Roh Saelo - Sole Rosso di Grazia Maria Francese - Segnalazione Nuova Uscita

Buongiorno a tutti!
Ecco a voi una nuova segnalazione, si tratta di un romanzo storico, per la precisione


Roh Saelo - Sole Rosso

Di Grazia Maria Francese




Sinossi


Nel 568 d.C. un popolo del nord invade l’Italia al termine di una migrazione durata molti secoli: i Winnili, “quelli che vincono”. Alcuni li chiamano Langbardar. Nel volgere di pochi anni s’impadroniscono di una parte del paese e fondano il loro regno. 
Per destabilizzarli, i Bizantini si sono proposti di eliminare tutti i loro re: Albwin e Cleio sono già stati uccisi in congiure di palazzo. Autharen figlio di Cleio, eletto re nel 584, per evitare la stessa fine si fa proteggere da un corpo scelto, le Lance Spezzate. Tra loro c’è anche una donna: Vanyamond, figlia di un principe dei Winnili e di una latina. Ha dovuto imparare a combattere per difendersi dai soprusi di Mimulf duca di Plumbia. Il suo ruolo è quello di guardia del corpo, e nello stesso tempo di concubina del re: ma negli anni diventa qualcosa di più. Quando Autharen, per motivi politici, deve sposare Theudelinda figlia del re dei Bajuvari, Vanyamond comincia a essere un ostacolo per i duchi che hanno organizzato questo matrimonio. Deve lasciare il re e nascondersi in una valle di montagna. Tornerà ad aiutarlo quando sarà in pericolo: prima durante la spedizione al sud in cui viene fondato il ducato di Benevento, poi quando un’invasione combinata di Franchi e Bizantini minaccia di travolgere il regno. 
Morirà sotto le mura di Ticeno (Pavia) assediata dai nemici: ma i rinforzi che ha portato riusciranno a salvare la città. Autharen sopravvive alla battaglia. Il suo potere si è indebolito, la sua visione delle cose sta cambiando: vuole concedere ai latini più spazio tra la sua gente. Decide di nominare erede Faramond, il maggiore dei figli che ha avuto da Vanyamond. Ereleuwa, duchessa di Tridento e sorella di Theudelinda, decide di intervenire: fa avvelenare il re. Nel regno covano discordie. La ribellione divampa quando Theudelinda, eseguendo i progetti della sorella, sposa il duca Agilulf che diventa così il nuovo re. 
Il seguito al romanzo successivo, la cui vicenda si svolgerà tra l’anno 592 e il 627. 
I personaggi e le vicende di Roh Saehlo rispecchiano abbastanza fedelmente i dati forniti dalle scarsissime fonti storiche di quel periodo: visti però non dalla parte della chiesa di Roma, ma da quella dei Winnili.



Biografia

La mia storia s’intreccia strettamente con quella del romanzo “Roh Saehlo”. Ho incominciato a scriverlo nel 1985: avevo trent’anni. Era un inverno nevoso. Di notte scrivevo, di giorno andavo in giro a visitare i miei pazienti: sono un medico di campagna, allora come adesso. La prima stesura era del tutto diversa da quella attuale, così come io sono diventata una persona molto diversa da
quella che ero allora. Eppure ha trasformato la mia vita. Sull’onda delle emozioni provate scrivendolo ho incominciato a fare Kendo (scherma giapponese): imparare a usare la spada m’intrigava proprio! Da lì mi sono avvicinata alla cultura tradizionale, allo Zen, sono andata in Giappone una ventina di volte, ho imparato discretamente il giapponese… intanto il manoscritto giaceva in un cassetto, del tutto dimenticato.
Due anni fa l’ho ripreso in mano, quasi senza volerlo. Non sono più riuscita a venirne fuori. Le scene si disegnavano da sole. Era come ripercorrere le tracce di un’altra me stessa: quella che ero trent’anni fa, o una molto più remota? Chissà! Nel Buddismo giapponese si parla di uno strato dell’io chiamato “Alayashiki”, che contiene frammenti di ricordi della vita di altri esseri viventi. Può darsi che a forza di praticare Kendo e Zen, stiano affiorando. Alcuni personaggi mi sembra proprio di averli già incontrati, e senza alcun rapporto con la mia vita attuale.
Mi sono documentata molto: rispetto a trent’anni fa è diventato tutto più facile! Materiali che prima bisognava andare a cercare nelle biblioteche, adesso si trovano online. Ma i tratti fondamentali della vicenda non vengono da fonti esterne. Sono frammenti del passato, che in qualche modo mi sono rimasti appiccicati addosso.
Adesso finalmente il libro ha trovato una stesura definitiva, proprio come la mia vita. Ma ci saranno sicuramente nuovi sviluppi: ho cominciato a scrivere il seguito.
Che altro c’è da dire? Ah, sì: sono nata a Novara il 30 luglio 1955. Sono medico di medicina generale. Vivo e lavoro a Fontaneto d’Agogna, provincia di Novara. Non ho scritto questo romanzo allo scopo di venderlo: ma i proventi, se ce ne saranno, andranno a finanziare la costruzione di una piattaforma da sun gazing (luogo dove assorbire con il respiro l’energia del sole nascente) sulle colline di Fontaneto.


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Prefazione al libro:

Questo libro parla dei Langobardi. Sì, avete letto bene: LAngobardi con la “a”. Il computer lo segna come errore, ma si chiamavano proprio così: Langbardar. Chi ce l’ha messo la “o”?  Qualche monaco amanuense che, come il computer, segnava errore: perché in latino si dice longus.
Langbart (Langbardar è il plurale) vuol dire ovviamente “lunga barba”. Le facce che si vedono nelle poche raffigurazioni dell’epoca arrivate fino a noi, non corrispondono al nome: la barba è piuttosto corta. Forse non erano sbarbati come i Bizantini, ma nemmeno villosi come i Sassoni o altri. L’origine del nome è spiegata nel libro: non voglio rovinarvi la lettura.
I Langbardar si identificavano più comunemente col nome di Winnili, “i vincitori”. Nome di buon augurio, come molti dei loro nomi di persona: Albwin, “vincitore fulgente” (latinizzato “Alboino”); Arnefrid, “amico delle aquile”; Liutprand, “spada della nostra gente”; Rotharit, “eroe rosso”, Autharen, “sigillo degli eroi” ecc.
Sia voi che io, quasi sicuramente abbiamo un antenato Langbart. Quando arrivarono in Italia nel 568 d.C, la popolazione di origine latina, celtica o etrusca era decimata: guerre, carestie, pestilenze avevano fatto cinque milioni di vittime. Il DNA dei Winnili, in un paio di generazioni si innestò su quello delle popolazioni locali dando origine a un ibrido che ha resistito fino a oggi.
Di loro si sa ben poco, e stranamente sembra che non interessino a nessuno. Tutti hanno sentito parlare di re Artù: nessuno di re Autharen, una figura straordinaria che ha almeno il pregio di essere esistito veramente (Artù non si sa proprio) e regnava a Pavia! Se si trattasse della psicologia di un individuo, potremmo dire che si è verificata una rimozione.
Chi ha voluto rimuovere i Winnili (non solo dalla memoria, ma fisicamente) è stata la chiesa. Due secoli dopo le vicende raccontate in questo libro, fu il papa a chiamare in Italia Carlo Magno per distruggere il loro regno. A missione compiuta, incoronò Carlo Rex Francorum et Langobardorum nella basilica di Ticeno (Pavia), che era stata la capitale dei vinti. Già che c’era, si fece anche confermare da lui la proprietà di alcune terre che i Winnili in realtà non gli avevano mai ceduto... quel momento segna l’inizio del potere temporale dei papi, e la fine della possibilità di costruire in Italia una vera e propria identità nazionale. Non c’è neanche adesso, dopo quindici secoli.
Gli sconfitti hanno sempre torto. Le saghe dei Winnili sono state dimenticate, le loro usanze sopraffatte o inglobate dalla cultura kristhni. Non ci sono fonti scritte coeve, perché al loro arrivo in Italia non conoscevano la scrittura (a parte l’alfabeto runico, usato per gli incantesimi e i messaggi segreti): tutti i documenti risalgono a periodi successivi, quando si erano già inciviliti (si fa per dire) e convertiti.
I libri che parlano dei Winnili furono scritti da due generi di persone. Primo, i nemici: nel libro Strategikon dell’imperatore bizantino Maurizio, c’è un intero capitolo dedicato ai “popoli dai capelli biondi”.  “Germana ferocitate ferocior”, li definisce lapidariamente Valleio Patercolo: gente ancora più feroce di quanto lo sono di solito i Germani. Ai suoi occhi di romano del 1° secolo d.C., tutti i popoli del nord sono “Germani”: ma di sicuro i Winnili non si consideravano tali! Tacito invece li ammira. “I Langobardi sono pochi, e questo li nobilita: circondati da molte valentissime nazioni se ne difendono non sottomettendosi, ma combattendo” (Germania, 40, 1). Procopio riferisce che un loro contingente di 5500 uomini partecipò alla battaglia di Tagina (luglio 552). Dopo la sconfitta dei Goti, però, il generale Narsete fece riaccompagnare al confine sotto scorta questi scomodi mercenari, la cui ferocia nei confronti della popolazione locale era intollerabile.
Secondo genere, i preti: la Historia Langobardorum scritta nel 787 dal monaco benedettino Paolo figlio di Warnefrid, più noto come Paolo Diacono. Per fortuna è rimasto almeno questo libro, se no sarebbe proprio buio. Ma Paolo scrive quello che pare a lui! I miti dei Winnili, per esempio, li definisce ridiculae fabulae: è chiaro che non li comprende più o li deforma.
Qualche luce in più la gettano gli Editti. Anche questi sono tardivi rispetto alla vicenda raccontata nel libro (che si svolge dal 569 al 591): quello di Rotharit del 643, quello di Grimwald del 668, quello di Liutprand del 713. Ma almeno si riferiscono a usanze antiche: le kwahr (o cawar) che per la prima volta sono messe per iscritto. Fino a quel momento se le tramandavano oralmente personaggi che nel libro ho chiamato kennaman, uomini della memoria.
Ciò che l’editto vieta o punisce, ci dà un’idea di quello che succedeva nella realtà. Uno dei crimini puniti con la morte è astalin: abbandonare i compagni in battaglia. Perfino introdurre delle spie nel proprio territorio (cosa che non si fa per sbaglio) è una colpa che può essere composta pagando al re 900 solidi (cioè una fortuna): astalin non è risarcibile. Nemmeno se l’abbandono avviene per circostanze di forza maggiore… questo la dice lunga sui Winnili.
Più rileggo gli Editti e più mi sembra di vederli. Quella che c’è nel libro ovviamente è l‘immagine che me ne sono fatta io: ma non credo di sbagliarmi tanto. Guerrieri abili e coraggiosi (l’insulto peggiore è arga: vigliacco, ma anche uno che non sa combattere). Indisciplinati, rissosi, avidi, feroci… ma con un forte senso della libertà. Editto di Rotharit articolo 42: “Se qualcuno lega un uomo libero senza un ordine del re e senza motivo, gli paghi una composizione pari a due terzi del valore calcolato come se lo avesse ucciso”.
Non sono solo un popolo di biondi, benché lo Strategikon li definisca così.  Il nucleo originario proviene dall’“isola di Skadanan” (Scandinavia): ma nel corso di una migrazione durata forse dieci secoli si sono incontrati, scontrati, mescolati con altre genti. Come i Wari (Avari) dello stesso ceppo dei Chuni (Unni): capelli neri, occhi a mandorla e carnagione olivastra. Di Wari ne ho messi un bel po’ nel libro (forse anche troppi). Nomi come Baiàn sono chiaramente di origine Wari.
In due anni riescono a conquistare l’Italia del nord per diverse ragioni: una è che i Wari gli hanno insegnato a combattere a cavallo. Da loro hanno imparato a usare stapha e sporuni. Così è più facile controllare il cavallo, farlo galoppare e saltare: diventa possibile alzarsi sulle stapha per lanciare gisil, frecce o gaida, giavellotti. Si può tenere ferma la lancia, gaire, portando nell’impatto tutto il peso del cavallo e del cavaliere.
Non dobbiamo immaginarceli come i cavalieri medioevali. Se portano una cotta d’armi, è leggera e non copre né gambe né braccia. I guerrieri di rango meno elevato non l’hanno proprio: usano corsetti di cuoio con rinforzi in ferro, o anche niente. Il cavallo non ha protezioni. Un’armatura più pesante a scaglie di ferro che copre anche il cavallo, ce l’hanno solo i catafratti. Questa cavalleria pesante, da cui viene l’immagine dei cavalieri medioevali, fu inventata dai Sarmati, un’antica tribù della Persia. Gruppi di Sarmati fanno parte dell’esercito che Albwin porta in Italia.
Poi ci sono i Bolgahran, servi specializzati nel prosciugare le paludi. In Italia svolgono questa funzione che già avevano in Pannonia. Ce n’è bisogno, perché la pianura del fiume Eridano (Po) è un’immenso acquitrino. La loro presenza è attestata da toponimi: Bolgaro, Borgarello, Borgolavezzaro… i Winnili li arruolano nel loro esercito. Non sono razzisti: ammettono chiunque sia capace di combattere. Di certo i servi non partecipano alla gairethinx, assemblea delle lance: ma fanno parte della loro gente e hanno anche dei diritti.
Sui Bolgahran si sa ancora di meno che sui Winnili. Nel sito di alcuni studiosi bulgari ho trovato un’ipotesi sulle vicende del passaggio dal regno di Autharen a quello di Aquo, che è andato molto meno liscio di come lo racconta Paolo Diacono: la disinformazione esisteva già nel 6° secolo... mi sono basata su questa ipotesi per i capitoli 21 e 22. Se il libro avrà un seguito (cosa probabile) i Bolgahran ci saranno anche lì, visto che non li ho fatti fuori negli ultimi capitoli.
I Winnili cominciano a combattere presto. La consegna del prand (spada) che segna l’ingresso nell’età adulta, avviene a 12 anni. In quell’occasione i capelli per la prima volta vengono tagliati nell’acconciatura rituale, con la nuca rasata. Ma le donne, combattono o no?
- No, per gli dei! – brontola Alahis nel capitolo 9. – Soltanto questa qui… ma basta e avanza! – Nelle tombe di donne della gente dei Sarmati sono state trovate spade e lance. In quelle di donne winnile, finora no. Ma quante tombe ci sono ancora sotto terra? Chi va a buttare giù la chiesa di san Giorgio in Montefalcone a Pavia, per scoprire quello che c’è sotto? Non è impossibile che una donna sappia tirare frecce o cavalcare. Perfino il prand, arma maschile per eccellenza, non è necessariamente la spada lunga che richiede molta forza. Dai Romani i Winnili hanno imparato a usare spade più corte e maneggevoli, forse derivate dal gladio di tipo hispaniensis . Nelle tombe si sono trovate lame di lunghezza diversa, da 60 cm. fino a un metro.
L’apprendistato di un guerriero, oltre a esercizi nelle diverse tecniche, comporta anche una parte di formazione dell’animo. Le armi sono la cosa su cui si giura (in seguito sostituita dal Vangelo): se uno giura il falso, nel momento del bisogno la spada si spezzerà, la lancia gli sfuggirà di mano. Perciò non basta essere bravi: bisogna essere sinceri. Gli oggetti cui si affida la propria vita non sono semplici pezzi di ferro.
Nelle epoche più antiche il compito di insegnare a combattere spettava ai berserkir.  Forse erano sacerdoti del culto di Wodan. Lo fa pensare il fatto che andassero sempre in gruppi di dodici uomini (dodici è il numero sacro dei culti odinici). Nel libro li ho chiamati ulfarar, uomini lupo: non sono molto simpatici. All’ingresso in Italia sono già quasi spariti, e gli insegnanti sono i guerrieri di maggiore esperienza.
Che insegnano? Non ci sono tanti modi di fare una cosa: la spada si può usare con una mano o con due, con scudo o senza scudo, ma alla fine la sostanza è quella.  Del resto è molto probabile che gli Yamato (antica tribù giapponese) siano arrivati in Giappone dall’Asia centrale: forse anche loro, come i Wari e i Chuni, erano superstiti dell’impero Juen-juen distrutto nel 552. E’ solo un’ipotesi, ma sostenuta da dati di fatto: ci sono perfino delle affinità linguistiche.
Torniamo ai Winnili. Sono un popolo nomade, abituato a vivere sotto le tende o tutt’al più in capanne quando si fermano a lungo nello stesso posto (a lungo vuol dire dieci o vent’anni). In Italia trovano città, palazzi, chiese e anfiteatri: un po’ devastati (la guerra gotica è finita quindici anni prima) ma ancora in piedi. Essendo un popolo guerriero, tuttavia, non sempre vivono negli stessi posti dei latini. Prediligono i punti strategici, le alture, le fortezze derivate da antichi accampamenti romani.
Che lingua parlano? Una lingua morta, che però ha lasciato tracce profonde nell’italiano. Quando diciamo panca, crepa, falda, guado (loro dicono wado), stiamo parlando winnilo! Ho preferito lasciare in winnilo alcune parole che mi piacevano. Scamàra è più spregiativo di “spia”, fiàndar fa più impressione che “nemici”, fàitha è più crudo che “vendetta”. Una figlia che chiama il padre fàdar è più carina… le espressioni in winnilo o in latino sono scritte in corsivo. Siccome in winnilo non sono rimaste tutte le parole di cui c’era bisogno, alcune le ho prese in prestito dal norreno (il linguaggio dei vichinghi) o dall’antico sassone, che sono piuttosto simili.
L’accento cade di solito sulla prima sillaba. Quando c’è una “h” dopo una vocale, è allungata e accentata: perciò Bolgahr si pronuncia Bolgàar, mahreskalch màareskalch… la “th” si pronuncia come l’inglese “the”, la “sh” è “sc”; “k” equivale all’italiano “ch” mentre la “ch” (Chuni) è aspirata, come in tedesco “ich”. La “y” si pronuncia “iu” con la “u” molto breve (perciò Vanyamond si dice “Vàniuamond”). La “w” si pronuncia “vu”. “Gi” e “ge” si pronunciano ghi e ghe. In coda al libro c’è un glossario per le parole in winnilo e altro.
Le vicende storiche sono riportate in modo abbastanza fedele. Autharen è stato re dei Winnili dal 584 al 590. Storici sono pure Teodorico e tutti i re dei Goti, Albwin, Theudelinda, Ewyn, Mimulf, l’imperatore Maurizio, il maestro di palazzo Paolo. Abba Benedictus è Benedetto da Norcia, morto 20 anni prima dell’arrivo in Italia dei Winnili. Poiché si tratta di un romanzo e non di un libro di storia, mi sono presa la libertà di cambiare alcune cose. Come la data dell’alluvione rovinoso che cambiò il corso di molti fiumi italiani (Po, Adige, Ticino): nel 589 mi dava proprio fastidio… l’ho anticipato di qualche anno. La moglie di Ewyn, in realtà si chiamava Manegunda. Nome troppo brutto per la figura che volevo: quella di una donna raffinata, colta, fin troppo intelligente… l’ho chiamata Ereleuwa. Ho latinizzato in “Cleio” il nome del padre di Autharen, che si chiamava Kleph o Clefi. I personaggi minori, e anche alcuni di quelli più importanti, sono pura invenzione.
Perché ho scritto questo libro? Prima di tutto per far rivivere questi antenati perduti, di cui mi sento figlia. Il nocciolo originale della storia l’avevo scritto nel 1985. Ha avuto un certo impatto sulla mia vita: è sull’onda di queste emozioni che mi è venuta voglia di fare Kendo (scherma giapponese). Poi l’ho dimenticato in un cassetto. Qualche tempo fa mi è venuta la tentazione di riprenderlo in mano… e non sono più riuscita a uscirne! Era come se le scene si disegnassero da sole: dovevo solo trascriverle. Alla fine l’ho riscritto quasi completamente. E’ un mistero come sia riuscita a trovare il tempo, nella mia vita affaccendata.
Tra la stesura originaria e quella attuale ci sono enormi differenze. Un tema che si è sviluppato molto è quello delle streghe e in generale, dei culti pagani. L’Italia del 6° secolo non era ancora del tutto cristiana. Sopravvivevano tradizioni che risalivano all’età del bronzo: come quella delle statue-stele della Lunigiana citate nel capitolo 18. Le wica, streghe o veggenti di ascendenza celtica, c’erano un po’ dappertutto: l’inquisizione kristhni  in seguito le ha distrutte, oscurando completamente ciò che doveva essere una vera e propria via di conoscenza. Un caso particolare è quello delle janara, streghe di Beneventum, addirittura di origine egiziana! Nell’antica Roma il culto di Iside era molto diffuso: a Benevento c’era un tempio dedicato alla dea dall’imperatore Diocleziano. Le colonne sono state riutilizzate per costruire la chiesa di Santa Sofia, patrimonio mondiale dell’Unesco. Sono lì da vedere.
In questo libro si parla molto di guerre e battaglie, ma nella seconda parte ci sono anche delle scene erotiche. Nella prima stesura non ce n’era neppure una: a un certo punto mi è sembrato ipocrita continuare a passarle sotto silenzio. In fin dei conti è una storia d’amore: anzi, è soprattutto questo!
Che cosa fosse l’eros per i Winnili, è difficile immaginarlo. Paolo non ne parla: è un monaco.  Anche gli Editti non sono molto attendibili perché la prima cosa a cambiare, con la conversione al cristianesimo, sono proprio le usanze sessuali e le consuetudini matrimoniali. Comunque negli Editti si parla molto dei diritti di figli legittimi e naturali: il che fa pensare che ce ne fossero un bel po’…
I barbari non sono educande: sarebbe stato stupido dipingerli a tinte troppo romantiche. Secondo me per loro (o almeno per i maschi) il sesso è più che altro un gioco: come la guerra (non gliene importa un fico di morire) o la caccia. I loro corpi sono del tutto vivi: braccia, schiena, gambe… e limyr (termine norreno). Il cristianesimo non li ha ancora contagiati col disprezzo del corpo.
Ciò che nel libro viene chiamato humaman spihl, “gioco di uomo e donna”, di certo é sbilanciato a favore del maschio: ma non è detto che sia sempre andata così. Può darsi che a forza di giocare, la donna a un certo punto diventasse un po’ più importante e non solo una preda. La protagonista di questa storia, poi, è un tipo fuori dalle righe. Di solito le donne sono soggette a mund, vale a dire alla custodia di un uomo libero. Nell’Editto di Rotharit viene proibito che una donna diventi selphmundia, cioè padrona di se stessa: il che vuol dire che ciò si era verificato, magari solo in pochi casi.
Nel corso delle loro migrazioni i Winnili, come altri popoli nomadi, eliminavano una parte dei neonati di sesso femminile o semplicemente li curavano di meno, così ne morivano di più. Nei periodi di guerra, la disparità numerica tra uomini e donne veniva compensata dall’elevata mortalità dei maschi. Nei periodi di pace poteva essere bilanciata con la prolificità delle superstiti, col rapimento di donne delle popolazioni vinte, o con la poliandria. Non praticavano l’incesto, attestato invece tra le usanze dei Chuni.
Spero di non essere caduta nella volgarità, anche se alcune scene sono parecchio audaci. In qualche passaggio mi ha soccorsa Catullo, che ho tradotto riportando a volte il testo latino. Anche Seneca e Ovidio hanno dato una mano. Non so se è verosimile che nella biblioteca di Prisco di Sìrmion ci fossero questi libri: del resto non so nemmeno se il personaggio di Prisco sia verosimile, nel 6° secolo. Spero di sì, perché è simpatico...
Non avevo intenzione di scrivere 22 capitoli, ma è andata così: spero che non vi annoierete (se vi annoiate vuol dire che ho sbagliato tutto). Alcuni personaggi sono saltati fuori proprio all’ultimo, come il nobile Athelstane. Stavo già preparando l’impaginazione, ma si è inserito a forza nella trama e non ha più voluto andarsene. I Sachsi (Sassoni) hanno la testa dura! Gli sono grata, perché mi ha fatto conoscere quel luogo magico che è Castron Cuvachsi.
Alla fine ho inserito delle schede su alcuni luoghi in cui si svolge la vicenda: esistono davvero! Questa non è fantasy: è una passeggiata in un mondo reale. Come viene detto a un certo punto, il tempo può anche scorrere all’indietro. Vagando per le strade di Pavia ci si può trovare a Ticeno. Passando per le Chiuse di San Mihahil si può sentire l’eco di grida... tra i luoghi di questa storia ce ne sono di magnifici: non va a vederli nessuno!
Ringrazio Luca Cristini, il mio editore, che mi ha permesso di usare alcuni suoi disegni e immagini del suo splendido libro sui Longobardi: e sono grata a Enrico Ricciardi, venuto incontro a tutte le mie richieste nella realizzazione dei disegni fatti appositamente per questo libro. Massimo Tullio Delledonne ha elaborato o ritoccato molte immagini e mi ha aperto il suo archivio, dove si trovano fotografie davvero mozzafiato! Usare delle foto come illustrazioni per un romanzo storico, potrà sembrare una scelta strana: ma laghi, fiumi, montagne, luna, sono gli stessi che vedevano gli esseri umani nel 6° secolo. Ringrazio anche Giulia Pasetti e tutte le persone che mi hanno aiutata a raccogliere informazioni, correggere le bozze e visitare i luoghi della storia. Sicuramente ci saranno ancora molti svarioni: non sono una specialista in storia medioevale… se qualcuno più competente di me si vorrà prendere la briga di segnalarmeli, gliene sarò grata. Chiedo soltanto che, prima di censurare certe mie ipotesi, si rifletta sul fatto che di quel periodo si sa proprio poco. La lente di ingrandimento dell’archeologo fornisce dati oggettivi, ma il volo della fantasia schiude orizzonti molto più vasti: e chissà che le sue visioni, qualche volta, non colgano nel segno…
 Ultima annotazione: in qualche personaggio ci sono tracce di persone che ho conosciuto... ma niente più che tracce. Sarebbe un bel guaio se qualcuno fosse scambiato per Ereleuwa, o peggio ancora Autharen! Mi spiace, ma in questa vita non ci siamo incontrati. Nemmeno la protagonista è l’alter ego dell’autrice. Voglio bene a Vanyamond: ma lei è lei, mentre io sono io.
Magari sono stata lei… ma è passato tanto di quel tempo!



Anteprima:

HOBE
LA CORTE

I romani la chiamavano Fons Aunicia, ma la gente della corte dice Funtenéi.  La sorgente è sempre stata lì, in una pozza invasa dal crescione. L’acqua sgorga dal fondo sabbioso: fresca d’estate e misteriosamente tiepida d’inverno, quando emana una tenue nebbiolina. Una volta la gente ci portava fiori, frutti, qualche manciata di chicchi d’orzo in offerta agli spiriti dell’acqua. Adesso il prete l’ha proibito, però qualcuno lo fa ancora di nascosto.
Dalla pozza si forma un ruscello che si fa strada in un groviglio di rovi, alberi ed arbusti.  Ne spunta fuori verso sud e attraversa i prati, allargandosi in pozze e laghetti. A un certo punto s’incanala in una gora scorrendo sempre più rapido: alimenta il vivaio, la vasca, l’abbeveratoio e infine confluisce nel torrente Aconio. Lì c’é la corte. Un muro la circonda e ci sono due porte, a ovest e a est, fornite di cancelli di pali sgrossati. Ma entrambi sono sempre aperti. La strada che viene su dal guado ci passa proprio in mezzo.
Dentro c’é la casa padronale e di fronte la chiesa. Begli edifici, una volta: mura di sassi disposti a lisca di pesce, tenuti insieme con argilla mescolata a frammenti di coccio. Ormai le mura si stanno sgretolando, le travi cedono. Non ci sono più braccia sufficienti, né la capacità di restaurare gli edifici: e il Magister Giustino, poi, figuriamoci se tira fuori un soldo!
Il padre di Gaila, come tutti i contadini, abita in una capanna che si trova nella corte rustica. In primavera quando tornano col gregge, pare sempre tanto piccola! Perché le tane o i nidi degli animali sembrano puliti, e le case degli uomini così sporche? Se lo chiede ogni volta.
A Gaila non piace la corte. Odia il chiuso delle capanne prive di finestre, la puzza dei maiali, i pettegolezzi delle donne. Ci sono altri bambini lì, figli di contadini: però con loro non gioca più. Le tirano dietro manciate di fango e la chiamano bastarda. Una volta ha reagito a sassate: e ha goduto a vederli scappare strillando, con le stupide facce coperte di sangue. Aveva cinque anni. Da allora il nonno ha incominciato a portarsela dietro con il gregge.

                                                                                ∆

E’ il terzo inverno che trascorre col nonno e il suo garzone, un ragazzo tardo di mente che tutti chiamano Pagìn. Ormai conosce bene il percorso. Prima si segue la strada romana verso sud. Poi si guada l’Aconio voltando a est, in direzione di Xunio e Medius Merici; a sud fino alla Mottarella, ancora a est costeggiando la fascia di campi attorno al villaggio di Oletlu. La gente va incontro al gregge per fare degli scambi. Per una pecora si possono avere due forme di pane oppure un’otre di vino, un sacco di legumi secchi… il nonno completa le provviste al mercato di Oletlu prima di scendere nella valle del fiume Tsein: un territorio vasto e selvaggio dove non abita nessuno. Anche d’inverno lì c’é sempre qualche cosa che le pecore possono brucare, ciuffi d’erbe palustri o cortecce nel bosco.
Il guaio sono i lupi! Appena la stagione si fa rigida piombano sul gregge. Il compito della bambina è fare la guardia di notte: tenere acceso il fuoco e in caso di bisogno, svegliare il nonno e Pagìn. All’inizio aveva paura. Le sembrava a volte di vedere qualcuno: una figura silenziosa ai margini della zona illuminata dal fuoco. Dopo un po’ non ci ha fatto più caso. Il gioco è eccitante! Specie quando i lupi, alla fine, si presentano davvero… una notte il nonno col suo arco ne ha uccisi tre. Li ha scuoiati e con le pelli ha fatto tre casacche, una per ciascuno.
- Sentiranno l’odore e staranno lontani, almeno per un po’! – ha brontolato. Sembrava soddisfatto. Gaila ne ha approfittato per chiedergli di insegnarle a tirare con l’arco: lui s’è messo a ridere.
- A te? Ma se non ce la fai nemmeno ad alzarlo! Tu pensa a crescere. E a non addormentarti quando fai la guardia.

Il nonno è così! Anziché dirle brava perché ha avvisato, le rimprovera sbagli di quando era più piccola. Ma poi durante il giorno, mentre lei dormiva, ha fabbricato un piccolo arco di legno di salice e glielo ha messo vicino: in modo che aprendo gli occhi fosse la prima cosa che vedeva.

Commenti

  1. La prefazione è stata veramente interessante, tanto di cappello all'autrice perché si vede che ha fatto le sue ricerche e che ci ha messo veramente l'anima. Leggendola ho pensato che dovesse per forza aver fatto studi storici, specifici sul medioevo addirittura, invece è un medico. Davvero ammirevole.

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    1. Concordo con te!
      Ma allora ti chiedo: uno storico non dovrebbe essere sempre così ricercato?

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    2. Idealmente sì, ma di fatto non avviene sempre. Però non è detto che l'imprecisione storica sia segno di un pessimo libro, a volte semplicemente il contesto storico è secondario rispetto alle tematiche e agli altri elementi. La Radcliffe aveva conoscenze approssimative sulla storia francese, eppure ha inventato un genere ed era una delle scrittrici più popolari del suo tempo. :) Credo che dipenda dal diverso peso che la realtà storica ha nel romanzo.

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    3. Per me nonostante il peso della realtà storica nella narrazione (usata solo come ambientazione senza spiegazioni o usata come pilone centrale della storia) un autore di storici dovrebbe conoscere bene usi e costumi dei tempi in cui scrive.
      Ma anche banalmente perché magari all'epoca dei romani gli italiani erano tutti bassi con i capelli scuri e gli occhi scuri e solo più avanti sono stati introdotti capelli e occhi chiari... (esempio, non so se è così realmente).
      Ovvio che così la "ricerca" prende gran parte della stesura del libro storico ma così dovrebbe essere per me =)

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    4. Quello senz'altro. A giorno d'oggi abbiamo a disposizione tantissimi mezzi di informazione, perciò anche se la storia non è centrale nell'opera, mi aspetto che l'autore abbia fatto qualche ricerca, se non altro per evitare errori grossolani come quello che dici tu.
      Questa autrice ha fatto davvero un lavoro certosino, sembra di sentir parlare un professore universitario, per questo mi ha colpita in positivo. :)

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    5. Infatti ma ti stupiresti di sapere quanti storici fatti senza informazioni ci sono...
      Io non ne ho letti ma una persona di cui mi fido dici che ci mettono di tutto, da materiali inesistenti a cibi inesistenti...
      Io l'unica cosa che ho trovato in uno è la scarsa fattibilità di una cosa successa... (tipo infettato all'occhio che se lo cava e continua come se nulla fosse)

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