L'ispirazione - Racconto di Roberto Capocristi

Buon venerdì!
Oggi si torna a pubblicare un racconto/articolo, l'obiettivo era di pubblicarne uno alla settimana per dare più spazio e visibilità agli autori nostrani ma oramai se ne pubblica uno quando ci arriva =D
Però se non fate i timidi, autori, faremo tornare in auge questa rubrica dedicata ai vostri scritti che, ritengo, vi dia più visibilità di una segnalazione. 
Non solo, vi ricordo che siamo aperti anche a ospitare vostri articoli che magari non sapete dove condividere =) 
Oggi ospitiamo Roberto Capocristi, che ha già pubblicato sul nostro blog il racconto "La Scelta"


L'ispirazione



di Roberto Capocristi

L’ispirazione per un libro?
E’ solo una questione di velocità



«Sì, evviva! Potrei scrivere un libro sugli zombie. Saccheggerei migliaia di pagine di letteratura e cinema, tanto cinema. Pensa che il primo film sugli zombie risale addirittura al millenovecento... Aspetta che vado su Google e...»
«Ma risparmiati i polpastrelli! Saccheggeresti soltanto del materiale che altri hanno già saccheggiato. Non faresti che riproporre la solita minestra riscaldata.»
«Sicura?»
«Perbacco. Certo che sono sicura!»
«Quindi gli zombie, no...»
«Che marciscano in pace.»
«...e un poliziesco con l'ispettore, come lo vedi?»
«Intendi il solito ispettore che sta sulle balle a tutto il distretto, fuma come un turco, si attacca alla bottiglia come fosse la tetta di sua madre, ha moglie e figli che si rifiutano di vederlo da anni e quando il caso si arena decide di fare giustizia da sé?»
«Un ispettore tipo quello, ma senza la tetta della madre. Potrebbe farmi scadere la cosa nell'incesto»
«Lascia stare...»
«E perché?»
«Perché è un clichè, che piace per l'amor di Dio, ma è un clichè...»
«Patologo, allora! Un patologo forense che risolve i casi. Io peraltro conosco un patologo forense. Non dico che mi porterebbe in luna di miele all'obitorio, ma qualche dritta sulla professione sua e qualche particolare raccapricciante me lo darebbe. Magari lo invito a cena...»
«Ma ce ne sono a migliaia!»
«Di patologi che risolvono i casi?»
«E chi se no?»

«Ma io gli incollo un vizio...»
«Dopo i libri di Bukowski non esiste più vizio che regga.»
«Un difetto di nascita, allora. Lo faccio dislessico!»
«Esiste già...»
«Un patologo dislessico?»
«Non proprio. E' un ispettore, ma che differenza fa!»
«Posso dire una parolaccia?»
«No!»
«Merda!»
«L'hai detta!»
«Dopo l'ispettore dislessico ne avevo diritto. E se invece virassi sul serial killer?»
«Uhm, un po' sfruttato ma sempre interessante...»
«Lo faccio speciale...Ah, ecco. Senti che idea...E' un serial killer che non sa di esserlo. Voglio dire, dissocia. Sostituisce la sua persona immaginandosi un energumeno che attraversa la provincia desolata con un vecchio furgone...»
«Già fatto...»
«Davvero?»
«Oh yes!»
«Un serial killer senza casa. Uno che si apparta nelle dimore altrui e...»
«Arrivi in ritardo, mio caro...»
«Che gira disarmato e che quando deve uccidere la sua vittima, improvvisa.»
«Già fatto.»
«E chi sarebbe sto genio?»
«Capocristi.»
«Non lo conosco.»
«Dovresti, è bravo...»
«Un serial killer che uccide le vergini!»
«Oddio!»
«Gira mascherato!»
«Bleah!»
«E' un religioso invasato...»
«Ma dai! Ti arrendi?»
«No, maledizione! Scriverò una storia con femmine fatali, malavitosi, vampiri e demoni che si rincorrono allegramente in mezzo ai grattacieli di una metropoli!»
«Dimenticavi i lupi mannari...»
«Non funzionerebbe, vero?»
«Magari sì, se fossimo nel 1948, un po' prima dell'avvento della TV.»
«Macchine infernali, epidemie letali, colpi di stato interplanetari...Un organismo xenomorfo parassitoide extraterreste che da solo stermina l'equipaggio intero di un grosso cargo spaziale...»
«Ma a chi la vuoi dare a bere?»
«Non funziona?»
«Eh no, bello!»
«Fammi pensare. Dovrà venirmi un idea, prima o poi...»
«Ho trovato. Un'enorme biblioteca, piena di libri con su scritti i nomi di tutte le persone vissute e che vivono su questa terra...»
«E con le loro date di nascita e di morte, magari...»
«Eh, magari. Perché stai ridendo? Ah, ho capito, già fatto. Proviamo allora con una storia del bambino che parla con i morti, un cimitero che riporta in vita le salme, una ragazza frustrata con poteri di telecinesi, un'epidemia dove son tutti morti ma quelli della base artica non sanno niente. Una storia con un cadavere conservato in un freezer, una spedizione in Amazzonia che scopre l'albero della vita al centro dell'ecosistema, una società dove si bruciano i libri, un albergo abbandonato fra le montagne, uno che ha un incidente in auto e viene curato da una strana infermiera...Dei giovanotti che si avventurano alla ricerca di un cadavere?»
«Dai, non ti lasciare andare. Devi stare tranquillo e vedrai, ti verrà un'idea. Adesso sei stressato e non caverai niente da quella testolina. Ora è tardi. Devo improvvisare qualcosa da mettere sotto i denti e poi esco. Ho il corso di yoga, sai?»
«E invece io sono triste...»
«Per questa cosa dell'ispirazione? Non ci pensare e vedrai che andrà meglio. Adesso non ti offendere, ma devo proprio andare...»
Quest'oggi la mia amica è stata cinica, più del solito.
La lascio quando è ormai concentrata per individuare in fondo alla dispensa qualcosa che sia pronto in meno di dieci minuti, e in soli cinque giri di cucchiaio.
Sul pianerottolo, con la porta ormai chiusa alle mie spalle, sprofondo nei suoni confusi di un paio di televisori, inconsapevoli messaggeri della medesima bugia. Scelgo di non prendere l'ascensore e affronto i nove piani calpestando dei gradini intonsi. Sembra che, in controtendenza con il resto dello stabile, non siano invecchiati affatto e abbiano conservato in loro un po' dell'essenza di quegli anni, quando le palazzine si sostituivano ai prati con la medesima velocità con cui la notte si alternava al giorno. Mi faccio un'idea di quali pietanze riscaldate siano state preferite per quella sera e mi stupisco che l'inquilino del terzo piano stia intonando una canzone sul sottofondo odoroso di un soffritto.
Fuori la solita strada, che sembra non avere ancora digerito il traffico del pomeriggio. Una teoria di passanti sfida la morte, con la testa china e il volto appena rischiarato dal riflesso opaco del marciapiede. Un paio di ciclisti affronta il verde del semaforo con una tensione sotto pelle che si avverte a distanza. Lui, pedalata quadra e spalle ricurve, punta dritto al controviale dalla parte opposta. Lei lo segue, rannicchiata nervosa nella sua tutina grigia.
Il mendicante all'angolo non se ne è ancora andato e la barbona sotto il palo della luce sembra avere trovato compagnia. L'uomo d'affari arriva minaccioso, mantenendo il centro esatto del marciapiede. La ventiquattr'ore brandita come un ariete e la segretaria al seguito. E' stanca e cammina combattendo con i rigori di una gonna troppo stretta. Ha le ginocchia a X, che convergono ineleganti verso il centro, un tacco alla pericolosa ricerca di un tombino in cui infilarsi e negli occhi la voglia di tornare a casa, e di farlo il prima possibile.
La mamma fa fatica a tenere a bada il bambino capriccioso. Cinque anni, forse sei, ed una cascata di decibel da sfogare nelle orecchie degli sventurati intorno. La donna si scusa con un sorriso senza convinzione, appoggiato sulla faccia come se fosse posticcio.
L'ambulante con le caldarroste potrebbe confezionare ancora una mezza dozzina di sacchetti. Deve essere stato sistematicamente ignorato da tutti i passanti. Lo oltrepasso, percependo netto lo spartiacque fra delusione e rabbia. La ragazza che mi segue, vent'anni portati male e una formula di chimica organica a rimbalzare confusa nel cervello, si ferma davanti alle caldarroste, indugia e se ne va senza averle comprate.
Passo l'edicola con una mummia al suo interno, la vetrina di una cartoleria che non ha più fiducia in se stessa e la polverosa collezione di un antiquario.
Finalmente raggiungo le scale della metro e mi catapulto nell'inferno dell'ora di punta. Il treno ha già bucato l'aria satura della stazione e mi accoglie in un'atmosfera di caldo irreale e puzza di freni.
Nel vagone un reggimento amorfo di esseri umani è attirato dallo schermo del cellulare. Ondeggia, sincronizzato ad ogni movimento e talvolta sente il bisogno di un appiglio. Come sotto la direzione di un maestro d'orchestra una selva di mani si proietta ovunque, alla ricerca del sostegno giusto. L'uomo con gli occhiali di tartaruga sbaglia mira clamorosamente e spettina la vecchina con il cane in braccio. Lo scambio di scuse e convenevoli è condito da un'amalgama di ipocrisia e buone maniere.
La ragazza dall'altra parte della carrozza è metaforicamente nuda.
E' priva del telefono, di un giornale o di un compagno per conversare. Il vetro sporco del finestrino è ostile, e nemmeno riflette l'immagine del suo bel viso.
Ci siamo guardati a lungo ma senza avere trovato il coraggio di parlarci.
Quando la mia fermata si è materializzata troppo presto e all'improvviso, sono sceso con due sole certezze.
La prima è che non avrei mai più rivisto la ragazza della metro.
La seconda è che ho avuto un'idea per un libro.
Sarà ambientato nelle strade della mia città e sarà un horror.



Se volete saperne di più trovate notizie sulla sua pagina facebook: Roberto Capocristi

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