Racconti: Fuoco - Ramona Di Ventura

Ecco a voi il secondo racconto, cupo, scritto da Ramona Di Ventura. Il suo sogno è diventare una traduttrice e per realizzarlo scrive, scrive e scrive. Da poco ha iniziato a tradurre su appositi siti di appoggio per traduttori.
Qualche tempo fa si era pure proposta come traduttrice per l'ultimo libro della Dart-Thornton.
Che dire? In bocca al lupo per i tuoi sogni, continua a scrivere e migliorarti sempre più! 


Fuoco - Ramona Di Ventura



Pallidi raggi di sole filtrano attraverso i pesanti tendaggi. Le morbide lenzuola di seta accarezzano il mio corpo, imprigionato tra le forti braccia del Principe. Nel dormiveglia, ripercorro gli eventi che mi hanno portata in questa stanza della Grande Dimora. 


La povertà era sempre stata mia fedele compagna e la solitudine era giunta a farmi visita, quando la Morte Nera si era portata via la mia famiglia. Avevo dovuto imparare a cavarmela da sola e a sfruttare tutto ciò che la Natura poteva offrirmi. Non andavo spesso in paese, preferivo passare le mie giornate raccogliendo erbe e catturando conigli o fagiani, grazie agli insegnamenti che i miei genitori erano riusciti a impartirmi prima di passare in un mondo migliore di questo. Fu proprio mentre passeggiavo nel bosco alla ricerca di qualcosa con cui riempirmi lo stomaco che lo incontrai. Sul suo possente stallone, un uomo dai lineamenti duri e regali era apparso dal nulla e mi aveva osservata a lungo. Mi disse di essersi perso e io lo ricondussi sul sentiero. Mi chiese il mio nome e io glielo dissi. Fu la mia rovina. 
L’uomo tornò ogni giorno per mesi e io lo accolsi nella mia umile casa di tronchi e in me stessa. Era così bello e gentile che non riuscivo a negargli nulla. 
Una notte mi confessò che voleva sposarmi, ma che le convenzioni non glielo permettevano. 
Seppi allora che era il Principe e il mio cuore sprofondò: il nostro amore non aveva futuro. Mi propose di essere la sua amante. Questo si poteva fare, non avrebbe creato problemi né a lui né a me. 
Ero così disperatamente innamorata che non mi soffermai affatto a considerare quella vergognosa proposta. L’accettai e il giorno seguente mi portò nella Grande Dimora. Mi vestì di stoffe pregiate e mi offrì una stanza accogliente. Ma le abitudini sono dure a morire, soprattutto quando hanno dominato la nostra vita per così tanto tempo. 
Così, quasi ogni mattina, poco prima dell’alba, uscivo dal suo letto e andavo in quei boschi che tanto mi mancavano. Io, stupida, credevo di non fare nulla di male. Invece, a palazzo, qualcuno mi osservava attentamente e pensava che quella mia nostalgia fosse un’orrenda manifestazione del Maligno. 
Il rumore di passi pesanti in corridoio mi spinge ad aprire gli occhi. La porta si apre e, in un turbine di spade e armature, un manipolo di guardie mi solleva di peso e mi trascina fuori dalla stanza e dal palazzo. Sento le loro voci, ma non capisco le loro parole. 
Gli abitanti del paese sono raccolti in piazza e gridano contro di me ogni sorta di oscenità. Cerco con gli occhi il mio Principe, ma lui non è qui. 
Sono sola, come sempre. 
Con ruvide corde, mi legano ad un tronco. Ai miei piedi radunano fasci di legna secca. 
Non capisco, non riesco a capire quale sia la mia colpa. 
Il fuoco divampa con assurda velocità e il fumo mi riempie occhi, bocca, narici, polmoni. 
 Confusa e incredula, sento la vita abbandonare il mio corpo. 
Condannata a morte per stregoneria, in questo 14 Febbraio del 1425, vado a ricongiungermi con la mia famiglia, in un mondo che spero sia migliore di questo.

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