La Morte Velata - Capitolo 11 - Valentino Eugeni

Bentrovati lettori!
Eccoci al nuovo capitolo del Romanzo a Puntate di Valentino Eugeni, vi lascio il link al Capitolo 1 se qualcuno non lo avesse letto.
E vi lascio il link alla pagina dell'autore: Valentino Eugeni

Inoltre annuncio che fra una o due settimane ci sarà una novità molto importante... 


NON PERDETELA!


Undici


[Soffio di vapore, ticchettio di orologio.]

“La predisposizione alla sofferenza, ho notato in tutte voi. Forse è il vostro essere donne. Come disse? Tu donna partorirai con dolore. Lo stesso atto di creare la vita vi porta a soffrire, l’atto di morire porta sofferenza. Grazie all’Opera al Bianco ho tutto il tempo di indagare, ma mi servite anche voi per avere la forza di compiere prodigi, mi serve l’Opera al Rosso.”

L’uomo parla tra sé e sé, la sua voce mi è familiare, mi rende nervosa. Non ho paura, anche se non so dove mi trovo, posso quasi dire che mi piaccia stare in ginocchio sul pavimento. C’è anche un’altra persona vicino a me, credo sia una donna, sembra bionda, non riesco a vederla bene. L’uomo indossa una specie di tunica, ha gli occhi azzurri e delle belle mani. Mi ricordo di lui come se lo conoscessi da tempo, vedo lo stesso volto in abiti differenti, in zone differenti. Man mano che ricordo inizio a spaventarmi, come se sapessi che sta per farmi del male.

“In voi che siete una prescelta, anche in voi, vi è la predisposizione al sacrificio, non è vero? Non è questo che vi a condotta da me? E’ una condizione interessante. Compiuta di nuovo l’Opera inizierò degli esperimenti, potrebbero essermi utili.”

[Respiro affannoso. “Basta, ti prego, basta. Non posso più vederle morire.”]

***

Erika entra di corsa nei laboratori del DIE. Le porte a vetri fanno fatica ad aprirsi tanta è la sua furia, e i suoi tacchi picchiettano il pavimento rapidamente. Il traffico, quella mattina, è congestionato e si è ritrovata in ritardo a pochi metri dagli uffici di via Gustavo Rol. Non sopporta l’idea di essere in ritardo e, mentalmente, si appunta di spostare la sveglia almeno mezz’ora prima. Giungono numerose voci dagli uffici, c’è eccitazione, e la sensazione di essere in difetto si fa ancora più forte.
Arrivata all’ufficio del commissario si ferma. Praticamente tutti i colleghi del laboratorio sono accalcati all’ingresso della stanza. Quelli che non riescono a entrare si affacciano alla porta o chiacchierano in capannelli poco distanti. Hanno tutti dei bicchierini di plastica in una mano e un pasticcino nell’altra.

“Su! Branco di sfaticati!” bercia Gregori dal suo ufficio. “Lo Stato non vi paga per ingozzarvi!”
Tra risatine e frecciatine il capannello dei colleghi si disperde permettendo a Erika di accedere all’ufficio. Sulla scrivania, ingombra come di consueto, c’è un grosso vassoio che doveva essere stato pieno di pasticcini colorati, una pila di bicchieri di plastica in una busta, e un paio di bottiglie di spumante. Seduta sulla sedia di sinistra, troppo piccola per lei, Petra Piasecki chiacchiera con il resto della squadra. E’ pallida in volto, cinerea, e delle occhiaie marcate, quasi dei lividi, le appesantiscono gli occhi chiari. Eppure sorride con sincerità. Saluta con la mano, e con un sorriso delle labbra e della testa, i colleghi che tornano ai loro compiti e li ringrazia uno per uno.

“Buongiorno a tutti.” Saluta Erika. “Scusate il ritardo.” Non avendo risposte apprezzabili si rivolge a Petra.
“Petra, giusto? Piacere sono Erika Farnese.”
Petra si alza dalla sedia, le porge una mano con un gran sorriso stampato sul volto. “Piacere mio! Ero così triste per non averti potuto accogliere l’altro giorno. Come ti trovi? I maschioni dell’ufficio ti hanno già importunata?”
“No.” Abbozza un ghigno. “Non ci hanno ancora provato, si vede che sono troppo seria per loro. Tu, piuttosto, come stai?”
“Meglio, meglio. I dottori volevano tenermi ancora incastrata in quel lettino ma io non ce la facevo più.”
“Anche se un po’ di riposo ti avrebbe fatto bene!” Commenta Verri. “Ti pare uno scherzo quello che ti è successo?”
“Da che pulpito.” Lo rimbecca Gregori a mezza bocca. C’è ancora aria di festa nell’aria. Erika prova un breve moto di gelosia per la collega: avrebbe voluto lei stessa un’accoglienza del genere.
Solìs se ne sta in disparte e mangia con lentezza un pasticcino dalla glassatura rosa, reggendolo con gli indici di entrambe le mani.
“Su.” Esclama il commissario. “Abbiamo un lavoro da fare!”
Prende il vassoio con i residui del festino e lo posiziona, in bilico, su una sedia ingombra di scartoffie.
“Non ho idea di quale santo in paradiso ci abbia protetto in questi giorni,” esordisce fissando i suoi colleghi uno per uno da sotto in su. “Ma se non troviamo qualcosa di buono sugli omicidi potete scommetterci che i giornali ci saranno addosso come cani rabbiosi. Purtroppo sono omicidi così eclatanti che la stampa ci ha già messo su gli occhi. Oggi è uscito un articolo su la Stampa e prometteva nuove indagini.”
“Se sono così bravi che vengano a darci una mano.” Soffia Verri già arrabbiato alla sola idea.
Gregori preferisce non commentare ulteriormente. I giornali pasteggiano come avvoltoi su ogni difficoltà, vera o presunta, del DIE. Ne vengono fuori sempre articoli molto gustosi per il pubblico e Gregori già vede gli ‘speciali’ di Rete quattro, le inchieste di Rai Tre e tutti i presentatori, più o meno contriti, intervistare passanti a caso per conoscere la loro inappellabile opinione. 

“Io ho letto i rapporti, ma non sono aggiornata.” Dice Petra in un impeto di entusiasmo. Petra vuole a tutti i costi mettersi al lavoro, le sue lunghe mani non riescono a stare ferme e getta occhiate vivaci sui fogli e nella stanza. Eppure Erika avverte qualcosa sotto la pelle, una sensazione elettrica, che le fa credere che il suo atteggiamento non sia sincero.

“A vantaggio di tutti,” Gregori si frega le mani. “Andiamo con ordine e facciamo un riepilogo di questa ultima settimana. Dal caso Massi cosa abbiamo?”

Verri alza un foglio che ha in mano, lo scorre rapidamente con gli occhi e dice ad alta voce: “Allora, dal punto di vista della sua vita personale non abbiamo connessioni alla malavita, non abbiamo indizi che indichino che la vittima si fosse fatta dei nemici, se escludiamo la sua ex-moglie, o che avesse debiti o altro. La sua ex-moglie non si è mai occupata di stregoneria, nemmeno amatoriale. Idem la sua attuale compagna, se così vogliamo chiamarla, e vicina di casa. Inoltre pare proprio che sia stata la moglie a chiedere il divorzio, e non si sentivano da mesi. Le peculiarità rilevate, invece, sono le seguenti: uno, zona morta,” inizia a contare sulle dita. “Due compostezza del cadavere, e tre la manifestazione manipolativa e di possessione postuma che classificheremo ‘poltergeist’ per comodità. Se siete tutti d’accordo ovviamente.”
“E non c’è altro.” Afferma Gregori, più a se stesso che agli altri.

“Non è esatto.”

Solìs, come al solito, parla dopo essere riuscito a rendersi invisibile, e il resto del gruppo lo guarda dopo un sobbalzo.

“Che vuoi dire?” Sandro si gira sulla sedia con aria di sfida.
“Che non è esatto dire che non c’è altro.”
“Solìs…” Lo rimprovera Gregori come si parla ad un bambino capriccioso.
“Sul muro a est dell’appartamento è comparso un testo cifrato in forma di scalfitture, dopo la manifestazione che abbiamo concordato di definire poltergeist.
Solìs comincia a strofinare la punta delle dita con un tovagliolino.

Verri scuote la testa. “Non è raro che in manifestazioni ad alto impatto compaiano delle alterazioni dell’ambiente, non gli darei molto peso. E poi non è una scrittura.”

“Beh, definirlo testo mi pare un po’ eccessivo, in effetti. Io ho visto solo dei graffi.” Borbotta Gregori. Solìs gli sorride freddo, un gesto molto meno distante e vacuo del solito, e Gregori cambia posizione sulla sedia per prendere in mano le foto stampate che ha sulla scrivania. Le guarda con attenzione.
“Devo concordare con te Sandro, per quanto riguarda il fatto che non sembri affatto un testo.”
Solìs china leggermente la testa da un lato.
“Però...” continua il commissario. “Ci sono delle strane ripetizioni, vedete? Qui, qui sotto e anche da questo lato.” Mostra le foto agli altri e indica con il cappuccio di una biro.

“Sei tu l’esperto in materia.” Dice Verri mettendo le mani avanti. “Ma non so davvero che cosa possa portarci di buono. Pensate che il nostro assassino abbia lasciato una firma?”
“Non lo so nemmeno io.  Ci lavoro a tempo perso, diciamo, giusto per non lasciare niente di intentato. Altre idee?” conclude Gregori abbracciando tutti con lo sguardo. Solìs non replica ma solleva un sopracciglio di sufficienza.

Erika ha ascoltato in silenzio, con le gambe accavallate, e dà un piccolo colpo di tosse: “Nell’appartamento ho provato un semplice incanto di dissoluzione, giusto un tentativo preliminare, per vedere se vi fosse attiva una qualche fattura e ho ottenuto un comportamento molto strano.”
“Sarebbe?” chiede Gregori.
“Un bagliore verdastro, la consunzione immediata del materiale, l’acqua evaporata all’istante. Reazioni molto strane che mi fanno pensare a una qualche influenza esterna, non a un incantesimo diretto.”

“Bagliore verdastro.” Commenta Verri e scambia un’occhiata con Petra che si umetta le labbra e poi dice sottovoce: “Il verde, ricordo il verde.”

“E’ un primo indizio, e cosa proponi di fare quindi?” Gregori tamburella con le dita alternando lo sguardo tra Erika e Petra.

“Un incantesimo di ricerca?” Propone Verri piegando le labbra all’ingiù.

Erika scuote la testa: “Nella migliore delle ipotesi gli incantesimi di ricerca, se si hanno a disposizione oggetti specifici, o parti del corpo della persona da ricercare, hanno un indice di successo del 50-60%. E noi non abbiamo idea nemmeno che la causa della morte sia di origine umana.”

“E allora lasciamo stare. Io inizierei con un’analisi aurale su ampio spettro per capire l’estensione della zona morta…”

“Non ho finito, Sandro.” Erika Farnese stringe gli occhi alzando il mento e attende. Sandro accavalla le gambe e le fa cenno di continuare.

“Vorrei provare, se siete tutti d’accordo ovviamente, un incantesimo di allontanamento.”

“Non ha senso!”  sbotta Verri con un’espressione molto eloquente di disappunto in volto.
“Non mi aspetto che l’incantesimo riesca e scacci via qualcosa, anzi, prevedo che il rituale interferisca con l’energia che ha causato la morte e ci dia qualche indizio, per lo meno, sulla natura dell’agente stesso.”

Verri scuote la testa.

“E’ un rituale piuttosto semplice da compiere sul corpo della vittima, nella peggiore delle ipotesi non darà risultati.”

“O ci porterà fuori strada…” sottolinea Verri con l’indice puntato.

“Provalo!” Ordina il commissario continuando a guardare le foto attraverso i suoi occhiali a mezzaluna. “Prenderemo eventuali risultati con le molle. Andiamo avanti. Sandro hai altro materiale per questo caso?”
“Come dicevo, vorrei fare delle analisi posizionali per determinare se c’è una qualche relazione tra la zona morta e l’ambiente circostante. Se si tratta di un’area che è stata psichicamente attiva o se ci sono delle influenze EUT di qualche genere. Oppure se vi è qualche spostamento di affluenti della Ley line di San Michele.”

Gregori annuisce. “Caso De Tomaso. Solìs?”

L’ispettore sposta il suo sguardo vacuo dallo scaffale dietro al commissario e lo pianta in un punto imprecisato in mezzo alla scrivania: il suo modo di rivolgersi a tutti.
Snocciola a memoria: “Giovanna De Tomaso, 19 anni, residente in località Moncalieri. Stando al referto medico la morte non è stata causata da annegamento, come si è supposto inizialmente. Il cadavere è stato recuperato dal fondo del lago ma la quantità di acqua trovata nei polmoni è stata considerata insufficiente per causare il decesso. Il patologo ne evince che la vittima fosse già deceduta quando immersa nell’acqua. Ha inoltre escluso una qualsiasi malformazione congenita, avvelenamento, o morte violenta. In particolar modo il cuore e gli organi interni non presentano segni di stress. Anche in questo caso, per usare l’efficace espressione di Piasecki: è morta e basta. La testimonianza dell’amante della vittima...”
“Amante?” Fa Petra ridacchiando. “Sono ragazzi.”
Solìs aggrotta un sopracciglio perplesso. “Dalla situazione e dal contesto ho dedotto che si stessero apprestando ad attività sessuali. Però, in effetti, non abbiamo prove circa l’effettivo coinvolgimento. Il dottor Narni ha escluso, in ogni caso, l’accoppiamento.”
Petra alza gli occhi al cielo. “Lascia perdere Kwame, sei un caso disperato.”
Come se niente fosse Solìs continua: “Secondo il testimone oculare la vittima è stata sollevata e prelevata dall’auto chiusa, quest’ultima presenta evidenti segni di manipolazione avendo il tettuccio squarciato dall’interno, e infine immersa nelle acque del lago. Ho usato il termine ‘immersa’ non a caso perché la testimonianza evidenzia proprio il fatto che la vittima non sia caduta in acqua, piuttosto sia stata prima posizionata sul fondo del lago, e poi l’acqua si sia richiusa su di lei.”

Gregori annuisce di nervosismo, la sua fronte è imperlata di sudore. Si porta due dita in mezzo agli occhi per massaggiarli, e li chiude per recuperare i pensieri, è molto stanco, è rigido come se non osasse voltarsi.

“Bene. Se non c’è altro, dobbiamo raccogliere indizi su due fronti: in primo luogo stabilire se vi possa essere qualcuno, nella vita della vittima, sufficientemente abile da scatenare una fattura a morte. Non so perché ma ci credo molto poco, in ogni caso è la procedura standard. Farnese tu ne che pensi?”
Erika si concentra per qualche istante carezzandosi il lobo dell’orecchio. “In effetti potrebbe anche trattarsi di qualche pratica magica non europea, qualcosa tipo il voodoo o il candomblé, ma non ne ho la certezza. Esiste la pratica della Dagida, una pratica di magia nera che utilizza dei simulacri e può essere usata per costringere il corpo del fatturato a muoversi e a reagire ma non conosco casi documentati di manipolazione così potente. In ogni caso lo stregone avrebbe dovuto trovarsi nelle vicinanze. Pensare a uno stregone in grado di manipolare a distanza mi mette i brividi, sinceramente.”

“I ragazzi di quell’età,” commenta Petra. “Sono spesso psichicamente attivi, anche inconsciamente. E dato che c’è stata una manipolazione molto precisa e coerente può darsi si tratti di una azione generata da un intelletto senziente. So che ormai non ha più senso cercare di contattare la vittima, ma potrei comunque provare con la ragazza. Di norma le femmine hanno una connessione più forte con il loro corpo, maggiore ancora se la ragazza ha precedenti di attività psichica. Così potrei escludere o confermare la tesi di Erika.” Petra si affretta ad aggiungere vedendo il volto perplesso della collega. “Non volevo dire che hai sbagliato Erika, era solo una possibilità per escludere una delle due vie.”
Erika la guarda pensierosa. “Non c’è problema Petra, stiamo condividendo idee, no?”

Gregori le fissa per un attimo, apre la bocca come per ribattere ma la richiude. Voleva dire a Petra di non affaticarsi, di non tentare, di stare attenta ma non è suo padre, non ha alcun diritto e, soprattutto, così facendo l’avrebbe definitivamente allontanata dalla squadra.

“Per me va bene.” Annuisce amaramente alla fine. “Però non perderci troppo tempo, se vedi che non conduce da nessuna parte abbandona e dai supporto a Erika, ok?”
Petra gli dedica uno sguardo fugace e un sorriso delle labbra pallide, annuisce a sua volta: ha capito e, in fondo, apprezza l’affetto che il commissario le dedica.

“Giusto per non lasciare nulla di intentato io mi occuperò del giovane Romeo, provo a vedere se ha residui di attività psichica.”

“Devi chiedere l’autorizzazione per una cosa del genere.” Commenta Verri.

Gregori fa un gesto vago con la mano. “Non se uso metodi non invasivi come le carte Zener, o i tarocchi. Una cosa semplice perché non credo che quel tizio abbia poteri.”

Verri annuisce e tutta la squadra attende le parole del commissario.

“Bene. Avete tutti qualcosa da fare.” Fa il commissario alzandosi. Prende il suo giubbetto di pelle e apre la porta a vetri dell’ufficio.
“Buon lavoro a tutti. Io vado a prendermi un caffè, a convincere il direttore che nessuno richiederà le sue dimissioni a breve, e poi mi dedicherò al giovanotto. Ci vediamo più tardi!”
E chiude la porta con energia.

***

Petra si abbassa istintivamente per varcare la doppia porta di metallo che tanto ricorda un mattatoio. L’agente di servizio la saluta con un mezzo sorriso, che si spegne incrociando la verde vacuità di Solìs.
I corridoi degli obitori sono bianchi e angusti, i pavimenti sono ricoperti di uno scadente materiale plastico, facile da pulire ma che fa fischiare le scarpe di gomma. Le porte sono basse e la luce è glaciale. Ogni angolo è illuminato a giorno, non vi sono decorazioni o fronzoli, o mobilia se non più che essenziale.
Il cadavere della povera Giovanna è stato portato alla camera numero quattro, cella numero nove.

Petra cammina un passo avanti a Solìs ma ha un attimo di esitazione, un groppo in gola. Rallenta di poco il passo e si torce le mani. Vorrebbe stringersi e strofinarsi le braccia, ma sa che non è vero freddo quello che sta provando, è paura.

Petra le voleva un gran bene.
Con lei aveva imparato a raccogliere i mirtilli nei boschi intorno casa, a lei sola aveva svelato la ricetta segreta del makowiec, che cuoceva sempre con quel vecchio pentolino sul fuoco, e le confidenze, le risate, il caminetto acceso, i lavori a maglia. Le sue mani, magre ma veloci, le sue vestaglie scure. Aveva tanti ricordi e tutti belli, tutti dolci.

Era una donna semplice che fu seppellita con un cappotto scuro e l’immancabile fazzolettone in testa. Una donna che aveva avuto una vita difficile a causa della guerra, che aveva perso il marito in giovane età, e che aveva allevato una figlia tutta da sola.

Mentre sua nonna moriva, nella stanza accanto, Petra era seduta sul proprio letto. Aveva quindici anni, non era una bambina, ma sentire il respiro sempre più lento, vedere gli occhi perdere la luce, le faceva male, così male da dover fuggire, almeno per un po’. Si sentiva egoista, cattiva, per averle lasciato la mano che stringeva con forza sorprendente, nonostante l’età e la malattia.
Sarebbe ritornata subito, si era ripromessa, solo cinque minuti. C’era comunque sua madre e suo padre, non era sola, appena cinque minuti. Aveva ancora in mente il suo sguardo smarrito, il cuscino bianco ma ingiallito, le coperte un po’ macchiate.
Appena cinque minuti, si disse, ma Petra svenne.

All’improvviso, senza un suono, senza un accenno, la vide: seduta sulla sponda del letto, il volto lungo e rugoso, gli occhi nocciola e i capelli acconciati dietro la nuca color della cenere. Teneva le mani in grembo come al solito, ma era un po’ nervosa perché giocherellava con le dita. Aveva il fazzolettone a fiori in testa, gli occhiali dalla montatura spessa, il sorriso sottile.

“Babcia,” le sussurrò Petra. “Nonnina, stai bene?”
La vecchina annuì, poi i suoi occhi divennero un po’ tristi e umidi ma non troppo, niente di patetico: un piccolo dolore inevitabile. Si portò la mano al cuore e poi la avvicinò al volto di Petra per carezzarlo. Non vi era contatto vero e proprio ma Petra avvertì il calore e vide, alle spalle di sua nonna, l’aprirsi di un vortice, di una spirale oscura. Cercò di avvisarla, di aprire bocca, di gridarle di stare attenta, di fuggire, ma la nonnina le fece cenno di no con la testa.
“Va tutto bene Petra.” Sentì nella sua mente. “Va tutto bene, tesoro.”
E scomparve.

Petra si svegliò all’ospedale, di soprassalto, sbattendo le palpebre alla luce troppo forte. Da quel giorno molte altre volte si sarebbe svegliata in ospedale, molte altre volte avrebbe visto gente trapassata, anime, premonizioni e, per amore di sua nonna, decise a diciotto anni di intraprendere la carriera di sensitiva. I suoi genitori tentarono di dissuaderla in ogni modo, ma Petra era ormai decisa. La verità era che le entità incorporee non la spaventavano affatto: aveva in mente sempre il ricordo di sua nonna, una persona cara, una confidente, un’amica, e credeva che chi è morto non può nuocere, anzi vuole solo lasciare qualcosa di sé nel mondo.

Eppure, adesso, Petra ha paura. Il ricordo del niente, la vertigine dell’aldilà, il gelo infinito, lo sguardo di qualcosa che non dovrebbe esistere, nemmeno nel più tetro e febbricitante degli incubi, la rodeva dal di dentro, come se le angosce e il terrore ancestrale di tutte le creature gridasse all’unisono nelle sue viscere, divorandola dall’interno.

“Tieni.”

La voce di Solìs è, come di consueto, distratta ma è rivolta a lei. Petra si ferma e si gira per guardalo, impiega alcuni secondi per capire, secondi nei quali lo fissa incredula con la testa rivolta verso il basso. Solìs ha in mano un pezzetto di radice, sulla quale è avvolta una corda sottile. Ricorda la zampa di un uccello o un albero in miniatura, e gliela porge con il suo fare eccessivamente delicato.

“Ehm, grazie Kwame. Cos’è?”
“E’ un talismano.” Risponde e già si appresta a proseguire.

Petra lo prende sorridendo con calore, reprime il desiderio di abbracciarlo e si limita ad annuire con forza. Tenendo ben saldo il talismano nel palmo, avanza verso la porta numero 4.

***

“Allora, come vuoi muoverti?” dice Verri seccamente, non appena Solìs e Petra escono dall’ufficio.
Erika tira istintivamente il busto all’indietro, gli occhi scuri di Sandro le si piantano addosso quasi avesse un motivo personale per detestarla. La sua mascella è contratta e siede con le braccia incrociate sul petto. Erika non accetta la sfida: è chiaro che  vuole litigare. Si schiarisce la voce e assume una posa rilassata. Accavalla morbidamente le gambe, e si appoggia allo schienale cigolante della sedia.

“Come ho detto poco fa,” si concede un ghigno di circostanza. “Vorrei tentare l’incantesimo di allontanamento e vedere cosa succede. Mi basta un campione di capelli o di sangue. Se ottengo risultati possiamo approfondire.”

Verri sbuffa: “Beh, in tutto questo casino abbiamo assolutamente necessità di altro materiale ambiguo. Perdonami ma credo tu stia perdendo tempo.”
Erika si sente punta nel vivo. “L’utilizzo di mezzi ultra sensoriali ha sempre una certa percentuale di fallimento, credo tu lo sappia bene. Sono incantesimi non miracoli! Se esistesse un incanto in grado di inviarti l’indirizzo dell’assassino, il mondo sarebbe un posto migliore, non trovi?”

“Sto solo cercando di dire,” Verri scandisce bene le parole, poi si sistema sulla sedia e continua: “Che dovremmo cercare di lavorare su dati certi. Il più possibile oggettivi. Se l’incanto ci desse delle informazioni fraintendibili? Non ci troviamo di fronte a un omicidio con una qualche percentuale di influenza metafisica. Ci troviamo di fronte a una grossa anomalia.”
Erika si costringe alla calma, per quale motivo continua ad aggredirla?
“Bene.” Replica volutamente con lo stesso tono. “Come vuoi muoverti?”
“Serve un rivelamento aurale per differenza. Dobbiamo montare un generatore aurale e raccogliere i dati nel corso del tempo. Così potremo stabilire l’esatta causa dell’anomalia e, da quella, cercare comprenderne l’origine.”

“Ah. E questo sarebbe un metodo sicuro che ci porterà dritti all’assassino? Ammettendo, poi, che un assassino ci sia davvero.” Commenta fra sé e sé. “Una volta scoperto che, ad esempio, l’anomalia deriva dalla morte di duemila topi nelle fogne, avremo subito il nostro colpevole.”

Verri si rigira sulla sedia spazientito. “Niente è certo finché non è dimostrato sperimentalmente! Almeno non si tratta di intuizioni e sensazioni!”

Erika non crede alle sue orecchie. Sbatte le palpebre e lo guarda come se fosse nudo. Dove ha vissuto quell’uomo negli ultimi cento anni? Ovunque le realtà supersensibili sono accettate e dimostrate, eppure lui si accanisce a comportarsi come uno scienziato da fantascienza.

“Mi rendo conto di essere l’ultima arrivata!” sbotta. Le sue guance si colorarono di porpora per una frazione di secondo, poi decide di dire quello che andava detto: “E non voglio assolutamente mettere in dubbio le tue conoscenze professionali. Però anche io sono una professionista, e dato che non abbiamo una linea guida precisa, vorrei provare quello che ho in testa. Quindi, se non ti spiace, io mi occuperò delle mie competenze e tu delle tue. A fine giornata, sempre se per te va bene, metteremo insieme gli eventuali risultati.”

Erika enfatizza la parola ‘eventuali’ con un piglio ironico che non le appartiene. Vedendo le pupille di Verri vibrare di rabbia incalza: “Mi rendo anche conto di essere una donna, e per giunta giovane, e capisco che enorme handicap questo debba essere ai tuoi occhi.”
Sandro si alza di scatto dalla sedia, piegando le labbra come se avesse molto da replicare ma niente che possa essere detto a parole, e guarda l’orologio da polso.
“Ci troviamo qui alle 18.30 per un debriefing. Ora scusami ma vado al magazzino a prendere l’attrezzatura. Buon lavoro.”

Erika annuisce neutra e lo guarda uscire, poi tira un forte sospiro di sfogo e colpisce il bracciolo della sedia: è tutto così dannatamente complicato. Sente i battiti accelerare, la testa farsi leggera, che cosa le è saltato in mente? Ora deve dimostrare a tutti di cosa è capace. Si morde l’interno delle labbra fino a farle sanguinare e si sente subito calma. Inghiotte tutte le sue emozioni, insieme al sapore dolciastro del sangue, e le relega in quell’angolo segreto dal quale la Scatola avrebbe tratto il suo gioco. Ora deve essere davvero, e solo, la dottoressa Farnese.

Esce dall’ufficio e percorre il corridoio in direzione dei “Gabinetti di Recitazione”, sperando di poter fare tutto da sola e di non dover chiedere assistenza o autorizzazione. Dal corridoio principale raggiunge un altro corridoio, un po’ più stretto, protetto da due porte a vetri con il logo del DIE e Separatori in bronzo inciso.

Il dispositivo elettronico all’ingresso accetta la tessera di riconoscimento di Erika con un bip. La porta si apre. Entrata nel corridoio si sente soffocare, una sensazione che conosce molto bene, fin dal primissimo giorno di università, ma alla quale ancora non si è abituata. Ogni volta che l’uomo influenza la Natura, i residui della volontà impregnano luoghi e oggetti. Erika ne sente l’effluvio come una caotica miscela di profumi che toglie il respiro e confonde i sensi.

Regna un silenzio accademico. Le sale sono tutte deserte in quel momento, tutte egualmente spoglie e dipinte di un anonimo grigio cenere: pareti, soffitto, pavimento e le essenziali forniture. Niente deve alterare o influenzare l’incantesimo, né forme, né colori, né materiali.

“Dati sperimentali!” ripete a denti stretti, scuotendo la testa. Nonostante tutti i suoi sforzi è ancora arrabbiata e stranita.

Ogni sala è preceduta da un’anticamera con piccoli armadietti anonimi, dotati di chiave, dove il celebrante può sistemare le proprie cose per non influenzarle. Erika apre un armadietto e vi infila dentro borsa, gli anelli e la collana. Toglie anche gli orecchini e le scarpe. Chiude tutto nell’armadietto ed entra nella saletta. Una porta automatica, praticamente invisibile perché di vetro trasparente, si apre senza  un suono. Oltrepassa la linea gialla sul pavimento, e apre le ante di un armadio squadrato e grigio. Se non fosse per la debole ombra, proiettata sul muro altrettanto cinereo, l’armadio sarebbe anch’esso invisibile. All’interno del mobile vi è una collezione ben ordinata di oggetti, chiamati Coadiuvi. Sono oggetti dalle fogge più diverse e dai materiali più vari: pugnali d’argento, uncini d’oro, pentacoli di rame e ottone, candele nere all’oppio, alla mistura rossa di Venere, bianche di sale e bianche neutre. E ancora coppe di varie misure, ampolline vuote o piene di polvere di rosmarino, lavanda, oli essenziali.  Erika, però, li osserva con un misto di disprezzo e sufficienza, preferirebbe utilizzare la propria attrezzatura personale ma non vuole che questa si inquini utilizzandola nei laboratori. Prende un bacile di rame, candele, acqua purificata, e altri oggetti che sceglie con cura uno per uno. In fine prende dal ripiano una tunica di seta leggera color blu notte. Chiude la porta alle sue spalle, tira le pesanti tende, e si spoglia completamente; mette i vestiti nell’armadietto accuratamente piegati. Poi si tocca con leggerezza il torace, l’addome e i seni, e osserva la punta delle dita: sono pulite. Si siede a terra, le gambe incrociate, e posiziona il bacile nell’incavo. Lo riempie d’acqua, facendola scrosciare dall’alto e vi immerge le mani.

“Haec aqua a corpore impuritates, modo simile plumbeo mutando ad aurum, eluat. Purga mentem. Purga carnem. Purga animum. Ita est.”

E chiude gli occhi lasciando che il buio la pervada completamente. Poi si alza, indossa la tunica, che le scivola addosso piacevolmente, e sposta il bacile.
Accende due candele, una bianca e una nera, accende la candela nera, con lentezza, osservando ogni gesto, ogni dettaglio. Lascia che l’odore pervada la stanza, senza fretta, espandendo la propria volontà, la propria autorità nell’etere. Con la mano sinistra prende una ciocca di capelli della vittima, vi avvolge intorno un cordino nero, una spira alla volta, e la immerge nel bacile d’acqua.

“Solve.” Ordina all’acqua e scioglie il cordino.

Con gesti morbidi e sicuri accende la candela bianca, prende i capelli dall’acqua, vi avvolge intorno un cordino bianco e li immerge nell’acqua.

“Coagula.” Ordina e poi, con le mani alle tempie, si accascia al suolo gridando con tutto il fiato che ha in corpo.


***

Petra tiene le mani sopra il corpo esanime della giovane ragazza. La stanzetta è bianca e ha una piccola anticamera con un vetro dove Solìs si è posizionato, immobile, a osservare. Quel luogo claustrofobico somiglia a una vecchia sala per radiografie.
La ragazza giace su di un tavolo di acciaio e solo i piedi dalle unghie verde acido, e la testa, spuntano dal lenzuolo bianco.
Petra la guarda abbozzando un sorriso materno. Nasconde una lacrima solitaria, fingendo di sistemarsi i capelli, e poi torna a portare le mani sopra alla ragazza. Siede su una poltrona regolabile di finta pelle nera. Rallenta il respiro progressivamente, inspirando dal naso e soffiando via l’aria dalla bocca in un ciclo ipnotico. Chiude gli occhi. Sente le barriere della realtà ondeggiare intorno a lei, e annuisce lentamente. Solìs abbassa le luci della stanza fino a lasciare solo una minuscola luce blu di cortesia.
Petra canticchia nella sua mente una dolce ninna nanna, lo faceva quando era bambina, e vedeva le luci misteriose danzare nella sua camera da letto. Il buio oltre i suoi occhi diventa uno spazio immenso, può intuire delle forme nell’oscurità, alcune distanti in modo inimmaginabile e che brillano come stelle, altre più vicine, fluide, che la sfiorano. Senza perdere la concentrazione tira un sospiro di sollievo: è tutto normale, è tutto tornato normale.

“Giovanna.” Chiama.

La sua anima pronuncia quel nome all’oscurità oltre il Velo, non è una vera parola, né un vero nome, ma viaggia fino ai margini di quell’universo irraggiungibile; le labbra di Petra si muovono appena. “Giovanna,” Dicono. “Giovanna vieni, vieni da me.”

Le luci infinitamente lontane si muovono piano su orbite complesse, vi regna una pace infinita. Petra sente una parte della sua anima che inizia a dissolversi nel desiderio di rimanere in quell’eterna calma. Nella realtà il suo cuore perde un battito ma Petra non lascia che quel desiderio oscuro diventi volontà.

“Giovanna vieni. Vieni. Voglio parlarti. Non avere paura.”

L’anima di Petra viaggia nel tiepido nulla lasciando che la sua non voce echeggi nelle profondità dell’Altrove.

“Giovanna vieni da me, segui la mia voce.”

Alcune luci si fanno vicine: sono nebbie di un azzurro pallido nelle quali scintillano piccole luci irrequiete.

“Giovanna vieni, vieni. Segui la mia voce, vieni.” continua Petra muovendo appena le labbra.

Le luci la sfiorano. Vede un uomo attendere alla fermata di un autobus, un uomo che ha sempre fretta. Nel suo cuore prova angoscia e rimorso per una vita che non è stata vissuta a pieno. Con gentilezza Petra spinge via quell’animo irrequieto.

“Giovanna segui la mia voce, io ti chiamo, Giovanna.”

Un’altra luce, più fioca e strisciante, le si avvicina. Vede una donna seduta sotto un alto palazzo, ha perso il marito e una figlia. Sente un tagliente senso di sconfitta, la testardaggine di non accettare la realtà. La allontana con fermezza ma cercando di non farle del male. Ogni volta prova il dolore di quelle vite che vogliono essere raccontate, ma lei non può, non ha la forza, di dar corpo a ognuna di esse.

“Giovanna, ti prego, ascolta le mie parole, segui la mia voce.”

L’origine, ora, è distante milioni di anni luce. E’ un punto luminoso, immobile, simile in tutto e per tutto alle altre anime che galleggiano nel cosmo oltre il cosmo. L’eco del richiamo la conduce sempre più lontano, sempre più lontano. Istante dopo istante le luci intorno a lei diventano più numerose, più irrequiete, come venditori in un mercato di spezie e Petra sente ogni cosa.
Auto in corsa, ospedali, volti sorridenti di bambini, i ghiaccioli che si sciolgono al sole, il dondolio di un’amaca appesa in giardino, opera lirica, i giocolieri in mezzo a una strada.

Petra continua a chiamare, serra il suo cuore perché vuole vivere, vuole continuare a vivere, ma il desiderio di galleggiare anch’essa diviene un pensiero fisso. Giovanna non risponde, si concentra su quello, non riesce a raggiungerla, Giovanna non c’è.

Guarda indietro nel cosmo delle anime, la sua origine è un puntino lontanissimo, irraggiungibile, fioco. L’eco l’ha portata molto distante da se stessa e, quando torna a guardare in avanti, vede l’oscurità. Le anime non ci sono più, le luci sono tutte  scomparse. Un punto dinanzi a lei è di un nero indescrivibile, come l’idea primordiale della notte, del grembo materno, e vortica, lento e inesorabile, ingoiando ogni vita, spegnendo ogni luce. Petra è attirata nel vortice. Inizia a soffrire come se la sua pelle andasse a fuoco. Sulla sedia Petra respira forte, e suda, i capelli biondi le si appiccicano sulla fronte, serra la mascella con forza disumana, le mani artigliano il corpo di Giovanna.

Le anime che l’hanno seguita scivolano per un tempo infinito verso il vortice, attratte senza speranza verso il buio primordiale.
Petra le sente gridare, sente la disperazione infinita, vorrebbe gridare, svegliarsi, tornare alla realtà, ma non ci riesce. Ora ha paura, terrore vero, ma ormai è troppo lontana. Inizia ad annaspare nel tentativo di tornare indietro, di contrastare il vortice che la attrae, ma più si agita più la sua forza viene meno.

“Svegliati, svegliati!” Si dice. “Sei viva! Svegliati!”

La coscienza di qualcosa che la fissa, ben oltre l’oscurità, le afferra il cuore e lo stringe facendolo fermare. Petra diviene pallida e rigida sulla sedia. Poi, nel cosmo delle anime, si leva un grido acuto come il richiamo di un falco. Si sente presa da artigli feroci che la strappano dal buio, dalla morsa che le schiaccia il cuore, e la trascinano via. Petra sente la sua anima dilaniata, lacerata.

 Apre gli occhi, grida, piange. Le luci della stanzetta sono accese, vede il neon sul soffitto, ne rimane abbagliata. Scorge, fugacemente, l’ispettore Solìs, nascondere le mani sotto le maniche. Poi solo rumori di passi, voci confuse, qualcuno che la solleva.




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