La Morte Velata - Capitolo 9 - Valentino Eugeni

Bentrovati lettori!
Eccoci al nuovo capitolo del Romanzo a Puntate di Valentino Eugeni, vi lascio il link al Capitolo 1 se qualcuno non lo avesse letto.
E vi lascio il link alla pagina dell'autore: Valentino Eugeni
La Morte Velata, Capitolo 9


[Piedi nudi sul pavimento, pioggia, tonfo]

Apro gli occhi, sento la testa leggera come se avessi bevuto. Ho dei ricordi confusi e sovrapposti: una festa, un ballo, musica, del liquore. Ricordo anche uno spazio nero, vuoto, un’eternità di attesa. Ricordo rabbia, tanta rabbia.
Vedo delle pareti intorno a me, sembrano distanti, strane, anche se appaiono come mura di mattoni. Vi sono delle coppe di ferro che gettano fumo, sento l’odore del rosmarino.

La sua voce mi arriva da dietro, non riesco a voltarmi, mi ricordo di lui in maniera strana, come se lo vedessi da tanti punti di vista differenti. Vedo con la coda dell’occhio un corpo di donna di fianco a me sul pavimento bianco e nero.

“La vostra potenza è infinita, immortalità vera, nel tempo e nello spazio. Più vi disperdete, più tornate, ma non è un problema per chi sa attendere, non è vero? Io colgo i segni del vostro arrivo e sono preparato. Ora che il cielo è divenuto grigio, ora che i mondi sono vicini, la Soglia è sottile, è facile per me sentirvi arrivare e preparare per voi dei vasi adeguati a contenervi.”

Sento una lama gelida sul collo…

[Piedi nudi sul pavimento, pioggia, porta a vetri, parole confuse: il cielo, oh, il cielo]

***
L’interrogatorio degli inquilini si svolge senza che emergano altri particolari degni di nota: nessuno ha contatti al di fuori della buona creanza con il signor Massi, nessuno ha idea del perché sia morto. Erika rivolge praticamente le stesse domande a tutti gli abitanti del piano ricevendo risposte molto simili. Solìs non si degna di spiccicare parola, non saluta nemmeno, mostra solo il tesserino e lascia che Erika ripeta la stessa litania ogni volta. Lo detesta. Nessun problema, nemmeno alle riunioni di condominio: pagava regolarmente i conti, non riceveva gente strana, lavorava come assicuratore, non aveva orari sospetti. A parte i pettegolezzi circa la sua relazione con la dirimpettaia, non c’è niente di niente su di lui. L’ex-moglie si è trasferita, dicono, da un anno circa, non sanno dove. C’è chi dice in Perù, chi in Sudafrica, chi in Australia.

Tornano all’auto. L’ispettore Solìs si chiude nel suo atteggiamento indifferente: lo sguardo fisso alla strada, la schiena che non tocca il sedile. Erika non riesce a togliersi dalla testa i volti, le espressioni, la diffidenza degli inquilini. I loro sguardi insicuri, ognuno con qualcosa da nascondere, uno scheletro nell’armadio, il timore che la polizia li scopra o sospetti. 
Si mette alla guida con una sordida sensazione di squallore. Possibile che nessuno ha il coraggio di guardare la giustizia negli occhi? C’è stato un omicidio! Erika non ha dubbi su questo, eppure gli inquilini riescono solo a pensare a loro stessi, a chiudere le porticine e lasciare il mondo fuori. 
Scende il silenzio. E’ sera ormai, e le ombre indefinite dei passanti si delineano appena alla luce fredda dei lampioni. La pioggia scende silenziosa, obliqua, illuminata dai fari e dalle luci delle finestre. Le gocce sono piccoli cristalli, è quasi bella a vedersi. 

La città rifugge il buio. Tutto è illuminato, tutto è acceso. Perfino nei vicoli più stretti, quelli in cui, al massimo, si può trovare un bidone dell’immondizia e qualche gatto randagio, è stato installato un faretto, un lampioncino. Hanno tutti terrore dell’oscurità, hanno tutti paura di ciò che potrebbero vedere. Di tanto in tanto, viaggiando in auto, si carpisce qualcosa con la coda dell’occhio: una figura evanescente, una luce color argento, una mano, una bocca che grida. Tutti fanno del loro meglio per non vederli e fissano, dopo il tramonto, la linea di mezzeria, gli stop della macchina davanti. 

Un trillo insolito scoppia nell’abitacolo della Punto e Erika sobbalza cacciando un gridolino acuto. Solìs guarda in direzione della tasca del tailleur di Erika. 

“Mi ha fatto prendere un colpo!” Esclama Erika. Infila in tasca una mano cercando di trovare il cellulare di servizio. Armeggia pericolosamente, cercando di infilare l’auricolare. Imprecando, lancia a terra l’auricolare e piega la testa contro la spalla per cercare di rispondere. Solìs la osserva con un sopracciglio alzato, non dice una parola. 

“Pronto?”
“Sono Gregori.”
“Sì. Stiamo tornando commissario.”
“Bene. Abbiamo finito di interrogare la De Santis, la presunta amante del morto. Non c’è niente di ché su di lei. Non ha precedenti e pare che la storia con la vittima stesse anche procedendo bene. Era un po’ reticente sulle prime, essendo nel periodo di separazione dal marito, non voleva che si sapesse della relazione con il Massi. Non si occupa di stregoneria, nemmeno amatoriale, e non credo proprio che si sia rivolta a qualche professionista.”

“Del resto,” commenta Erika. “Quello che ho visto non mi sembra per niente una fattura a morte, o un incanto di manipolazione. A giudicare da ciò che è apparso sul muro e, l’ispettore Solìs credo sia d’accordo con me, si avvicina di più a un caso di possessione.”
“Perché dite una cosa del genere?” il commissario sbuffa nella cornetta. “Una possessione ci farà solo perdere un sacco di tempo, e ho sentito un mio amico alla stampa, già vogliono aprire un caso e sputtanarci come al solito.”
“Ehm.” Erika scambia un’occhiata inutile con Solìs, che se ne sta tranquillamente a guardare fuori dal finestrino, e continua: “A noi i graffi sulla parete non sembrano affatto casuali. E ho ottenuto una reazione molto strana cercando di recitare un disincanto.”
“E perché nessuno mi ha avvisato di questa cosa?! Vi sembra un dettaglio da poco?” tuona.
“No commissario. E’ che lo abbiano notato solo adesso. O meglio è Solìs che l’ha notato e io concordo. Stavamo tornando proprio per...”
“Va bene! Va bene!” Taglia corto. “Voglio un rapporto qui nel mio ufficio il prima possibile.”
“Scritto?” azzarda Erika.
“Chi se ne frega! Scritto, orale, a disegni! Voglio sapere di cosa si tratta adesso, va bene? E di a Solìs che rispondesse a quel cazzo di cellulare!”

Il commissario sbatte il telefono sul tavolo e Erika sente scoppiare le orecchie, strizza gli occhi e guarda Solìs reprimendo una sequela di insulti. Con aria innocente l’uomo tira fuori dalla tasca interna della giacca un cellulare nero. 

“Oh guarda...” dice.

Quando giungono al laboratorio è già sera; in qualche modo l’atmosfera uggiosa dell’esterno si è  intrufolata anche nel bagliore al neon degli uffici: al DIE non si sa mai se è giorno o notte, eppure una patina grigiastra pare essersi depositata sui volti e sulle cose. Erika è stanca. La sua prima operazione su campo si è conclusa con un nulla di fatto, un collega assurdo, e una sfuriata del suo superiore per qualcosa che, ovviamente, non ha commesso. Sente già nelle orecchie la voce acida di sua madre commentare con un doveroso: ‘io te l'avevo detto!’
Non le racconterà nulla, non è così masochista. 

Solìs la precede di qualche passo lungo i corridoi del laboratorio che si vanno svuotando. Nessuno del personale di servizio gli rivolge la parola, e lui cammina con il suo incedere lento e meccanico. Erika ha un brivido, un brivido di ribrezzo. Passa le mani sulla giacca del tailleur più volte, compulsivamente, finché non si rende conto di ciò che sta facendo e smette con un gesto di stizza, sperando che nessuno l’abbia vista.

Gregori li attende seduto alla sua scrivania con l’aria di chi vorrebbe mettere i piedi sul tavolo ma non trova posto. Quando entrano li saluta con un grugnito e un’alzata del mento.

“Allora? Ti ho chiamato quattro volte Solìs! Che cavolo te lo abbiamo dato a fare un cellulare se non rispondi?”
Solìs si sposta dalla porta quel tanto che basta per far entrare anche Erika, assume un’aria triste e fissa il suo sguardo immobile sul volto da mastino del commissario.

“Sta molto male.” Non chiede, afferma.

Erika si prepara a una sfuriata di Gregori, invece il commissario stringe le labbra e i suoi baffi spioventi tremano.

“Ha avuto un crollo.” Risponde distogliendo lo sguardo da Solìs. “Il dottore ha detto che è normale, che capita ai medium. Dovrebbe tornare al lavoro nei prossimi giorni. Sai com’è fatta, no?”

Solìs gli dedica uno di quei suoi sorrisi ambigui e, per un istante, i suoi occhi assumono un’aria meno fissa, meno vacua. Detto questo Solìs riprende la sua posizione all’angolo. 

“Non stare lì sulla porta!” Sbotta Gregori. “Mettiti seduta. Avevamo detto di tagliare i convenevoli mi pare.”
“Sì. E’ che mi ci devo abituare...”
Gregori accenna una risata ma ha gli occhi stanchi, arrossati. “Allora? Queste scritte? Il tuo disincanto?”

Solìs gli consegna la macchina fotografica, tenendola per il laccetto.  Gregori lo fulmina con lo sguardo e l’ispettore esce dall’ufficio. 

“E’ convinto che io sia il suo maggiordomo!” Sbuffa. “Dimmi dunque.”
“Dopo la manifestazione sul muro sono comparse delle scrostature. Sembrano perfettamente casuali, un’ alterazione fisica dell’ambiente dovuta a qualche tipo di azione EUT, eppure Solìs notava che ci sono dei pattern che si ripetono. Lui ha usato il termine linguaggio.”
Gregori emette un grugnito gutturale, per tutta risposta. 
“E tu che ne pensi?”
“Beh. In effetti i tagli sono regolari, e ci sono delle parti che si somigliano. Potrebbe, per lo meno, darci degli indizi su chi ha effettivamente causato la morte di Massi.”
Il commissario appoggia i gomiti sulla scrivania, e piazza il mento sulle mani. 
“Quando ci sono delle ripetizioni, la criptografia ci insegna, è perché vi è un’azione di tipo volontario che tende a rafforzare gli eventi.”
Erika annuisce. “Inoltre io ho recitato un incanto che serve a spezzare i legami con altre magie, nel caso magari qualcuno avesse incantato le tubature che sono esplose.”
“E cosa hai scoperto? Avevi accennato a delle cose strane.”
Erika non sa bene come esprimere le sue sensazioni e torce le labbra per qualche istante. “Non so come spiegarlo meglio, ma era come se vi fosse una qualche interazione, ma non esattamente un incantesimo o una fattura. Qualcosa di più, non saprei, primordiale.”

“E?”

“E l’incantesimo si è consumato di colpo, avrebbe dovuto bruciare ed estirpare l’eventuale fattura e invece si è estinto. Devo consultare qualche testo, magari ci sono dei precedenti in qualche grimorio antico.”

Gregori annuisce pensieroso e in quel mentre Solìs torna con in mano alcune grandi stampe a colori, facendo molta fatica ad aprire la porta e a far transitare le foto. Spinge la porta con la schiena e caracolla nell’ufficio. 

“Ho fatto evidenziare le parti ripetute.” Dice tornando al suo angolo.

Gregori prende le foto e le posiziona, senza spostare nulla, davanti a sé. Inforca degli occhiali a mezza luna e le ispeziona una per una muovendo la testa da destra a sinistra. 
Nell’ufficio piomba un silenzio pesante: Solìs non spiccica parola e giocherella con le foglie del ficus smorto sopra allo schedario; Gregori scorre le immagini pedissequamente. Erika sente i rumori e le voci dei colleghi che abbandonano l’ufficio, vuole tornare a casa, tirare le somme della giornata, prendere la Scatola...

Il telefono del commissario squilla, distrattamente lo prende e risponde senza distogliere lo sguardo dai fogli che ha davanti. 

“Come?!” sbraita all’improvviso. Poi scatta in piedi quasi rovesciando tutto a terra.
“Dove?” continua con aria rassegnata. “Provvedo subito. Sì, sono ancora in ufficio. Grazie.”
Toglie gli occhiali e li butta sulla scrivania, gira intorno alla sedia di Erika e afferra il giubbotto di pelle dall’appendiabiti.  

“Ne hanno trovato un altro. Andiamo...”

Gregori guida come un pazzo, devono praticamente uscire da Torino, e il commissario sbraita, si attacca al clacson, se la prende con tutto e tutti. Giunto al luogo segnalato, parcheggia sollevando un’onda di fanghiglia e ghiaia. E’ già buio. La tangenziale sud romba a poche centinaia di metri da dove hanno parcheggiato l’auto. La territoriale ha piazzato dei faretti tutto intorno. Scendono. Erika si guarda intorno mentre il commissario punta dritto verso dei colleghi che armeggiano più lontano. E’ una cava di materiale edile che preleva roccia dalle sponde di un lago artificiale e irregolare. Le sponde sono ripide e pericolose, coperte di limo e corta erba malaticcia. Non si vede una stella in cielo, la Cappa nasconde ogni cosa bella del creato. 
Un ampio spazio, solcato da stradine brecciate, funge da parcheggio per i camion della cava, e da ricovero per fugaci incontri in auto. Poco distante un boschetto di pini copre la vista delle grandi macchine gialle, e gli scaloni per la macinazione della pietra, che sbucano come scheletri di dinosauri illuminati da lampade alogene.

Un’ utilitaria scura è parcheggiata con il muso verso il boschetto, il tettuccio completamente squarciato dall’interno e evidenti tracce di trascinamento, come se qualcosa fosse esploso dall’interno e avesse spinto l’auto qualche metro indietro. Un’ambulanza, con i portelloni aperti, lampeggia di blu intenso e alcuni poliziotti armeggiano sulla sponda del laghetto.

Un uomo sulla cinquantina, alto, con i capelli appena imbiancati, elegante, si avvicina al commissario. Si sta togliendo i guanti di gomma con l’aria di chi non fa altro dalla mattina alla sera. Scambia un saluto ruvido con Gregori e poi si rivolge deciso in direzione di Erika. La squadra intensamente, con uno sguardo azzurrissimo e vagamente rapace, e le dedica un sorriso lento che accentua alcune piccole rughe di espressione intorno alle labbra.
“Ragonese. Commissario Ragonese. Molto piacere.”
Erika afferra la sua mano: era calda, grande, e la sua stretta, per quanto decisa, non è eccessiva. Un uomo sicuro di sé e, senza troppi giri di parole, affascinante.

“Piacere. Sono la dottoressa Erika Farnese.”
Stringe la mano di Erika giusto quei pochi istanti in più del necessario, e si rivolse a Gregori con aria sinceramente preoccupata; Gregori se ne sta imbronciato con le mani in tasca. Di tanto in tanto fissa l’acqua come se scorgesse dei dettagli ma non dice niente.

“La vittima si chiama Giovanna Di Tomaso, 25 anni. La sua famiglia è originaria di Campobasso, ma vive a Torino da quando aveva quattro anni. Apparentemente è morta per annegamento ma il dottor Narni ha qualche dubbio, e ci darà risposta solo dopo l’autopsia.”
“Ti devo chiedere che diavolo ci stava facendo quaggiù o mi rispondi direttamente?”
Ragonese sorride. “Non chiedere, non serve. La ragazza era qui, in quella vecchia Uno laggiù, insieme a un ragazzo.”
“E il nostro marpione dove si trova?”
“Sergio! Come se tu non fossi stato giovane.” Rimbecca Ragonese. “Comunque è nell’ambulanza. I militi del pronto soccorso lo stanno visitando: è scosso ma illeso. In pratica a lui non è successo nulla mentre lui sostiene che la ragazza sia stata strappata dall’abitacolo e gettata nel bel mezzo del lago. Una cosa che mette i brividi.”
“Credo che dovremmo parlarci appena possibile. E per il resto?”
“Se volete seguirmi vi mostro la ragazza, poveraccia. Verri è già arrivato e sta aiutando a collezionare indizi.”
Sandro Verri indossa la tuta bianca, esplora la sponda del lago qualche decina di metri più lontano; li saluta con un cenno della mano e Gregori, seccamente, lo invita ad avvicinarsi sventolando un braccio nell’aria umida. 

I sommozzatori, che si stanno togliendo le tute e le bombole, parlottano tra loro ma si zittiscono non appena il commissario Ragonese si avvicina tanto la sua espressione è addolorata.

La ragazza indossa una semplice felpa rosa e dei jeans, le scarpe si sono perse nella caduta, oppure non le aveva addosso, in ogni caso è scalza. Il viso è contratto in una smorfia di orrore: la bocca spalancata a cercare aria, gli occhi nocciola gonfi quasi volessero uscire dalle orbite. Erika trattiene a stento il disgusto. L’odore dell’acqua stantia, il limo che le imbratta i capelli castani, le mani dalle unghie curate rattrappite come rami contorti, le agitano le viscere, vorrebbe fuggire. La pelle ha assunto una tonalità cerulea, da bambola di porcellana, la immagina respirare, muoversi. Immagina la sua lingua gonfia cercare di parlare, schizzare fuori dalle labbra bluastre. 
Cerca di assumere un’aria distante, professionale, ma con scarso successo: la vittima non ha l’irreale compostezza dei cadaveri all’obitorio. E’ reale, è una vita spezzata nella maniera più atroce che può concepire. Respira a fatica, prende grandi boccate d’aria. Il commissario Gregori se ne accorge ma non commenta. E’ impegnato seguire i tratti deformati del volto della vittima con una espressione tra la dolcezza e il dolore che male si addice ai suoi lineamenti da mastino. 

“Vi lascio a fare il vostro lavoro. Se avete bisogno di me sarò qui ancora una mezz’ora.” Dice Ragonese senza entusiasmo. Poi rivolge un’occhiata comprensiva a Erika che è diventata pallida, e se ne va verso i suoi uomini.

Gregori osserva il cadavere con intensità, assume un broncio torvo. Di tanto in tanto emette qualche brontolio tra sé e sé, si passa una mano sui baffi e sulla fronte. Verri li raggiunge trafelato, ha in mano un dispositivo color alluminio, con alcune lancette in movimento, che è collegato a un generatore legato alla cintola. 

“Almeno questo sembra un ambiente normale.” Esordisce. “I rilevamenti aurali sono quasi nominali, anzi un po’ alti a dire la verità, ma potrebbe essere una caratteristica della zona. Non posso montare le antenne in quest’area, però il rilevatore portatile mi dà valori nella norma.”
“Certo,” commenta Gregori distante. “Resta ancora da capire come abbia fatto questa povera disgraziata a volare per trenta metri dentro un lago.”
“Ho visto il ragazzo, laggiù, nell’ambulanza. Ho fatto qualche rilevamento al volo e non mi pare che abbia residui di psicocinesi. Ci vorrebbe Petra.”
Verri pronuncia le ultime parole con la voce che va via via smorzandosi. L’ombra di un ricordo gli passa sul volto incorniciato dal cappuccio bianco. Si volta distrattamente in direzione della sponda per non perdere la sua aria cinica.

“Purtroppo Petra non c’è al momento, e dovremo fare da soli. Idee?” Gregori riesce a distogliere lo sguardo dalla ragazza con estrema fatica, contorce le labbra e stringe gli occhi per essere ancora più burbero del solito. 
“Io non ci vedo gli estremi per un incantesimo di ricerca, l’area è troppo ampia e non so nemmeno bene cosa cercare. Magari si tratta di una Dagida?” Erika si intromette più per distrarsi dalla vista della ragazza, che altro. 
“Una cosa?” fa Verri.
“E’ una specie di bambolina voodoo.” Risponde Gregori con un gesto vago della mano.
“Beh, no. La Dagida è più nostrana, per dire. E’ un incanto di controllo e manipolazione. Oppure potrebbe sempre esserci una fattura a morte dietro, però una fattura di così grande potenza avrebbe un collaterale terribile.”

“Addirittura!” Verri sbuffa.

“Sì. Ogni incantesimo recitato ha un ritorno in energia verso il celebrante. In particolar modo le fatture che causano la morte o danneggiamento o dolore. Si chiama collaterale. Anticamente si chiamava la Regola del Tre, ovvero ogni magia veniva ritorta al mittente moltiplicata per tre volte. Era ovviamente più una superstizione che altro, però il collaterale esiste davvero…”

“Lo so cos’è un collaterale, Erika, lo so.” Verri le da una piccola pacca sulla spalla e si gira per tornare al lago. 

“Cosa stavi dicendo del collaterale?” Gregori è distratto al limite dell’impacciato.

“Sarebbe molto alto, tanto da far rischiare la vita al celebrante stesso. E poi sono pochissimi quelli in grado di eseguire una fattura con una spinta cinetica di queste proporzioni. Non a caso le fatture a morte, di norma, sono amplificazioni di malesseri già esistenti, o di malattie latenti. Preferirei davvero trovarmi davanti a un demonio che a uno stregone così!”

“A proposito, tu che ne pensi Solìs? Solìs?!” il commissario si alza di scatto guardandosi intorno. 
“Eccolo laggiù.” dice Erika indicando l’automobile. 
“Sandro! Vieni.”

Dell’ispettore Solìs sono a malapena visibili le ginocchia: si è seduto nei pressi del boschetto, su di un bidone di metallo, con la sua consueta posa da uccello appollaiato. Fissa un punto lontano al centro del laghetto. Gregori lo raggiunge e gli si piazza davanti con le mani sui fianchi.
“E allora?! Immagino tu abbia un ottimo motivo per startene lì, vero?”
“Non starei qui altrimenti.”
“Puoi metterci a parte dei tuoi insondabili pensieri ispettore? Sarebbe stato carino dare un’occhiata alla vittima, non trovi?”
“No. Credo sia inutile.”
Gregori sa, per esperienza, che sommergerlo di improperi non avrebbe cambiato il suo atteggiamento, così afferra la poca pazienza rimasta e pronuncia un rassegnato: “Perché?”

L’ispettore fa spallucce: “E’ ovvio. Il fatto insolito non è di certo che la ragazza sia annegata, è normale, è fisiologico. Quello che è strano è che sia schizzata fuori da un’auto parcheggiata, senza sfracellarsi sul tettuccio e finendo dentro a un lago.”

Gregori tira fuori un sospiro, più simile a un ringhio che altro, e comincia a sputare ordini: “Farnese! Vai dal ragazzo e interrogalo, dobbiamo sapere esattamente quello che è successo, mi interessa capire se può aver fatto lui qualcosa. Verri! Tu e Solìs analizzate la vettura. Io mi occuperò della vittima. Andiamo! Prima che questa maledetta pioggia cancelli tutto, non abbiamo tutta la notte!”

Gregori si allontana verso la sponda. Quanti anni erano passati? Due? Si dirige verso il corpo: deve di nuovo guardarla in faccia, deve di nuovo esserci. E’ il suo modo di scacciare i fantasmi, di affrontare i propri demoni anche se, in effetti, non ha mai sortito effetto e infatti la vede ancora. Bluastra, i capelli fluttuanti e sporchi, appare tra l’erba sulla sponda del lago, dietro ai sommozzatori, tra la sterpaglia del canneto, sempre al limite della coda dell’occhio ma sempre presente come la colpa.

Sandro osserva Erika occhieggiare nervosa in direzione dell’ambulanza. Ormai gli infermieri hanno terminato i controlli e si intrattengono tra loro lasciando il ragazzo a ciondolare da un piede all’altro. E’ strano che i genitori di quest’ultimo non siano già accorsi urlando e spergiurando sull’innocenza del loro figliolo.

“Beh! Buon lavoro!” Dice Verri. “Cerca di cavarne il massimo prima che arrivino i parenti. Se ha combinato qualcosa non te lo dirà mai davanti a loro.”
“Pensi che sia colpevole?” Chiede continuando a guardarlo da lontano. E’ un ragazzo piuttosto alto, il volto senza mento ma con un antiestetico pizzo color caramello, e capelli un po’ troppo lunghi per la cuffia nera che indossa. Non riesce a tenere ferme le mani e continua a infilarle nelle tasche della felpa, a tirare su il cappuccio, a picchiettare le dita ovunque. 

“Non credo.” Risponde Verri scuotendo tristemente la testa. “Quello che ci manca è un adolescente psicoattivo di questa portata.”
Poi si rivolge all’ispettore ancora seduto: “Mettiamoci al lavoro, su. Solìs? Hai intenzione di darmi una mano o preferisci guardare? Non c’è speranza che ti infili la tuta, giusto?”

Erika rizza il mento per assumere un’aria seria e convinta, in realtà è terrorizzata dal dover condurre un interrogatorio da sola. Perché nessuno la accompagna? Per un attimo pensa di tornare dal commissario e chiedergli assistenza, ma abbandona l’idea immediatamente: che figura avrebbe fatto con i colleghi? E poi di chi deve aver paura? Di un ragazzino?
A grandi passi attraversa lo spiazzo e lascia che il giovane la squadri per bene e capisca subito che, dietro l’aria da bambina e la gonna austera, c’è una donna e un poliziotto.

“Buonasera.” Esordisce. “Sono Erika Farnese del Direttivo Investigativo Esoterico di Torino. Posso rivolgerle qualche domanda?”

La foga con cui Erika si lancia contro il ragazzo lascia gli infermieri dell’ambulanza senza parole. Si erano dati di gomito vedendola arrivare, ma ora si allontanano di poco, continuando a guardare la scena scambiandosi smorfie perplesse. Il ragazzo non sa bene dove puntare lo sguardo e decide di fare il duro, incrocia le braccia sul petto e inclina la testa di lato.
“Io non ho fatto niente!” Esplode. “Voglio chiamare un avvocato!”
Erika cambia tattica, abbassa la voce: “Guarda, nessuno ti sta accusando di niente. C’è il commissario.” Getta un’occhiata all’indietro. “Devo essere professionale altrimenti mi fanno un sacco di storie. Cerchiamo di non partire con il piede sbagliato, va bene? Come ti chiami?”
Le mani del ragazzo si ficcano a forza nelle tasche della felpa e lui riflette per alcuni secondi. 
“Perrone. Mi chiamo Andrew Perrone.”
“Andrew, bel nome, originale.” Il volto di Erika si accende di un sorriso rosso, il suo volto da ragazzina fa breccia nella diffidenza del giovane che sorride a sua volta involontariamente. 
“Facciamo così: chiamami Erika, ma non farti sentire troppo, ok?”
Il ragazzo annuisce, è pallido in volto, il pizzetto a capra vibra. 
“Raccontami quello che è successo.”
“Beh. Eravamo in macchina, i suoi non sanno che è uscita con me! Non te lo devo spiegare, no?”
“No. Direi di no.” Un lampo saetta dietro le pupille nocciola di Erika. “Continua.”
“Beh, stavamo facendo, quando Giovanna, si è fermata. Così, di colpo! Io allora le ho detto: ohi? Che succede? Non ti va più? Guarda che non ci vede nessuno. Io volevo. Vabbè, niente.”
“E poi? Lei si è fermata e basta? Oppure si è immobilizzata? E’ importante, i dettagli sono importanti, cerca di ricordare.”
“Ecco, sì. Si è immobilizzata, sembrava una statua. Io... è successo tutto così in fretta. Il tetto della macchina si è aperto, così!” Il ragazzo è scosso, e muove le mani nell’aria a mimare un’esplosione. 
Erika gli appoggia delicatamente una mano sulla spalla e gli sorride. “Va tutto bene adesso, stai tranquillo. Però devo sapere il più possibile. Te la senti?”
Il ragazzo fa di sì con la testa ma il suo vistoso pomo d’Adamo si muove più volte.
“Quindi il tettuccio si è aperto prima che Giovanna venisse schizzata fuori? Ne sei sicuro?” 
Il ragazzo annuisce ferocemente. “Sì! Ne sono sicurissimo. Prima ho sentito un suono come se qualcosa graffiasse sul tetto e poi si è aperto! Ho preso Giovanna per le spalle, cercavo di tirarla via, capisci? E lei è... è... schizzata via... si è piegata in due per passare dal buco. Credo anche che la macchina sia saltata in aria... o qualcosa del genere.”
Erika sentiva la bocca riarsa, si umetta le labbra.
“E poi? Hai visto qualcosa? Hai sentito qualcosa?”
“No... niente... era tutto silenzioso. Sono uscito di corsa dalla macchina, e ho cercato Giovanna. Non la vedevo, era scomparsa!” Mima con gli occhi e la testa il suo sgomento, cerca ancora una Giovanna che non c’è più.
“Come hai capito che era finita nel lago?”
“Ho visto che cadeva! L’ho vista con la coda dell’occhio, laggiù, è caduta da lassù.” Indica un punto nel cielo. “Fino nel lago.”
“Al centro del lago.” Completa Erika, “E hai sentito un tonfo nell’acqua? Qualche rumore, qualcosa di insolito?”
Andrew rimane perplesso, si guarda intorno come se cercasse delle immagini, e poi si fissa verso il lago. Le sue guance si colorano di rosso. 
“No.” Dice senza forza.
“No? Magari non sei riuscito a sentirlo. Scusa se insisto.”
“No! Non ho sentito lo splash. Ma che cazzo sta succedendo?!” 
Il suo fiato diviene corto. “Non c’è stato il rumore dell’acqua! E non ci sono stati spruzzi, niente! Lei è caduta dall’alto, ma cadeva piano e il lago si è... aperto. C’era un buco nell’acqua, un… un cazzo di vortice, come in un lavandino, capisci?!”
“Che vuol dire? Un gorgo?” Alza involontariamente la voce: “Rispondi! E’ importante!”
“Non lo so... sì, un buco! Si vedeva anche da qui.”
“Un buco? Un buco nell’acqua?!”
“Sì... Sì, cazzo. Un buco nell’acqua grosso come una cisterna! E Giovanna ci è finta dentro! Ma cadeva piano! Cadeva come se fosse attaccata a un paracadute!”

“Agente Farnese?” 
Il commissario Ragonese si avvicina, seguito a pochissima distanza, da una coppia sulla cinquantina; lei una donna imbacuccata in un cappotto scuro stretto in vita, con gli occhi gonfi di apprensione e i capelli castani scarmigliati. Il marito è un uomo traccagnotto che indossa un impermeabile, un ombrello al braccio, e una sorta di coppola grigia. Il suo volto rasato è tirato e immobile, aiuta sua moglie a camminare cingendola per le spalle.

“Sì commissario?” 
“Questi sono i coniugi Perrone. Sono qui per vedere loro figlio.”
“Certo!” Si rivolge più a Ragonese che al ragazzo. “Per ora abbiamo finito. Se ci sarà bisogno di fare un’altra chiacchierata ti chiameremo. Va bene?”
Cerca di apparire materna, ma se avesse potuto lo avrebbe preso per le spalle e scosso per fargli uscire fino all’ultima parola. Si sente frustrata, limitata da tutta quella gente che vuole impedirle di capire, di risolvere qualcosa. 
Il ragazzo annuisce e sua madre gli si fa vicino, quasi saltandogli addosso, toccandogli il volto e le spalle, a sincerarsi che sia tutto intero.

Il signor Perrone tempesta il commissario Ragonese di domande e questi, paziente ed elegante, spiega la questione. Erika non lo ascolta già più, i singhiozzi di sollievo della madre la raggiungono  di striscio; si allontana dall’ambulanza. Vede una madre e un padre scossi ma felici che loro figlio sia sano e salvo, e immagina invece i genitori di Giovanna che si vedono arrivare una volante della polizia, che si sentono dire che loro figlia è morta. Ingoia quei pensieri con rabbia, Erika, le torna il senso di impotenza che le blocca la gola, che la fa sentire sola e inadeguata, vuole andare a casa, vuole dormire. 

Verri discute con dei colleghi per la rimozione del veicolo, ha in mano un paio di sacchetti di plastica con delle cose dentro. Solìs gli è di fianco, una cariatide in giacca gialla, che non si cura delle chiacchiere dei comuni mortali. Gregori arranca dalla sponda scivolosa del lago e, alle sue spalle, i sommozzatori e i colleghi della territoriale stanno sbaraccando. Un sacco nero viene portato via da due uomini. Si potrebbe dire che è la stanchezza, la mancanza di sonno, ma gli occhi del commissario sono cerchiati di rosso.

I quattro si ritrovano al centro dello spiazzo, tra ciuffi d’erba malaticcia e la ghiaia bagnata dalla pioggia. Un lampo squarcia il cielo perennemente plumbeo: quella notte pioverà sul serio.


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Inoltre è presente un'intervista divisa in parti: Parte 1Parte 2Parte 3

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