Youth di Paolo Sorrentino: come la prospettiva cambia la realtà


In questi giorni sono stati assegnati i David di Donatello, premio cinematografico italiano assimilabile ai ben più conosciuti premi Oscar statunitensi e, a dispetto delle innumerevoli candidature (ben 14), la nuova opera di Paolo Sorrentino se ne è aggiudicati solamente 2, Miglior Canzone Originale e Miglior Colonna Sonora.
Sia per meriti di altri i film in gara (come il sorprendente Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese) ma soprattutto per una trama molto intimista, credo che questo film non sia stato apprezzato pienamente e come avrebbe meritato. Forse essere una creatura successiva a quel mastodontico progetto che fu La Grande Bellezza ha un po' tagliato le gambe a questa produzione, quando in realtà ha, a modo suo, molto da dire.


Partiamo dal titolo: Youth, ovvero la Giovinezza.
Trattandosi di un'opera i cui protagonisti sono ultra-ottantenni, ovvero Mick Boyle (Harvey Keitel) e Fred Ballinger (Michael Caine), ci si aspetta una storia dove i personaggi, raggiunta ormai un'età piuttosto avanzata, passino le giornate a parlare del passato e a rimpiangere una gioventù ormai sfumata.
Seppur vero in parte in quanto Ballinger, ex direttore d'orchestra la cui gloria risiede ormai nelle opere del passato, si interroga sulla giovinezza quasi personificandola, dandole un sapore agrodolce.
La Giovinezza ci coglie impreparati, quando meno siamo pronti a fronteggiarla o ad assaporarla appieno. Il passato è SEMPRE filtrato con la lente del presente, ciò addolcisce i ricordi più dolci e indurisce quelli più amari, sebbene la nostra mente cerchi di relegarli in uno stanzino buio ai confini della nostra coscienza.
Qui abbiamo il primo cambio di prospettiva in quanto Mick Boyle, regista alla ricerca di un lascito, vede la Giovinezza come parte di un ciclo, il cui Prosecutio è dato dalle nostre azioni e da ciò che proviamo, le nostre emozioni sono ciò che contraddistinguono il nostro essere dal nostro sopravvivere.


Ma se c'è una cosa che sia Boyle che Ballinger non hanno saputo fare è essere padri.
I rispettivi figli, Julian e Lena, ex fidanzati che hanno da poco rotto la loro relazione, dimostrano che i padri non conoscono assolutamente nulla di loro, in quanto hanno passato la vita (e anche la giovinezza) a pensare solo a sé stessi e alle proprie arti, più interessati alla loro eredità artistica e culturale che a quella strettamente personale ed umana. Lena in particolare ha uno sfogo rabbioso verso il padre, che si è "accorto" di lei quando ormai gli anni della sua giovinezza, periodo dove avrebbe avuto maggiormente bisogno della sua presenza, è ormai svanita. La prospettiva di Lena e Julian della giovinezza è quindi di un periodo atroce e difficile, dove il contrasto di 2 padri assenti e mai presenti ha dovuto formare i loro caratteri senza mai trovare un gesto d'affetto (una carezza che Fred le fa mentre dorme a 40 anni è l'apice di tale mancanza) o di conforto.


Sentimento mancante che Mick Boyle cerca di rivolgere verso gli sceneggiatori di quello che nelle sue intenzioni è il "Film-Testamento" della sua carriera, un team di giovani talentuosi che il vecchio regista vede come una sua progenie e che riesce a capire osservandoli con occhio da genitore arrivando alla conclusione che, nell'intento di conseguire azioni da ricordare, non ha fatto altro che dimenticarsi lui stesso di ciò che era importante.


Una prospettiva della giovinezza completamente diversa ci viene data dal personaggio di Jimmy Tree (Paul Dano), un giovane attore Hollywoodiano che viene ricordato unicamente per un suo ruolo in un film da cui vorrebbe volentieri estraniarsi. Jimmy è alla ricerca nell'Hotel svizzero in cui si svolgono le vicende (molto liberamente ispirato a quel Sanatorio di una certa Montagna Incantata) di caratteristiche. Una ricerca di modi di fare, tic, abitudini, parole e persino movimenti abitudinari. Come Boyle gli dirà durante il film: "Quando sai rubare non hai bisogno di talento".
Ecco quindi che il giovane attore, la cui voglia di gloria è incentrata sul suo nuovo ruolo che verrà svelato solo nel finale della pellicola, cerca di portare nella sua Giovinezza quella presa di coscienza, quell'esperienza di vita e quel pizzico di rimorso e rimpianto che serviranno a maturare la sua interpretazione, per cui spera di venire ricordato maggiormente.
Neanche a dirlo, anche il suo personaggio ha ovviamente dei rimandi al tema "Padri e figli", in quanto egli cita la famosa frase di Novalis "io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre", su cui si potrebbe benissimo scrivere un articolo apposito.


Youth è un continuo domandarsi cosa lascerà la generazione precedente a quella nuova, cosa non si può trasmettere solo con del misero DNA.
In conclusione, come diceva Hideo Kojima: "Vivere non vuol dire solo tramandare i geni alle future generazioni. Possiamo lasciare molto di più di noi che il solo DNA. Con le parole, la musica, la letteratura e i film... quello che abbiamo visto, sentito, provato – odio, amore e dolore – queste sono le cose che lascerò io. È per queste cose che vivo. Dobbiamo tramandare agli altri la fiaccola e lasciare che i nostri figli leggano con la sua luce, nella nostra storia. Abbiamo tutta la magia dell'era digitale per farlo"





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