Intervista a... Antonio Polosa

Buonasera a tutti!
Eccomi con un'intervista allo Scrittore stavolta!
E' con noi...



Antonio Polosa!

(applausi prego)





Ciao Antonio e benvenuto!

  • Grazie! Mi metto comodo, fatelo anche voi perché quando si tratta di scrivere il mio dono della sintesi svanisce del tutto.

Parlaci un pochino di te: chi sei?

  • Sono un giovane autore emergente che sta affogando nelle immense acque della letteratura. Ho 24 anni, scrivo romanzi dall'età di 14 ma in verità lo facevo anche prima dei dieci, solo che quelli più che romanzi erano idee accompagnate da disegni. Ho studiato computer grafica a Torino perché adoro dar forma alle idee, sia in parole che in disegni digitali. Attualmente però vegeto tra un capitolo e l'altro, tra un disegno e uno sbadiglio, in attesa di una qualche svolta che non arriverà mai se non la smetto di annoiarmi ogni volta che faccio un passo fuori dalla mia stanza!


I tuoi autori preferiti chi sono? Hai preso qualcosa da loro (stile narrativo, costruzione dei personaggi o altro)?

  • I miei autori preferiti sono Tolkien per ciò che è riuscito a creare (lui è la mia fonte d'ispirazione primaria) e George Martin ma solo per come riesce a caratterizzare i suoi personaggi, per il resto nutro uno strano sentimento fatto di odio e amore nei suoi confronti. Per quanto riguarda lo stile di scrittura, non è un qualcosa che si assorbe dagli altri, o almeno non nello specifico. Credo che quello nasca e si evolva con noi, durante una personale formazione artistica.

Io ho recensito il primo libro della tua saga QUI, Vuoi aggiungere qualcosa di specifico?

  • Beh, sicuramente sono molto felice che ti sia piaciuto (anche se mi avevi promesso una recensione negativa, non sei di parola!) Ho apprezzato il tuo modo di vedere i legami come simboli, mi è dispiaciuto il tuo non riuscire ad ambientarti con lo stile a “diario” ma come hai detto tu stesso, si tratta di gusti.

Da cosa è nata l'idea per i tuoi libri? Perché hai iniziato a scrivere?

  • L'idea per la saga di Gheler è stato un mezzo sogno febbricitante, un'immagine del passato del protagonista che riguardava il fuoco, perché anch'io stavo bruciando. Da quella scena poi semplicemente ho acceso il mio portatile e le parole hanno cominciato a scorrere, idee su idee. Solo oggi ho notato che molte di queste fanno parte di mie paure e desideri, come ad esempio “la prigione dorata” come l'hai chiamata tu, e la ricerca della propria libertà.
    Ho iniziato a scrivere perché sentivo quelle storie troppo grandi per la mia sola testa, e perché volevo condividere con altri quelle emozioni fatte di sole parole.

Come mai hai deciso di iniziare con una saga?

  • In realtà la saga di Gheler non è stata la prima che ho scritto. Ho altre due saghe sotto chiave (scritte davvero male) e molte altre soltanto abbozzate. Però sì, ho iniziato comunque con una saga. Non c'è un perché, semplicemente tendo a creare cose troppo grandi per un solo libro, forse perché la prima ispirazione (prima ancora dei cartoni animati da bambino) è stato il Signore degli Anelli, l'adattamento cinematografico prima ancora del romanzo, che lessi subito dopo. In questi ultimi anni però ho scritto anche diversi auto-conclusivi, ma solo uno di questi è “concluso”.

Nel tuo libro parli dei “Legami” da cosa hai tratto spunto per inventare questi -chiamiamoli- oggetti?

  • Sinceramente non so spiegarlo. Ho pensato più che altro al concetto di “legame” che è qualcosa che ti lega, quindi sostanzialmente una sorta di limite alla propria libertà. Però sono proprio questi legami che ci tengono in vita. Il legame di un Etne e un Ledah è come quello tra un figlio e un genitore, perché entrambi questi ultimi ti proteggono dalla fame, dal freddo, spesso anche dall'odio. Il legame tra un Elielan e la sua perla è come il legame tra due persone che si amano, è un “percepire i sentimenti dell'altro” come fa il Gadah. Il legame tra un Orghen e il suo lupo è invece d'amicizia, lo stesso che unisce te al tuo migliore amico o, perché no, al tuo animale domestico; quindi un legame di protezione reciproca. Questo è ciò che io personalmente ho visto dopo averli creati ma non sono partito precisamente da idee così specifiche.

E' stato difficile creare il mondo dei tuoi libri? E rivisitare popolazioni fantasy già esistenti\crearne di nuove?

  • No, giuro. È una cosa che mi viene estremamente semplice, una cosa che amo. Adoro creare mondi e leggi diverse, o popoli il cui stile di vita, per una ragione o per l'altra, è del tutto diversa rispetto alla nostra. Ovviamente nulla si crea e nulla si distrugge anche quando si parla di idee ma tutto si trasforma, quindi è più che normale rivisitare ciò che è già stato detto.

Per i tuoi personaggi ti sei ispirato a qualcuno?

  • Più che a qualcuno io prendo in considerazione degli ideali, dei modi di pensare e il ruolo che questo avrà nella storia. Poi viene tutto da sé. Scrivere un libro è un'azione molto lenta, possono volerci degli anni e in tutto questo tempo i personaggi diventano come amici, quindi è facile capire come o cosa diranno questi compagni in ogni situazione.

Cosa vuoi esprimere con i tuoi libri?

  • Non ho mai avuto pretese così alte, più che esprimere io preferisco sondare ogni aspetto umano nei miei libri, studiare ogni situazione, ogni azione. Scrivere per me è un bisogno primario, proprio in questi giorni (ma capita spesso) sono caduto in un blocco per mancanza d'ispirazione e ogni volta che mi succede capisco di non poter vivere senza esprimere tutto quello che sento, finisce che impazzisco. Quindi immagino che la risposta sia questa, esprimere le stesse emozioni che nascondo dietro ogni parola. Probabilmente la scrittura è il mio legame.

E' stato difficile trovare un editore?

  • Abbastanza. Più che difficile è deludente. Ho ancora le brevi recensioni positive delle giurie, i voti espressi, i pareri positivi ma ogni volta che il romanzo arrivava nelle mani dell'editore, questo guardava il mio nome e diceva: E chi è mo questo “Pelosa”? (Perché TUTTI sbagliano il mio cognome) No, no, un signor nessuno come lui non venderà mai a nessuno. E la ricerca continuava. Continuava. Ho finito di scrivere il romanzo quando avevo 20 anni e l'ho pubblicato poco più di un anno fa. E non credere che adesso che ne ho trovato uno, seppur piccolo, sarà per me facile trovarne uno almeno mediocre! L'unica cosa a cui danno conto sono i numeri e la tua notorietà. Ben pochi vogliono puntare sugli esordienti ma come biasimarli?

Come viene visto il fantasy in Italia per te?

  • Secondo me esistono due categorie, quelli che davvero ne capiscono (e sono davvero pochi) e quelli che semplicemente seguono le mode del momento. E i libri non sono vestiti, non c'è cosa più brutta che trasformarli in mode passeggere. Per questo ho scelto lo stampo classico, perché è quello che non è stato mai al top per moda come tutti i suoi sottogeneri che (per carità) non disprezzo affatto.

Com'è essere un esordiente in Italia? Cosa fai per farti conoscere?

  • Attualmente ben poco, infatti presto lo farò tradurre in inglese e punterò oltreoceano. E sai perché? Perché anche in Italia si compra solo il Fantasy d'oltreoceano. Se siete esordienti Italiani datevi uno pseudonimo estero e sicuramente riuscirete a vendere un po' di più! No dai sto estremizzando la cosa, però il concetto è lo stesso. L'Italiano tende solo raramente a valorizzare quello che nasce nella propria terra ma non biasimo nemmeno questo. Con l'avvento dell'autopubblicazione chiunque può definirsi un autore ma per certi versi è un bene, visto il livello dell'editoria moderna che più che libri tende a vendere solo “prodotti”.

Ultima domanda, la solita: come si potrebbe aumentare la Cultura in Italia?

  • Valorizzando, per l'appunto, la Cultura e non i programmi spazzatura, basta fare un po' di zapping in tv per spingere i propri neuroni al suicidio. Una volta eravamo un paese di poeti e inventori, oggi invece tutti vogliono essere in vetrina, tutti vogliono essere belli e corteggiati. O, estremizzando (che a me piace), si potrebbero trasformare tutte le chiese in librerie e lodare ogni domenica un libro diverso, anche quelli di altre religioni. Perché no? La cultura muore quando si è certi delle proprie verità!

Grazie mille a tutti i lettori che hanno sopportato le mie banali domande e grazie mille ad Antonio che è riuscito a rispondere così bene da farvele sorvolare =P

Se siete interessati lo trovate su facebook: Gheler l'Esploratore


Alla prossima


Aratak

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