venerdì 12 maggio 2017

La Morte Velata - Capitolo 7 - Valentino Eugeni

Bentrovati lettori!
Eccoci al nuovo capitolo del Romanzo a Puntate di Valentino Eugeni, vi lascio il link al Capitolo 1 se qualcuno non lo avesse letto.
E vi lascio il link alla pagina dell'autore: Valentino Eugeni
La Morte Velata, Capitolo 7

[Respiro sempre più basso e lento]

L’uomo vestito con una tunica nera si avvicina. Ha in mano un sottile coltello dal quale gronda sangue rosso. Mi fa paura, mi fa rabbia, ma non posso muovermi, sono confusa, sono incapace di articolare i pensieri. C’è qualcosa in me, qualcosa di enorme, mi spaventa e mi affascina allo stesso tempo.

“Abbiamo compiuto la Trasmutazione al Bianco.” Dice l’uomo passandomi davanti. Non capisco dove mi trovo, è come se fossimo sotto un cielo stellato immenso. L’uomo ha gli occhi azzurri, sorride, indossa una sorta di parrucca bianca. Guarda la sua mano sinistra, è illuminata come se reggesse una piccola stella.

“Ora eseguiremo la Trasmutazione al Rosso.” Sussurra e si china su di me. Guardandomi fisso negli occhi passa la lama sulla mia gola. Apro la bocca, il sangue cola sulla mia tunica bianca, sento il calore sul petto nudo.

[Grido acuto, colpi su legno, respiro affannoso]

***

Erika e Solìs scendono dalla scala interna verso il primo piano interrato, attraverso una porta allarmata di metallo che si apre direttamente sul parcheggio sotterraneo.
Scendono in silenzio, Erika non sa cosa dire, Solìs non la degna di uno sguardo, scende e basta, con quella sua andatura un po’ rigida, un po’ dinoccolata. Giunto alla porta si limita a spostarsi di lato, lo sguardo fisso nel nulla, in attesa che Erika la apra. La fissità delle sue braccia ha un che di sconcertante, di inquietante, che Erika non riesce proprio ad accettare. E si detesta per questo: non può essere che una deformità, un handicap, possa crearle tanto disagio. Certo l’ispettore non è una bellezza, il suo corpo è anomalo, ma perché le dà tanto fastidio?
Spinge il maniglione della porta. Non è il suo corpo, non è l’innaturale magrezza delle sue membra, è qualcos’altro: una sensazione, un ché di innaturale, che traspare dai suoi occhi verdi.

Il parcheggio è lugubre e funzionale: un parallelepipedo di cemento, niente di più, colonne regolari che reggono un soffitto affumicato. Solìs la guida verso una delle anonime Punto bianche a disposizione degli agenti. Si piazza davanti alla portiera del lato passeggero, riesce a cliccare con un indice appena visibile il telecomando delle portiere e, con un movimento al contempo rigido e funambolico, apre ed entra. Erika è rimasta immobile, sopprimendo un forte impulso a scappare via: l’idea di stargli a fianco, in un luogo così piccolo, non le piace per niente. Sale al posto di guida, l’ispettore le porge un piccolo portachiavi con lo stemma della polizia, reggendolo con la punta dell’indice e del pollice.

“Ti spiace guidare tu?”

Sono usciti per le strade di Torino da dieci minuti ormai, il tergicristallo squittisce regolarmente e i rumori del traffico arrivano molto ovattati nell’abitacolo. L’ispettore Solìs se ne sta seduto senza appoggiare la schiena, e guarda avanti indifferente. Ogni tanto, una volta ogni mezzo minuto, sbatte le palpebre.
Erika lo osserva con la coda dell’occhio, e con un’espressione tra lo stupito e il disgustato, nonostante i buoni propositi di poco prima. Chissà cosa avrebbe detto sua madre vedendo l’ispettore. Avrebbe arricciato il naso e girato la testa come quando si pesta una cacca di cane. Sì avrebbe fatto così. A quell’idea ridacchia tra sé.

“Fra duecento metri, svoltare a destra.” Dice il navigatore.

La voce scombinata del navigatore fa sobbalzare Erika. Solìs ha il potere di rallentare le cose, di ovattarle, di rendere ogni suono, ogni azione irrilevante. Erika si rende conto che non ha fatto altro che pensare a lui, che sta guidando senza attenzione, che non si è concentrata sul caso, non ha studiato meticolosamente i dati in suo possesso, non sta ripassando a mente gli incantesimi che conosce. Un velo di rossore le infiamma il volto, il cuore comincia a batterle forte, il mondo le gira intorno. La scatola. Le serve, ne ha bisogno, adesso, per non crollare. Ma non può averla, - non deve averla -, deve dimenticarla per sempre.
Impercettibilmente si volta verso Solìs, per vedere se ha colto la sua paura, il panico, la sua vergogna, ma lui è immobile, indifferente, perso dietro qualche suo pensiero.
Tira un sospiro di sollievo.

“La destinazione è tra trecento metri sulla sinistra.”

Erika gira un paio di volte nell’anonimo parchetto alberato e trova spazio tra due enormi SUV giapponesi. Scendono dall’auto in silenzio. Tira un po’ di vento, e la pioggia ha deciso di concedere una tregua, il che significa che non cade acqua ma l’aria è satura di umidità e nebbiolina.
Una signora di mezza età esce in ciabatte per gettare l’immondizia e, trovandosi davanti l’ispettore Solìs, rimane bloccata. In quell’attimo l’ispettore infila una mano nella giacca, con destrezza sorprendente, e ne estrae il distintivo che piazza davanti al volto largo della signora tenendolo tra il pollice e l’indice.

“Sono l’ispettore Solìs del direttivo di investigazione esoterica.” Snocciola. “Lei è l’agente Farnese. Possiamo rivolgerle qualche domanda?”

Quell’improvvisa, professionale, presa di posizione lascia Erika in uno stato sospeso, si prodiga nel suo migliore sorriso da iena.

“Sì, penso di sì, certo.” Risponde la signora, che non sa bene né dove nascondere il sacchetto del gatto, né dove piazzarsi in relazione all’ispettore che le sta piuttosto appiccicato. “E’ per il morto del terzo piano?”

“Nome?” chiede l’ispettore.
“Rogante Paola.” Balbetta.
“Dorme bene?”

La signora fa tanto d’occhi e cerca complicità da parte di Erika che allarga il suo sorriso da iena e annuisce con naturalezza, le fa cenno di continuare.

“Abbastanza?”

“Non deve chiederlo a me, signora.” Afferma l’ispettore con grande cortesia. “Dovrebbe rispondere alla domanda. Devo dedurne che ultimamente non dorme bene?”

“Dopo quello che è successo, lei capisce. Io abito al quinto piano, con il signor Massi non parlavamo molto. O meglio, non ci parlavo praticamente mai. A lui piacevano le giovani separate io, invece, mi faccio gli affari miei. Non sopravvivi in un condominio se non ti fai i fatti tuoi! Si sente tutto! Le pareti le fanno con il cartone. Comunque era un tipo silenzioso, - sul corridoio -, ma parecchio rumoroso a casa sua. Se capisce cosa intendo.”

La signora, sciolti gli ormeggi del pettegolezzo, ammicca ma, dato che Solìs non le da soddisfazione, si rivolge direttamente a Erika.

“Da qualche mese, poi, aveva una relazione con la sua vicina. Hanno fatto di tutto per tenerlo nascosto ma, che volete, certe cose si sanno. Si scambiavano occhiatine, messaggini, perfino lettere d’amore sotto la porta.”

“E lei come fa a sapere che erano d’amore?” la voce di Solis la crocifigge come una sparachiodi. La voglia di chiacchierare svanisce di colpo.

“Signora,” interloquisce Erika per trarla d’impaccio. “Non si preoccupi, non è un interrogatorio, non la stiamo accusando di nulla. Sono, ehm, domande di routine. Ci può dire come sono le sue notti? E sa di altri nel palazzo che, magari, hanno qualche disturbo, di recente?”

“Non so che dire, ma che c’entra con il morto? Io dormivo bene prima di avere un morto nel palazzo, credo che sia abbastanza normale. Non lo conoscevo bene ma, che vuole, siamo esseri umani.”

“Signora, detto tra noi, si rilassi e parli sinceramente. Ci serve solo per conoscere la condizione psichica della zona. E’ una procedura normale, mi creda. Siamo un po’ diretti perché abbiamo poco tempo, mi capisce, vero?”

Il volto di Paola Rogante si illumina, una ragazza così gentile e carina, così giovane, non può di certo mentirle o crearle qualche problema.

“Beh. Non so se è importante.” La signora si avvicina per parlare più in privato. “Però da un qualche giorno a questa parte mi sveglio spesso con un senso di vertigine. Mi sento cadere nel vuoto. Per il resto dormo bene. Mio marito russa, russa sempre. Sarà perché è in sovrappeso. Io glielo dico ogni giorno di mangiare meno ma da quell’orecchio non ci sente proprio!”

Erika scambia uno sguardo con Solìs il quale, inaspettatamente, ricambia con un cenno impercettibile del capo.

“Benissimo. Grazie signora Paola, è stata di grandissimo aiuto. Ora deve scusarci ma dobbiamo proseguire. Grazie ancora per il suo aiuto.”

“Di niente cara, di niente. Certo è la prima volta che vengo interrogata per un omicidio, anche se una volta ho testimoniato in tribunale per un tamponamento.”

“Grazie ancora, signora.”

La pioggia, improvvisamente, decide di tornare a cadere. Uno scroscio subitaneo, lance d’acqua gelata, una punizione divina. La signora saltella goffamente fino al bidone, Erika e Solìs raggiungono l’ingresso. Solìs è già tutto bagnato, non indossa l’impermeabile, non ha un ombrello, entra nell’androne e si volta verso Erika con un sopracciglio alzato.

“Ehm, scusami.” Fa lei. “Non volevo intromettermi ma la signora sembrava in difficoltà, avevo l’impressione che non avrebbe parlato.”

“Sei molto brava.” Commenta e le sue labbra carnose color caffellatte si increspano in un sorriso. Poi si gira di nuovo e prende a salire le scale. Erika gli è grata di non aver scelto l’ascensore.

L’appartamento del terzo piano è stato sigillato, come è prassi, con i nastri e l’apposito cartellino di indagine in corso. Solìs entra direttamente e Erika lo segue. Un misto di morbosa curiosità e di ribrezzo le danno una sensazione di vertigine. Si aspetta di vedere il corpo a terra, per davvero. Non in fotografia, non al corso di medicina legale, un morto vero. Teme di spaventarsi, di sentirsi male, come è successo all’università, eppure non riesce a fermarsi. La porta dell’anticamera è chiusa, Solìs spinge la maniglia con il gomito ed entra, Erika sente il cuore battere più forte.

“Come ci organizziamo per interrogare anche gli altri inquilini?” Chiede a voce troppo alta.

Solìs è già dentro, gira a sinistra e scompare, lei fa un passo, due passi avanti, entra nella stanza e, sorprendentemente, rimane delusa. Il cadavere è stato rimosso, per ovvi motivi, e al suo posto rimane un cartellino con scritto A e varie macchie di sangue ed escrementi indicate con altrettante lettere. Solìs sta girando metodicamente per tutta la stanza, senza toccare nulla, ma guardando tutto.

“Come hai intenzione di fare?” Insiste. “Ci andiamo dopo? Hai un elenco? Ci saranno almeno trenta appartamenti. Io vorrei tentare un primo incanto di allontanamento.”

Solìs rimane per un attimo fermo, poi si girà verso la finestra, fa due passi indietro e inclina la testa da un lato.

“Solìs?”

“Probabilmente uno per uno. Sì. No. Trentadue, per la precisione, ma solo trentuno da interrogare perché uno è questo. Fai come credi.”

Erika serra la mascella. Lui continua a osservare il muro con la testa all’insù, sembra un turista nella Cappella Sistina.

“Non faremo mai in tempo oggi.”

Sul muro vi erano minuscoli segni, tagli, scavati nell’intonaco, negli infissi e sul vetro. Visti nel complesso avevano una peculiare simmetria che era solo intuibile: ogni volta che l’occhio tentava di seguire uno schema si perdeva dietro alle minuscole variazioni di angolo e di spessore ma, nel momento in cui si guardava il disegno globale, si aveva la sensazione che non fosse affatto una disposizione casuale.

“Ci andremo ad interrogarli, ma prima vorrei finire di studiare il luogo del delitto se non ti spiace.”

Erika trattiene un gesto di stizza: vuole replicare ma non è il caso di iniziare la sua prima giornata di lavoro con un alterco. Non lascerà nemmeno la questione in sospeso, di questo è certa. Sta già immaginando di dirgliene quattro quando si ferma di colpo e osserva il collega. Solìs sta muovendo le dita, solo le dita, con le braccia ancora lungo i fianchi. Si lecca le labbra e le mordicchia come se stesse trattenendo un’euforia esplosiva. I suoi occhi corrono rapidi sul muro.
Erika ha paura, una sincera paura di quell’uomo. Deglutisce e il fiato le diventa corto. Poi inspira per calmarsi: se tutti al dipartimento considerano quell’individuo uno stimato collega, lei lo avrebbe considerato uno stimato collega!

Decide si lasciarlo ai suoi pensieri e di occuparsi del resto della casa e a come organizzare il suo incantesimo. Più che i graffi sul muro, che da quel che aveva avuto modo di studiare erano fenomeni abbastanza comuni, la inquietava l’esplosione delle tubature e del lavandino. L’acqua è uno dei costituenti della Trama, forse l’elemento per eccellenza: è un tramite, ha memoria, è alla base della vita e quindi risuona con ogni aura vivente. Non è strano, quindi, che l’acqua nella stanza abbia reagito con le manifestazioni di possessione della collega. Non è nemmeno insolito che un cadavere si animi in presenza di entità ultra terrene, o a seguito di un forte stress psichico, proprio a causa dell’acqua presente in esso.

Si piega ad osservare gli sportelli semi aperti sotto al lavandino. Le tubature di plastica sono spezzate, esplose evidentemente dall’interno, e sono piegate come per effetto del calore. Che l’acqua sia andata improvvisamente in pressione? Il calore è un’altra forma di energia, nell’antichità il fuoco era considerato uno degli elementi costitutivi dell’universo, quindi perché non potrebbe esserci una connessione?
Il resto della cucina è in ordine. Indossa i guanti di lattice e apre gli sportelli. Barattoli di verdure cotte al vapore, tonno in scatola, sale, zucchero. L’uomo non cucinava, evidentemente, non c’erano spezie, né farina o un pelapatate. Guarda anche nel frigorifero: salumi sotto vuoto, yogurt, un pezzo di formaggio.

Erika apre la valigetta color alluminio con i suoi strumenti. Prende una piccola candela nera, un contenitore di rame dalla forma tondeggiante, dei fiammiferi e una stuoia in bambù. Si inginocchia davanti al lavandino, cerca cooperazione da Solìs ma lo trova ancora appiccicato al muro. Le ha detto di fare come crede e lei non ha intenzione di rimanere attaccata alle braghe di papà. Accertatasi che Solìs non le appaia all’improvviso alle spalle, prende il contenitore e, con i cerini e un piccolo blocco di ceralacca rossa, fa aderire la candela al suo centro. Poi lo riempie con cautela di acqua purificata con il sale, stando bene attenta affinché lo stoppino non si bagni, e poi posiziona il piccolo calderone sotto alle tubature. Attende alcuni minuti che, spontaneamente, qualche goccia d’acqua residua cada si misceli a quella purificata e poi, fatto il vuoto nella mente, accende la candela, con gesti misurati ed armoniosi.

La fiamma crepita instabile ma Erika si concentra sul fuoco e sul suo potere di scacciare il male, di bruciare gli incantesimi recitati. Se c’è qualcosa, in quel punto, che è stato invocato dovrebbe manifestarsi e scomparire. Erika vede nella sua mente una nube nera che rappresenta l’incantesimo e la spinge via, con la sua volontà, cerca di dissolverla. Ma la nube prende fuoco, si incendia di un verde intenso, come una grande luce nell’acqua di una palude, e poi si espande per poi contrarsi in un unico punto e svanire. Quando apre gli occhi la candela è completamente bruciata e sciolta, perfino il mozzicone di stoppino rimasto è carbonizzato e dell’acqua nessuna traccia.

“Solìs?” Chiama.
L’ispettore picchietta, con le punte invisibili delle sue dita, alcuni punti del muro parlottando tra sé e sé.
“Solìs!”

L’uomo non si muove, avvicina la guancia al muro per guardarlo di traverso. “Non è necessario che mi chiami ogni volta. Puoi parlare, ti sento.”

Erika prova un misto di rabbia e vergogna, fa una smorfia infastidita e poi tenta un approccio differente.
“Ho una reazione un po’ strana, qui, con le tubature. Vorrei parlartene. Tu cosa stai guardando? Hai notato qualcosa di interessante? Posso aiutarti magari, ho dato degli esami di criptografia.”
“Hmmm.”
“Lascia perdere.” Fa per voltarsi e ripulire ma la voce di Solìs le giunge stranamente eccitata: “Guarda. Guarda questi segni.”

Erika si avvicina e si mette alle sue spalle per seguirne lo sguardo.
“Scusami ma a me sembrano dei graffi casuali. Sono tantissimi. Capita che l’ambiente reagisca, magari si è solo scrostato l’intonaco.”
“No.” Risponde alzando la voce. Poi torna alla sua pacatezza soporifera: “Osserva. Sono tutti all’incirca della stessa altezza e dello stesso spessore. Cambia solo l’inclinazione. E guarda. Lassù c’è un gruppo di segni, lo vedi? Ecco, ora guarda dall’altra parte. Lì in basso.”
Erika segue le sue indicazioni a fatica, per quanto può vedere si tratta solo di centinaia di piccoli graffi.
“Forse con delle foto specifiche potremo analizzarli meglio. Non mi pare di aver visto del materiale valido tra la documentazione.”
Solìs si volta verso di lei con intensità, la fissa con sguardo febbricitante e annuisce: “Hai perfettamente ragione, me occupo subito.”
Confortata da quello slancio Erika ne approfitta per accodare altre domande: “Mi puoi spiegare perché hai chiesto del sonno all’inquilina?”
“Niente di particolare.” Risponde l’ispettore e prende una piccola macchina fotografica digitale dalla tasca e inizia scattare foto con delicatezza maniacale.


Se volete seguire l'autore la pagina facebook è questa: Valentino Eugeni

Inoltre è presente un'intervista divisa in parti: Parte 1Parte 2Parte 3

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