogli lo spettatore a fare qualcosa. Ma ti aspetti che faccia qualcosa o vorresti solo una reazione, anche solo un rifiuto?
- Io mi aspetto una reazione, è proprio quello il mio scopo. Dipende dalle repliche, il momento che ho preferito è stato quando, in una scuola media, gli studenti hanno risposto alla mia richiesta di “aggettivi con la a” e sono andati avanti per qualche minuto a proporne. È stato divertentissimo e leggero. Ad altre domande so che non riceverò mai risposta, tipo quando chiedo come mai Annabel non possa essere felice.

Come mai la scelta di coinvolgere gli spettatori?
- È stata una scelta di regia, lo spettacolo è nato per essere recitato da un gruppo ma pian piano ho capito che in realtà serviva solo lei, Annabel, e il resto lo avrebbe fatto il pubblico. Vicino, presente, soffocante. Con richieste accolte e richieste che cadono nel vuoto proprio come quelle che Annabel stessa ha rivolto ai suoi compagni di classe, amici e conoscenti.

Passando a parlare di Michela, com'è nata la tua passione per il teatro?
- A 6 anni quando, in un villaggio turistico, sono andata in scena per la prima volta. Abbiamo fatto Aladin e dovevo interpretare Jasmine, la mia unica battuta era: “Sì, lo voglio” e l’ho interpretato da allora e per sempre un “sì, lo voglio” al teatro.

I passi successivi?
- Ho frequentato vari corsi, iniziando con Teatri Possibili e con corsi specifici mirati, su quelle che sentivo delle lacune personali, come quello sulla voce con Sandra Zoccolan o l’utilizzo del corpo scenico con il Teatro delle Moire. In più, ovviamente, sono andata in scena il più possibile perché solo con il contatto con il pubblico capisci cosa sia il teatro.

Cos’è per te il teatro?
- Senza di esso non potrei vivere.
Inoltre, credo nel valore sociale del teatro in quanto esso ha un sacco di possibilità di sviscerare tematiche in modo che il messaggio arrivi meglio al pubblico. Dev’esserci qualcosa da dire e questo deve essere capito dallo spettatore sennò è solo autocompiacimento dell’artista, perché il teatro senza il pubblico non esiste.

A cosa stai lavorando ora?
- Sto finendo di lavorare a un nuovo progetto: “Depersonalizzazione – e di come l’amore possa ristabilire la realtà”, è un testo per tre attori ispirato a questo disturbo psicologico. Io non farò parte di questo spettacolo, ho già cercato regista e attori perché voglio vivere questo lavoro proprio come drammaturga, debutterà il 13 maggio come reading alle 21 a IsolaCasaTeatro. La prima vera e propria sarà il 10 luglio alle 19.30 al Teatro Libero. Con questo spettacolo partecipo al concorso Banco di Prova per drammaturghi.

Cosa pensi di quei luoghi di cultura, piccoli e particolari come lo spazio dove ti ho vista recitare Annabel, il Lato B?
- Per me salveranno il teatro: Peter Brook diceva che il teatro è una persona che fa qualcosa e qualcuno che la guarda. E per me quando hai bisogno di concentrare i tuoi sforzi su luci, scenografie e spazi giganteschi perdi di vista il pubblico e, o hanno un senso registico o è solo puro esibizionismo, ma al teatro serve il contatto umano, il contatto con il pubblico che si può ottenere mille volte meglio in spazi piccoli, ridotti.

Cosa pensi invece del momento storico-culturale in cui viviamo? 
- Credo che siamo in difficoltà, in affanno. Credo ci sia bisogno di una rivoluzione teatrale che non avviene perché i teatranti stessi sono attaccati al passato e le istituzioni non sono assolutamente d’aiuto.

Il pubblico cosa cerca? Spettacoli con tematiche importanti o commedie leggere?
- Il teatro è vissuto come qualcosa di pesante, palloso, dalla maggior parte delle persone. Per questo credo che molti spettatori cerchino la commedia brillante, quasi uno spettacolo televisivo, potremmo chiamarlo il teatro panettone, piuttosto che lo spettacolo impegnato.

Come attori e come spettatori cosa si potrebbe fare per portare il teatro a portata di tutti?
- Forse dovremmo adattarci al discorso comunicativo attuale. Più che altro il teatro viene visto come arte e l’arte non si può sponsorizzare come, per dire, “Il trono di spade”. Però devi attirare gente, fare soldi, ma hai la remora a sponsorizzarlo come prodotto da mass market.

Il tuo prossimo spettacolo da attrice, invece?
- Sono appena stata in scena al Teatro Filodrammatici, il 4-5-6 maggio, con I Birbanti in “La dolce confusione”. Mentre con Atelier Teatro metteremo in scena “Gli uccelli” di Aristofane il 3 giugno a Vimercate e “Le nuvole”, sempre di Aristofane, il 20 maggio ore 20.30 davanti al teatro Barrio’s e il 26 maggio ore 21.00, spazio De Andrè, Via Matteotti – Osnago.

Grazie mille della tua piacevole compagnia Michela
- Grazie mille a te dell’invito e un saluto a tutti!

Alla prossima,

Luca Aratak Morandi

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