Intervista a Francesco Riva

Buongiorno a tutti!

Venerdì sono andato a vedere uno spettacolo bello e interessante, si trattava di:

DiSlessiA... Dove Sei Albert?” scritto e interpretato da Francesco Riva, giovane attore aresino.

Il monologo verte sulla Dislessia, un disturbo specifico dell'apprendimento in particolare nella lettura e nella decodifica di un testo.


Benvenuto Francesco!





Qual è la tua storia?


Ho iniziato a 7 anni a fare teatro e intorno ai 7-8 mi è stata diagnosticata la dislessia.
Diagnosi arrivata anche grazie a mio fratello più grande, Federico, che presenta una dislessia più marcata della mia e, grazie a me, è arrivata la diagnosi anche a mia madre. Si può dire che in questo caso sia stato un regalo genetico da parte sua.
Ho cominciato a far teatro da quando ero molto piccolo su spinta di mia madre e ha avuto ragione: sul palcoscenico è stato come sentirsi a casa, tutto poteva essere fatto e tutto è realizzabile.
Durante il mio primo corso di teatro sono stato molto fortunato, la mia mentore è stata Francesca Paganini, conduttrice de “l'Albero Azzurro” dei primi anni, da cui si può arguire la sua bravura nel gestire i bambini.
Ho continuato con questi corsi amatoriali sempre con insegnanti e registi molto bravi: ad esempio, il mio regista del liceo era Enzo Biscardi, regista molto professionale e estremamente bravo e, nonostante il corso fosse amatoriale, gli spettacoli avevano un grande valore a livello poetico e personale, ispirandosi lui anche a Calvino.

Io ho avuto una carriera scolastica un po' particolare: infatti essendo dilsessico, discalculico, disgrafico e disprassico, un problema legato al tenere il ritmo, le elementari sono state terribili, e questo mi ha creato lacune enormi in tutte le materie, soprattutto in matematica. Le maestre di matematica e italiano infatti sono state pessime, perché laddove avevo bisogno di più tempo per arrivare alle cose non me lo davano e l'insegnante di sostegno non era abbastanza mentre le normali maestre non mi seguivano e mi lasciavano in un angolo a fare disegni, cosa che mi faceva arrabbiare e indispettire perché era un non volersi impegnare con una persona che richiedeva più impegno. Per fortuna avevo la maestra di storia e geografia, Diana Guella, alla quale devo tutta la mia cultura a livello geografico e storico, una delle insegnanti migliori che abbia mai avuto, infatti aveva un metodo di insegnamento che coinvolgeva molto i bambini, ti faceva portare oggetti stranieri tipici da casa per farti vivere la geografia oppure ti faceva interpretare dei personaggi storici facendoti divertire, è perfino riuscita a far leggere me ad alta voce pretendendo rispetto dai miei compagni di classe.
Questa situazione si è ripetuta anche alle medie ma da un certo punto di vista è stato anche peggio: infatti, i miei compagni hanno incominciato a prendermi in giro, avevo buone insegnanti di sostegno ma solo un'insegnante di italiano comprensiva.
Alla superiori ho scelto il liceo tecnico sperimentale Primo Levi di Bollate caratterizzato da un bienno uguale per tutti dove impari le materie base per qualsiasi indirizzo tu voglia scegliere dopo. Al secondo anno hai l'Area Orientativa Propedeutica dove scegli l'indirizzo che vuoi seguire per i successivi tre anni, la scelta era tra: linguistico, economico, sociale, chimico o biologico. Io, stranamente, ho scelto il linguistico.
Il liceo mi ha dato tantissimo, l'area orientativa mi ha permesso di scegliere al meglio mentre se avessi scelto alle medie sarei stato molto in difficoltà.
Inoltre i primi due anni ho avuto un prof di matematica che era un genio, un Beautiful Mind, una persona estremamente appassionata che insegna pure all'università, il professor Aliprandi, e in un anno è riuscito a farmi prendere 10, prima volta nella mia vita. Mi ha fatto crescere una passione per la matematica incredibile, grazie anche alla sua teatralità e alla sua personalità.
Grazie a lui e al liceo è scattata dentro di me una fame di apprendere tutto ciò che non avevo appreso, tanto che in due anni ero uno dei primi della classe ed ero molto apprezzato dai prof perché chiedevo e approfondivo le cose.
Inoltre, avevo un insegnante di sostegno e dei compiti personalizzati grazie a cui ero valutato in modo idoneo rispetto al mio problema, il mio liceo infatti era una scuola con vari progetti pilota verso la dislessia come il Gruppo Dislessia creato da alcuni insegnanti, una in particolare Paola Marcolini, gruppo dove ci davamo forza l'un l'altro e condividevamo le nostre esperienze, arrivata in quel periodo la legge 170 che descriveva i dislessici.
Il primo anno mi sono scontrato con il bullismo proprio a causa del piano formativo personalizzato, ho risolto la situazione proprio grazie al teatro mostrando l'impegno che ci mettevo e tutta la mia bravura. Sono piaciuto così tanto a tutti quelli che hanno visto lo spettacolo che per tre giorni mi hanno continuato a chiedere autografi, sono rimasti così scioccati dal mio talento che non mi hanno più trattato come prima.



Come sei diventato un attore professionista?


Finito il linguistico ho scelto di fare l'accademia Paolo Grassi di Milano ma non sono stato preso.
A quel punto ho deciso di provare all'EUTHECA (European Union Academy of Theatre and Cinema) a Roma di cui avevo sentito parlare molto bene.
Al terzo e ultimo anno ho fatto un mese di teatro di narrazione dove si racconta una storia che abbia una tematica sociale, c'era chi portava l'omosessualità, chi le famiglie arcobaleno e chi la mafia, io ho scelto la dislessia e il monologo l'ho scritto di getto in una settimana perché avevo un'Urgenza molto forte di raccontare la dislessia. Da qui è scaturita la struttura, l'artisticità e l'impatto che il monologo ha sul pubblico. L'ho scritto raccogliendo esperienze mie, di mio fratello Federico, di miei amici tra cui Dimitri Bonfiglio e di persone con cui ho condiviso questo problema, mi sono ispirato inoltre a “Stelle sulla Terra” per creare questo prodotto artistico, di cui sono molto fiero.



Come mai hai scelto questo titolo?


Il titolo iniziale era “DSA...dove sei Albert?” DSA è l'acronimo di Disturbi Specifici dell'Apprendimento, la categoria di disturbi neurocognitivi di cui fa parte la dislessia. Però ben pochi avrebbero colto il riferimento per cui l'ho trasformato in “DiSlessiA...Dove Sei Albert?” per conferirgli un maggiore impatto sul pubblico.



Prossime repliche del tuo spettacolo?


Avendo iniziato una collaborazione con il Professor Giacomo Stella, neurologo e il più grande conoscitore italiano della dislessia, nonché fondatore di SOS Dislessia, porterò questo monologo in giro per l'Italia per far arrivare a tutti il mio messaggio. Infatti il mio monologo riesce a spiegare molto bene cosa sia la dislessia e il modo in cui ne parlo non è per niente banale. In più sono un attore tendenzialmente ironico e autoironico, e il tema non va trattato con pesantezza.
Devo dire che sono rimasto sorpreso dell'impatto che ha avuto, ero sicuro sarebbe stato bello e sarebbe piaciuto ma non mi aspettavo la standing ovation che mi avete tributato l'altra sera.
Le prossime repliche di “DiSlessiA... Dove Sei Albert” sono:
il 2 Ottobre a Trieste
probabilmente il 15 Ottobre a Napoli
il 23 Ottobre a Firenze
il 4 Novembre a Palermo
il 12-13 Febbraio a Pisa ad una convention internazionale sulla dislessia che attendo con molta trepidazione.
Lo sto anche portando fuori da questo contesto ma sono contento di lavorare con Stella, è un inizio diverso dal solito.



Come pensi sia vista la dislessia dalla maggioranza degli italiani?


Il termine dislessia per assurdo è conosciuto da tutti gli italiani, infatti molti sanno che la dislessia c'entra con il non leggere bene. Però non sanno tutti gli altri correlati legati ai DSA, da questo punto di vista potremmo dire che è un problema conosciuto quasi come l'omosessualità, ovvero che è conosciuto da tutti ma solo a livello superficiale e nessuno sa descrivere cosa sia esattamente.
Anche all'interno della scuola la maggior parte degli insegnanti possono aver fatto dei corsi di aggiornamento ma comunque non sanno come affrontare il problema. Questa mancata conoscenza porta i professori a ignorare i dislessici. Inoltre alcuni insegnanti dichiarano addirittura che non esista la dislessia e l'attribuiscono a una mancanza di impegno, concentrazione e a una non voglia di applicarsi.
La scuola si deve mettere in testa che non esiste un metodo standardizzato per l'insegnamento perché ogni alunno impara in modo diverso, anche i bambini non dislessici solo che loro si adattano meglio.
I dislessici invece si fanno molte domande, si chiedono il perché, ad esempio io mi facevo molte domande sui perché della matematica? E rimanevo deluso perché spesso nell'insegnamento non viene detto il perché delle cose.
Perché una persona viene messa in difficoltà quando magari vorrebbe imparare?
Basta avere il metodo giusto e alcuni strumenti compensativi come calcolatrici, dizionari e mappe concettuali, infatti la maggior parte dei dislessici ha una memoria fotografica e lavora per associazioni di immagini ma quando un dislessico memorizza qualcosa non lo scorda più.
Ad esempio mio padre mi fece imparare i mesi dell'anno in inglese sotto forma di filastrocca e ora per ricordarmeli me la devo canticchiare se no non li ricordo.
Adesso per fortuna ci sono molti più strumenti di un tempo, io quando ero piccolo son dovuto andare a chiedere degli audiolibri nella sezione non-vedenti, adesso la Erikson collabora creando materiale audio per bambini dislessici.



Come si capisce se una persona è dislessica?


I segnali della dislessia sono piuttosto chiari, ci sono pure formulari su internet che ti danno una mano ad individuarla, ad esempio: ricordi i mesi dell'anno e li sapresti dire all'incontrario? Oppure: hai problemi nei calcoli? Fai spesso errori di grammatica?
Sono segnali che un genitore deve riuscire a cogliere, a quel punto si va nei centri specializzati (UONPIA-Unità Operativa di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza) a fare dei test: tra cui il test dell'intelligenza, posso dire che il mio è superiore alla media, per escludere un ritardo mentale globale, e che è facile che i bambini dislessici abbiano un QI superiore, e test specifici per ogni aspetto dei DSA.
Per me i bambini dislessici hanno capacità maggiori perché devono compensare i campi nei quali hanno difficoltà. Nel mio monologo ad esempio il protagonista è un genio nel disegnare, esito di una sorta di compensazione: non si riesce ad esprimere con la scrittura mentre si esprime con le immagini.
Potrei dire che per me questa compensazione c'è e la si trova nelle mie capacità teatrali tramite cui mi esprimo.



Cosa hai portato in scena finora?


La mia carriera teatrale amatoriale è molto lunga, mentre quella da attore professionista posso dire che è incominciata solo da qualche mese, ovvero da quando ho terminato l'accademia. La cosa degna di nota della mia carriera amatoriale è la vincita per due anni consecutivi del premio per teatro amatoriale “Premio Salvatore Barchi: giovane promessa per il teatro” che è un riconoscimento alla personalità artistica oltre che alla bravura, ero molto emozionato perché per me era come una sorta di mini oscar.



Hai in mente di scrivere altri testi?


Io non mi sono mai definito uno scrittore o sceneggiatore, soprattutto guardando alla mia storia passata, però con questo monologo mi sono dovuto ricredere perché di fatto le parole che ho utilizzato e il modo in cui l'ho scritto mi ha portato a pensare che un po' di talento per la scrittura ce lo posso avere.
Mi piacerebbe poter scrivere altri testi ma per ora sono (o sono ancora work in progress) solo sotto forma di idee.



Che obiettivi hai per il prossimo futuro?


Vorrei che il monologo crescesse e diventasse qualcosa di cinematografico perché ha molte potenzialità da questo punto di vista.
Mi auguro anche di fare più esperienze possibili.
Forse rimarrò in associazione con i miei compagni di accademia tornando a collaborare con loro. Ma potrebbe essere un'idea anche fare un'esperienza più personale o in collaborazione con altre persone o compagnie.
Mi piace molto l'essere un professionista indipendente, questo può succedere anche facendo parte di una compagnia e lavorando in collaborazione con gli altri su di un testo, ti senti come se ciò che stai facendo dia qualcosa al mondo. E magari se ci guadagni qualcosa...



Come pensi siano visti gli artisti?


Ecco, in Italia, e questo vorrei che finisse, il mestiere dell'attore viene visto come un qualcosa di secondario. Soprattutto le persone non prendono sul serio me che ho 22 anni perché nell'immaginario collettivo un attore è più grande e maturo. Inoltre non ci è riconosciuta una professionalità se non per chi recita nelle fiction. Un attore è invece una categoria con i suoi diritti e i suoi sindacati.
Molti inoltre non vorrebbero nemmeno pagare per andare a vedere uno spettacolo eppure anche l'arte vive, ma non di aria.
L'arte vive grazie alle altre persone infatti sei tu spettatore che contribuisci alla sua auto iterazione e soprattutto l'arte mantiene viva l'umanità, rievoca il rinascimento che c’è in ognuno di noi, ci ricorda che siamo esseri umani e non automi.
L'arte è fatta in modo che chi è veramente grande come Shakespeare e Dante siano stati attuali nella loro epoca, ma lo siano tuttora.
A questo serve l'arte.
E' importantissimo che gli italiani diano risalto all'arte e alla cultura visto che in Italia c'è il 75% del patrimonio culturale mondiale e soffro da morire quando sento ad esempio che Pompei sta crollando, eppure non c'è nessuno straniero che non voglia venire qua in Italia una volta nella vita. Ma si deve mantenere questa bellezza, non può essere lasciata lì e non possiamo rimanere ad affrontare i problemi con un pensiero retrogrado.



Che consigli daresti a dei giovani appassionati di teatro e di recitazione?


Non dire mai di no a niente, soprattutto quando si incomincia presto.
Imparare a essere sé stessi il più possibile perché un attore non vende solo il suo talento.
Un artista può contare solo sulla sua determinazione e sulla sua unicità determinata dalla sua personalità. Deve riconoscere la bellezza dei suoi pregi e dei suoi difetti e deve accettarli.

Si deve essere molto elastici a questo mondo, aperti al cambiamento, molto informati e acculturati. Perché educazione, cultura e equilibrio sono le basi di un artista. Equilibrio perché un artista trasmette dei messaggi e esattamente come uno strumento musicale produce l’armonia come può un artista trasmettere armonicamente dei mesaggi se non è in pace con sé stesso? Il teatro però allo stesso tempo può riportare equilibrio, pensa alla teatroterapia, il limite tra realtà e verità in scena può essere molto sottile e l'immedesimazione in un personaggio può aiutare le persone in terapia (lo specifico perché non vorrei si pensasse che gli attori facciano terapia durante uno spettacolo) ad affrontare dei problemi in un contesto protetto, il palcoscenico. 



Se l'intervista vi ha incuriosito vi lascio il link alla pagina di Francesco:



Inoltre  nell'intervista Francesco ha nominato alcune associazioni, vi lascio i link per soddisfare la vostra curiosità.

SOS Dislessia: 

Pagina Facebook: SOS Dislessia


Sportello DSA Primo Levi Bollate



Mi auguro che l'intervista e i temi trattati vi siano piaciuti!
Aratak

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