venerdì 2 giugno 2017

La Morte Velata - Capitolo 10 - Valentino Eugeni

Bentrovati lettori!
Eccoci al nuovo capitolo del Romanzo a Puntate di Valentino Eugeni, vi lascio il link al Capitolo 1 se qualcuno non lo avesse letto.
E vi lascio il link alla pagina dell'autore: Valentino Eugeni

Inoltre annuncio che fra una o due settimane ci sarà una novità molto importante... 
NON PERDETELA!


La Morte Velata, Capitolo 10


[voce che canta, silenzio, “per favore basta, ti prego Dio, basta.”]

“Sorella mia, tutto è collegato, tutto. La vita è un complesso di armoniche. Le armoniche risuonano insieme, le une sulle altre. Più un essere è complesso, più sono le armoniche che lo compongono. Esseri di piani differenti, quali noi siamo, possono coesistere, i ricordi, le memorie, i desideri, sono suoni che viaggiano nel tempo e nell’Infinito. Noi veniamo dissolte e, col passare degli anni, ricostruite. La nostra musica si perde come un’eco, poi ritorna alla fonte, ma quando ritorna è debole, ci serve una cassa di risonanza. Qualcuno la distrugge, qualcuno spacca la coppa che ci deve contenere, e ci rende di nuovo deboli e disperse, senza memoria, senza ricordi.
Quando saprai ascoltare, saprai come trovare queste parole che io ti lascio…”

[schiaffi? Pianto. “Non ce la faccio più…”]

***


Sandro abita in un bell’appartamento al quinto piano di un condominio in Borgata Vittoria. Abbastanza tranquillo, abbastanza vicino al centro. Lo hanno scelto con cura, cercando per mesi e mesi prima del matrimonio, e hanno vagliato numerose opzioni; era stato bel periodo quello. Girare per ore a visitare case e appartamenti, trovarsi fugacemente all’angolo di una via all’ora di pranzo per cogliere una qualche occasione al volo. Hanno valutato anche la vicinanza alle fermate degli autobus, la presenza dell’ascensore per la vecchiaia, la prossimità dei parchi cittadini per l’imminente prole…

L’androne del palazzo, a quell’ora della sera, è vuoto e scuro; i condomini hanno deciso di installare delle nuove lampade al neon ma la loro luce, perfettamente bianca, non ne vuole sapere di rendere quel luogo più accogliente: rimane spoglio, vuoto, e l’assenza di ombre lo rende inumano, un sanatorio abbandonato.
Al centro della tromba delle scale è stato ricavato un piccolo ascensore, con la porta a mano che ricorda un penitenziario nonostante le decorazioni in ferro battuto.
Sandro non prende l’ascensore.
Si avvicina alla rampa e, stancamente, inizia a salire, un gradino alla volta. Sa benissimo il perché di quella scelta: non vuole tornare a casa, non quella sera, non ultimamente. La pioggia inizia a cadere scrosciando, un rovescio repentino e violento. Si ferma sulle scale ad ascoltare il rombo dell’acqua. Spera in una qualche perdita, un’infiltrazione, una finestra rotta: qualcosa che impedisca a Mirella di iniziare il suo sproloquio. Un problema immediato, pratico, li avrebbe visti impegnati fino all’ora di andare a letto, e a quel punto sarebbe spuntato un nuovo giorno, e sarebbe andato a lavorare.

Si ferma sul pianerottolo del terzo piano, appoggia una mano alla parete ingiallita. E’ ingiusto con lei, si sente in colpa: non può accusarla del loro matrimonio fallimentare. Anche lui ha le sue colpe: il suo lavoro, il suo caratteraccio, la sua tendenza a buttarsi nelle cose a capo fitto. Però, nonostante tutto il bello che c’è stato tra loro, Mirella gli è diventata insopportabile: si sente continuamente rimproverato, continuamente sotto assedio, inadeguato. Vivono tra i cocci di una vita imperfetta, di un incastro forzato che ora è impossibile da sciogliere.

Il suo appartamento è all’angolo del piano, l’ultima porta del corridoio. Infila le chiavi nella toppa con eccessiva cautela e apre. Un odore nauseante di minestra pronta e umidità lo investe, i rumori lievi di cucina gli indicano che Mirella sta riassettando dopo aver cenato, come sempre più spesso accade, da sola.
Come può biasimare la sua amarezza? Ma cosa può fare, cosa deve fare? Fingere? Fingere complicità per il resto della vita?

Prima del matrimonio sembrava tutto facile: scherzavano fino a tardi, si giuravano amore eterno, si scusavano l’un l’altra per i continui diverbi. Facevano l’amore e tutto si sistemava.
Ma ora? Che fine aveva fatto quella vita? Era mai davvero esistita?

“Sei tornato?”
Mirella sta raccogliendo il piatto fondo e il cucchiaio, e li sta impilando nella lavastoviglie; piega la tovaglietta da single con gli elefantini e la ripone nel cassetto. E’ davvero una bella donna, ma non di una bellezza appariscente: non è particolarmente alta, né formosa, ma i suoi capelli scuri e lisci, il suo volto regolare, la corporatura minuta, la rendono dolcemente femminile. Però, ormai, Sandro non la vede più, vede solo litigate infinite, solitudine, incomprensioni.

“Sì. Sono tornato.” Appoggia alla rinfusa il giubbetto, l’ombrello, e una valigetta scura che usa per portare i documenti. Non ha voglia di sedersi al tavolino, la cucina gli da un senso di claustrofobia.
“Beh? Come è andata oggi?” chiede Mirella sedendosi pesantemente davanti a lui. “Hai già cenato? C’è del formaggio nel frigo, se vuoi.”
“Ho preso un tramezzino al laboratorio.” Mente, non ha fame e non vuole affrontare la sua inutile compassione. “E poi non ho molta fame. Siamo in mezzo a un paio di casi molto strani.”
Lei lo guarda per un tempo interminabile.
“Sei sempre in mezzo a un caso, o a un rapimento, o a una fattura! Hai visto che ore sono?”
“Sì, l’ho visto e mi dispiace, ma sapevi benissimo qual è il mio lavoro! O l’hai dimenticato?”
“Impossibile scordarselo con te! Tu hai due mogli! Una povera stronza che ti aspetta chiusa in casa, e una dalla quale corri a ogni ora del giorno! Dovevi sposarti con il laboratorio! O magari con quella zoccola di una polacca!”
Sandro stringe i pugni, li picchia sul tavolino che scricchiola. “Lascia perdere i miei colleghi! Quante volte te lo devo dire che non c’è, e non c’è mai stato, niente tra me e la Piasecki?”
“Sì! Come no!” Sbuffa la donna alzandosi e agitando le braccia come se non riuscisse a contenere la propria giusta indignazione. “E ti aspetti che ti creda? L’ho vista il mese scorso, alla cena, come ti guardava! Dove sei stato oggi? Fino a tardi? Ho chiamato in ufficio!”
“Sei patetica!” Grida Sandro alzandosi così di fretta da schiantare la sedia a terra. “Se avessi chiamato in ufficio, come dici tu, mi avrebbero passato la chiamata sul cellulare! Siamo nel duemila! Ero al laboratorio a fare delle analisi, i giornali ci stanno addosso!”
“Sì al laboratorio! Fino alle undici?! Non è che magari dopo siete andati da qualche parte? Ma chi vuoi prendere in giro?!”
Sandro si costringe alla calma, si volta di spalle, e comincia a contare i fiorellini delle piastrelle. “Mi hai scoperto!” cantilena sarcastico. “Sono stato a scopare tutta la sera con Petra!”
Mirella alza il mento e incrocia le braccia, il volto livido; prima che possa aggiungere altro Sandro si volta con un ghigno fastidioso e soffia: “Poi, però, ho dovuto smettere perché mi hanno cacciato dal reparto! Sai a neurologia chiudono presto, e poi  davamo fastidio ai malati.”
Mirella si umetta le labbra e le sue guance si colorano di rosso, Sandro le punta un dito contro. 
“Se mi devi accusare di qualcosa almeno informati prima! Petra è ricoverata da una settimana.”
Mirella abbassa lo sguardo. “Non lo sapevo. Non mi dici mai niente. Sta bene? Che le è successo?”
“L’avrò sbattuta troppo forte!” Ringhia Sandro e fa per andare in camera. Mirella si mortifica, apre la bocca un paio di volte per replicare, poi i suoi occhi si riempirono di lacrime. Sandro preferisce non guardarla, conosce fin troppo bene la scena del pianto. Si odia per quel che sta pensando, si odia a morte, ma non riesce a togliersi dalla testa l’idea che sia tutta una commedia, tutta una farsa per farlo calmare, per approfittare delle sue debolezze.
Marinella lo prende per mano, da dietro, lo tira per farlo girare.
La solita scena. Sandro  riprende fiato: “C’è stata una manifestazione psicocinetica mercoledì scorso che l’ha colpita. Non sappiamo cosa o perché. Fatto sta che è finita all’ospedale.”
“E’ che non mi racconti più niente...”
“Ecco, è colpa mia anche questo.” L’uomo allarga le braccia.
“Sandro…No.”
 “Vado a dormire.”
“No.” Lo afferra delicatamente per la camicia. “Per favore parliamo. Mercoledì scorso è quando sei tornato con quel taglio in faccia?”
“Sì signora giudice.”
“Dai non fare così! Sono preoccupata. E’ successo anche a te? Cosa vi è capitato? Mi lasci sempre allo scuro di tutto… io…”
Sandro le toglie le mani di dosso con un po’ troppa foga, Mirella fa un breve passo indietro, gli occhi sgranati.
“Questo è il motivo per cui non ti racconto più niente!”
“Sono solo…”
“Tu sei preoccupata! Tu sei in angoscia. Tu credi che io abbia un’amante! Ogni cosa che ti racconto o che mi capita è sempre un tuo problema! Ci sei sempre e solo tu al centro dell’attenzione! Sono sicuro che se mi faccio ammazzare ti lamenterai con becchini di quanto tu stia soffrendo!”
“Sandro per favore…” pigola Mirella, cerca di avvicinarsi.
“Posso andare a letto ora? Sono stanco.”
“Ti... ti va di guardare un po’ di tv insieme? Fa quello sceneggiato sui poliziotti, sul due, quello che ti fa sempre incazzare.”
Sandro sbuffa una mezza risatina, e Mirella ne approfitta per impedirgli di replicare. Si avvicina a lui, lo cinge con le braccia e gli appoggia la testa sul petto.
Sandro impiega un poco a sbollire il fastidio che prova: sa come andrà a finire. Si diranno di stare attenti, di abbassare i toni, di riprovarci. Ma a che scopo?
Si accorse che Mirella sta piangendo solo dopo molto tempo. Lei singhiozza senza un rumore, solo il calore bollette delle sue lacrime sulla camicia.
Le affonda una mano nei folti capelli scuri, le carezza la nuca, assapora con le mani la perfetta rotondità di quella piccola testa.

“Che succede?” Le chiede dolcemente. “Non è successo niente. Siamo solo molto stanchi in questo periodo.”
Mirella parla, la sua voce è forte ma incrinata dal pianto, e Sandro la stringe ancora di più.
“Non è un periodo Sandro! Non parliamo, non abbiamo niente da dirci. Non ci vediamo quasi più. Viviamo in due mondi diversi  che non si toccano. Tu sei stanco di me, lo so.”
“Non dire così... lo sai che non è vero...”
Sandro deglutisce, si detesta. Perché non riesce semplicemente a dire quello che sanno entrambi?
“Pensi che non lo veda? Che non mi accorga del fatto che non vuoi nemmeno tornare a casa? Sai quanti giorni sono che nemmeno facciamo cena insieme?”
Sandro non ne ha idea, è ormai un’abitudine così radicata, così comoda, che non si è preso la briga di vedere cosa sta davvero accadendo. Vuole solo tornare a casa, non affrontare la sequela di domande, le scenate di gelosia, le infinite richieste contraddittorie.

Però, vedendola così indifesa, così ferita, si chiede se non sia lui a essere cambiato. Forse è solo lui a essere diventato cinico e stanco nei confronti dell’amore. Ma si può chiamare amore se non è di entrambi? Forse, semplicemente, non l’ama più e non ha il coraggio di dirglielo, perché lei piange.
“Lo capisci che non ti voglio perdere?” singhiozza Mirella.
Sandro non sa che rispondere: “Io...”
“Lo capisci perché sono tanto gelosa?!” gli dice alzando lo sguardo su di lui. Ha gli occhi gonfi e il naso rosso, è così adorabile che la stringe forte a sé. Dovrebbe dire qualcosa di rassicurante, lei se lo aspetta, oppure, semplicemente, farebbe meglio a stare zitto, ma un’ondata di frustrazione rompe gli argini dentro di lui e sfocia direttamente sulle sue labbra.
“Io non ce la faccio a andare avanti così.” Sussurra.
“No.” Dice lei stringendosi di nuovo e con più forza.
“Mirella, tra me e te non funziona.”
“Il nostro matrimonio non è perfetto, lo so, ma ne abbiamo passate tante.” Cerca di trovare un appiglio, le sue mani si muovono, le sue dita stringono e si aggrappano.
“E’ che ci sono troppe cose che sono andate storte quest’ultimo anno.”

Mirella abbassa lo sguardo e stringe le labbra per trattenere il pianto ma una sola lacrima le scivola giù sulla guancia.
“Possiamo riprovare.” Dice.
Sandro si irrigidisce: non c’è più dialogo, non ci sono appigli per comunicare, è sempre la stessa traccia ripetuta, ancora e ancora. Mirella è diventata una falena che sbatte e sbatte sulla stessa lampada incandescente, e finirà per bruciarsi e cadere e trascinerà anche lui in quella caduta. Un senso di angoscia gli opprime la gola, gli toglie forza dalle braccia.

“Senti.” Dice con impeto. “Anche a me dispiace, cosa credi? Ma non riusciamo a venire fuori da questa storia! Tu non pensi ad altro! E non parli di altro! Sei riuscita a trasformarla in una tragedia, in un melodramma, il tuo melodramma! Vedi? Non riesco nemmeno a dire quello che è successo!” allarga le braccia  impotente. “Lo hai trasformato in un tabù! E non ti rendi conto che anche io ho i miei problemi, che come coppia abbiamo dei problemi! Non solo tu, non solo quello…”

“Mi dispiace, è che, quando ci penso, mi sento cadere il mondo addosso e allora…”
Sandro la interrompe allontanandosi: “Guardiamo le cose per quel che sono, eh? Per una volta cerchiamo di essere razionali, va bene? Abbiamo tentato di avere un figlio, e tu hai avuto un aborto. Tutto qui. Sono cinico e sono un bastardo, me lo hai detto tante volte, ma non credo sia la fine del mondo!”
“Non lo sarà per te!” Tuona lei dandogli uno spintone. “Come puoi essere così freddo? Non vuoi avere un figlio? Tu non lo hai avuto dentro di te! E’ questo il fatto! Tu non sai che cosa significhi, e non ti importa!”
“Io non lo so! Io non lo capisco! La solita storia.” Allarga di nuovo le braccia dalla frustrazione, vorrebbe spaccare qualcosa. La stanza è piccola, la cucina è diventata torrida, l’aria irrespirabile. Fa fatica a riprendere fiato e parla con voce strozzata: “Ti rendi conto di come hai trasformato la nostra vita? Da quel giorno non abbiamo più fatto l’amore.”
“Non è vero!”
“Sì che è vero! Non abbiamo fatto l’amore! Abbiamo fatto una fecondazione assistita!”
Lei si guarda intorno smarrita. “Io pensavo che tu lo volessi, e allora… ma perché mi devo sentire rimproverata perché voglio fare ciò che è naturale?!”
“Vedi?! Lo vedi come sei fatta?!” Alza la voce, ormai non desidera altro che lo scontro, che le cose finiscano male, che lei dica le fatidiche parole e possa chiudere questo brutto capitolo. Inspira, soffia, e la voce che viene fuori dalle sue labbra è tagliente e acida: “Non ti poni nemmeno il problema che io voglia o meno un figlio, non ti sei mai davvero posta la domanda. Tu supponi che io lo voglia e questo è sufficiente. L’idea che io possa non volerlo nemmeno ti sfiora, non ti ha mai sfiorato. Ma quello che mi fa davvero incazzare è che non ti chiedi nemmeno il perché io possa non volere un figlio!”
Sandro si gira, stringe i pugni, li agita nell’aria, e poi crolla a sedere sulla seggiola, fissa lo sguardo lontano da lei e cerca di calmarsi: la testa gli pulsa forte, è livido in volto.

Trascorrono alcuni lunghi minuti, l’orologio a forma di gatto ticchetta lentamente muovendo gli occhi.
“Io ho il diritto di essere madre.” Mirella parla al vuoto, i suoi occhi gonfi non si spostano dal lavandino, scandisce le parole una ad una.
“E io ho il diritto di avere paura.” ammette Sandro.

Dolcemente Mirella si accovaccia al suo fianco, gli prende la mano, e lo guarda da sotto in su. Non lo ha mai visto così debole, così insicuro. Sandro è una roccia, si è sempre detta, è lo scoglio a cui aggrapparsi, le fondamenta sulle quali costruire un futuro. Sandro è sempre razionale, sempre pratico, sempre pronto ad affrontare i problemi. E’ stato con lei per tutto il tempo, all’ospedale, a tenerle la mano, a sorriderle, a dirle che sarebbe andato tutto bene.
Quel Sandro però, doveva ammetterlo, è scomparso un anno fa.
“Amore,” sussurra lei. “parlami, ti prego.”
Sandro fa un sorriso amaro, una piccola ruga, una parentesi, si delinea al lato della bocca.
“Non c’è niente.”
“Sì che c’è! Dall’altro giorno non sei più tu.”
“Sono cose di lavoro.” Sbuffa Sandro.
“Anche fosse, prova a parlarne. Non stai bene, si vede.”
“Non capisci.”
“Spiegami!” gli stringe forte la mano. “Non parli mai del tuo lavoro, lo so che non lo posso capire a pieno ma se non ci provi…”
Sandro socchiude gli occhi per non urlare di nuovo: “La vuoi smettere di accusarmi? Credi che per me sia facile?”
“No tesoro, no. Scusami.” Mirella lo guarda e Sandro capisce che non parleranno mai la stessa lingua. Vuole sfilare la mano da sotto la sua, vuole alzarsi, uscire nell’aria umida della notte di Torino e camminare solo con i fantasmi che infestano i vicoli. Non ha senso parlare con lei.
Mirella gli sorride, quel movimento dolce delle labbra rosee che tanto ha amato, e sembra intuire i suoi pensieri. Gli carezza la mano mentre parla: “Sono solo preoccupata per te e per noi, e straparlo. Ho paura di quello che puoi dirmi e cerco di parlare prima di te. Non sono perfetta Sandro, non siamo perfetti. Non ti sto accusando di nulla, davvero. Non chiudermi la porta in faccia.”

Parla bene lei. Come può spiegarle quello che gli è successo? Come può farle capire l’orrore infinito che ha provato? Perché non capisce che, se si tiene tutto dentro, lo fa solo per proteggerla? Gli occhi di Sandro si inumidiscono, si sente un groppo in gola che non lo fa parlare, e che non lo fa piangere.

“Amore,” sospira Mirella e la sua voce è piena di affetto: “Non tenerti le cose dentro.”
“Non credo tu capisca.”
“Forse,” fa lei. “Lo so che ti sembro egoista, sai? Che ti do l’impressione di pensare solo a me e al bambino, ma non è così. Tu puoi sempre dirmi tutto. Imparerò ad ascoltarti, devi solo avere pazienza… io…”
Sandro le sorride amaro, la interrompe appoggiando l’altra mano sulla sua.
“Dai, andiamo a dormire adesso.” Le dice con dolcezza.


E’ in ritardo. Gregori lo aspetta nel solito baretto in via Rol, un piccolo locale del centro, più lungo che largo, con un ingombrante bancone lucido con rifiniture in ottone. Sandro cerca di entrare, le persone fuori dalla porta lo ignorano, gli si parano davanti, deve fare un lungo giro intorno all’isolato. Ci sono delle transenne di ottone, del tessuto rosso che le separa, sembra l’ingresso di un locale alla moda.
Sandro riesce ad entrare e trova il commissario appoggiato al bancone. Parla con un tizio alto, vestito elegantemente. Gregori prende un caffè super ristretto e amaro, come al solito. Dalle spalle irrigidite si capisce che Gregori si sta infuriando, ha delle occhiaie vistose, ha una faccia presa a schiaffi dalla vita. Il suo volto da bulldog è afflosciato, invecchiato. Poi Sergio si accorge di lui e sorride tirato, lo invita con la mano, come se avesse bisogno di aiuto. Il signore elegante, invece, è contrariato, tamburella nervosamente sul bacone, il barista si agita. Sandro si vorrebbe unire a loro ma non c’è uno sgabello libero e il resto degli avventori non lo fanno passare.
L’uomo elegante si alza e si volta. Ora, di spalle, è calvo, muove nervosamente le mani come per prendere il commissario alla gola. Sono sospesi nel nulla adesso. Gregori, diventa cianotico, Sandro scosta malamente gli altri invitati, le corde rosse gli si arrotolano intorno alle gambe, i buttafuori lo urtano, non riesce a passare. Gregori ha gli occhi all’indietro, Sandro grida…

Apre gli occhi, ricorda a stento il sogno che lo ha svegliato, ha la bocca spalancata e riarsa. Se ne sta supino a letto, con le coperte rimboccate fino al petto e le braccia distese lungo i fianchi. Fissa il lampadario, una scura sagoma ramificata nella penombra, e riflette. La camera è immersa in una fioca luminescenza verde, una luce di cortesia perché non riescono a dormire con il buio completo. E’ sicuro che tutti, in un modo o nell’altro, abbiano paura del buio e tengano, magari, aperte le finestre per far entrare la luce chirurgica dei lampioni. Oppure un cellulare acceso tutta la notte sul comodino o qualsiasi altra cosa che renda la notte meno scura. Nessuno lo dice apertamente, nessuno lo ammette, fingono tutti di non sapere, di non vedere. Girano la testa da una parte, ridendo, fingendo un impegno, come si fa quando si vede un barbone dormire sotto un colonnato.
Ma la verità è che tutti sanno che c’è altro al di là della realtà. E questo altro vive nel buio.

Nella penombra acquosa osserva danzare le sagome dei mobili. L’armadio bianco gli pare avvicinarsi e allontanarsi, la specchiera gli appare ingombra di figure in movimento sinuoso che lo osservavano come da dietro una finestra.
La sua mente razionale sa che si tratta di semplici illusioni ottiche. La sua mente razionale conosce bene l’effetto che provoca la stanchezza sulle percezioni eppure, senza volerlo, il suo cuore inizia a battere forte, il respiro a farsi corto.

Come può Mirella illudersi di crescere un figlio in un mondo del genere? Come può anche solo pensare di creare una nuova vita in un luogo che brulica di mostri e di fantasmi? Creature che non sono confinate nella fantasia oltre la morte, che non sono solo paure incarnate, ma fanno parte del quotidiano! Osservano, strisciano, appaiono.
E vi sono persone che commerciano con esse, che le invocano, che uccidono per loro tramite. Esseri evanescenti, e luoghi irraggiungibili, in grado di farti sparire nel nulla!

Come può spiegarlo a Mirella? Lei che si nasconde dietro a un paravento di normalità? In che modo farle capire che il mondo, tutto ciò che hanno, è già marcito da un pezzo? Che la fine del mondo non è una catastrofe ma una lentissima agonia.

Mirella lancia un urlo di panico, e quasi schizza fuori dal letto.

“Mi hai fatto prendere un colpo.” Esclama Sandro mentre recupera un po’ di autocontrollo. Aspetta un attimo, la guarda perplesso. Lei continua a guardarlo, l’espressione terrorizzata, il respiro scostante.  
“Mirella? Come stai? Che succede?”
Lei ridacchia nervosa. “Niente, un incubo. Stavo chiacchierando con un uomo. Non so una specie di bar…”
Sandro si appoggia allo schienale del letto, lei gli prende la mano.  
“Diamine, era realistico. Era un bar, forse un locale notturno, non so, molto elegante. C’era un uomo affascinante e uno invece con lo sguardo allucinato che mi stava davanti, parlavano di cose che non mi ricordo. A un certo punto ho avuto paura. Di cosa poi non saprei…” Mirella rimane in silenzio per un attimo, piega le labbra perplessa e poi fa spallucce. “Mah, torniamo a dormire.”

Sandro non risponde, lei si gira su un fianco, gli augura la buona notte. Sandro continua a fissare il reticolo scuro del lampadario.



Se volete seguire l'autore la pagina facebook è questa: Valentino Eugeni

Inoltre è presente un'intervista divisa in parti: Parte 1Parte 2Parte 3

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