venerdì 7 aprile 2017

La Morte Velata - Capitolo 3 - Valentino Eugeni

Bentrovati lettori!
Eccoci al nuovo capitolo del Romanzo a Puntate di Valentino Eugeni, vi lascio il link al
 Capitolo 1 se qualcuno non lo avesse letto.E vi lascio il link alla pagina dell'autore: Valentino Eugeni
La Morte Velata, Capitolo 3

[Fruscii di fondo, ticchettare di orologio]
Si avvicina. Appoggia le mani sulle mie spalle per fissarmi negli occhi.
"Volete sapere cosa c'è scritto?" chiede. Io annuisco. Lui recita a memoria senza guardare la lapide sulla colonna dietro di lui.
"Qui, ove s'apre questo largo, sorgeva un tempo la bottega del barbiere Gian Giacomo Mora che, ordita con il commissario della pubblica sanità Guglielmo Piazza e con altri una cospirazione, mentre un'atroce pestilenza infuriava, cospargendo diversi lochi di letali unguenti molti condusse ad un'orrenda morte. Giudicati entrambi traditori della patria, il senato decretò che dall'alto di un carro prima fossero morsi con tenaglie roventi, mutilati della mano destra, spezzate l' ossa degli arti, intrecciati alla ruota, dopo sei ore sgozzati, bruciati e poi, perché di cotanto scellerati uomini nulla avanzasse, confiscati i beni, le ceneri disperse nel canale. Parimenti diede ordine che ad imperituro ricordo la fabbrica ove il misfatto fu tramato fosse rasa al suolo né mai più ricostruita; sulle macerie eretta una colonna da chiamare infame. Lungi adunque da qui, alla larga, probi cittadini, che un esecrando suolo non abbia a contaminarvi!
Addì I agosto 1630"
Io rispondo: "Più di cento anni sono trascorsi da allora, cosa ve ne cale? Perché mi avete condotta qui?"
E lui: "Cosa sono cento anni, o mille anni, mia cara, o tutti gli anni del Cielo per chi può vivere per sempre?"
Io rimango in silenzio.
[silenzio, fruscii, silenzio]

Gli uffici del Direttivo di Investigazioni Esoteriche di Torino sono ubicati in via Gustavo Adolfo Rol al numero 1. Erika Farnese è ferma da dieci minuti sul secondo scalino del portone d'ingresso, con il cuore in gola e l'ombrello in mano. La pioggerellina le ha inumidito i capelli, rossi e ricci, rendendoli autunnali. Il suo tailleur celeste è coperto da una miriade di minuscole goccioline; tiene l'ombrello chiuso puntato sulle scarpe di vernice come una spada. Fino a quel preciso istante non si è resa davvero conto di essersi laureata in Stregoneria, di aver acquisito un master in Tecniche di Indagine Esoterica, di aver superato gli esami di ammissione in polizia, di aver accettato l'incarico di investigatrice al dipartimento. Era stata troppo impegnata a studiare, e a litigare con sua madre, per sentire il carico emotivo di quella scelta. Ora è ferma, imbambolata, con l'ossigeno che si rifiuta di scenderle in gola perché la paura e l'insicurezza occupano tutto lo spazio. La sua incrollabile determinazione è scrosciata lungo le scale come un secchio di acqua saponata, paralizzandola.
Agenti in divisa e in borghese, faccendieri e inservienti vari, le passano accanto accennando smorfie, con i baveri alzati, gli ombrelli gocciolanti, lo svolazzare degli impermeabili.
Dopo un tempo infinito riesce a riprendere fiato, sente sulle labbra l'umidità dell'aria, maledice la sua vigliaccheria e, scrollando l'ombrello, avanza verso l'ingresso. Il portone è imponente, arcuato, decorato da colonne intrecciate, protetto da enormi porte di legno borchiato. Attraversa la porta piccola, e approfitta delle vetrate interne per darsi una sistemata. Ha un volto tondo dalle guance paffute, e grandi occhi color nocciola che le danno un'aria da eterna ragazzina, che detesta con tutto il cuore.
L'androne è enorme. Dal soffitto una cupola di vetro illumina un grande glifo esagonale di bronzo. E' posto al centro del pavimento, che è piastrellato di bianco e di nero. Sul glifo figure danzanti circondano un occhio vigile, e centinaia di rune e simboli corrono lungo complessi nastri drappeggiati intorno ai danzatori.
Dal lato opposto all'ingresso una lunga scalinata consunta sale ai piani superiori, e conduce a due balconate che girano tutto intorno all'androne. Erika prova un senso di vertigine nel guardare in alto. Quel luogo le ricorda le illustrazioni dei gironi danteschi, è opprimente in un modo subdolo: una gabbia gigantesca, ma pur sempre una gabbia. Oltre la cupola le nubi che sfumano in tutte le tonalità della cenere.
Vi è movimento costante di uomini e donne, di giacche, di cravatte, tacchi e camici bianchi. Su e giù per le scale, dentro e fuori dalle porte, dentro e fuori dal portone principale. Rumore di voci, di passi, cigolii di maniglie, e l'orchestra mai accordata dei cellulari. Erika sente il cuore accelerare, è una bambina persa al luna park.
Vedendola impacciata all'ingresso, uno dei due agenti ai lati del portone si avvicina e la indirizza verso il cubicolo del poliziotto di guardia. Erika ringrazia cortese, il suo bel volto tondo si illumina e si colora di imbarazzo. Erika si odia.
Nel cubicolo siede un poliziotto, un tizio in divisa robusto e di mezza età, che la saluta cortesemente, e già assume l'atteggiamento paterno e comprensivo che è costretta a subire ogni volta che si trova davanti ad un uomo.
"Buongiorno. Posso esserle utile?"
"Buongiorno sono Erika Farnese, devo prendere servizio oggi." La sua voce è ferma, professionale. Fa scivolare sotto l'apposita fessura un plico di fogli bollati e siglati. Il poliziotto controlla i documenti, annuisce in continuazione poi, con un ampio sorriso, dice: "Benvenuta a bordo allora. Ha appuntamento con qualcuno?"
"Sì. Devo vedere il direttore."
Erika non riesce a scrollarsi di dosso la sensazione di essere una scolaretta che deve incontrare il preside.
"Dunque, dunque." Sussurra il poliziotto, poi si alza avvicinando la guancia al vetro per poter indicare meglio. "L'ufficio del direttore è al secondo piano. Deve prendere le scale, vede? Poi sempre a destra. Comunque è indicato sulla porta."
"Grazie. Buon lavoro." Fa Erika voltandosi.
"Buona fortuna." L'uomo parla di getto, con gli occhi orgogliosi e il tono di chi raccomanda la maglietta di lana. Erika torna sui suoi passi, chiede con voce acida: "Grazie. C'è qualcosa che vuole dirmi? Qualche suggerimento magari?"
"No, no." Risponde imbarazzato. "Ho visto che deve prendere servizio come esperta di stregoneria e allora..."
Erika si avvicina al box. "Sì lo so, è il mi lavoro. E allora?" Ripete.
"Beh, è un lavoro pericoloso." Bofonchia. "Mi scusi, è che potrebbe essere mia figlia..." la voce si spegne in un sussurro confuso.
Di nuovo la sensazione di inadeguatezza, la mancanza d'aria, l'eco amplificato di ogni suono nelle orecchie. Afferra i documenti dalla fessura, li spinge nella borsa, saluta brusca e si dirige alle scale. Affronta con rabbia i gradini, caricando a testa bassa i malcapitati in discesa, e raggiunge il secondo piano. Dall'alto il glifo centrale è ancora più inquietante, ipnotico: pare vorticare, contorcersi come un nido di vipere.
La balconata è ampia, e pavimentata di cotto rosso come i suoi capelli, mentre le pareti sono di un giallino spento nella luce grigiastra, e le porte bianche sembrano denti di teschio. In fondo una finestra grande e quadrata, protetta da inferriate, proietta delle ombre lunghe a mala pena distinguibili. Questo è la Cappa: l'assenza di ombre, di differenze. Tutto è uguale, tutto è sfumato, indistinto. La vita e la morte, i giorni e le ere, tutto è un'unica, interrotta, sfumatura color piombo, e si sa per certo di non avere scopo, di non avere motivazione, se non quella di morire. E in questo eterno crepuscolo, intravedere fantasmi e presenze è cosa comune, tanto che si sta costantemente vigili, perennemente attenti con la coda dell'occhio. Eppure si finge di essere liberi, si corre, si fa, sapendo che la fine è sempre più vicina.
Erika legge le targhette ai lati delle porte, man mano che avanza lungo la balconata, poi si ferma.
Un uomo ossuto, con lo sguardo perso davanti a sé, attende su una panca di legno accostata alla parete. E' seduto in posa precaria, appena appoggiato al sedile. Capelli castani e spettinati, un volto lungo, zigomi alti, e una carnagione che ricorda il caffellatte con troppo latte. I suoi occhi sono di un verde intenso, sporgenti, e guardano qualcosa di distante. Gli occhiali, dalla foggia leggera e tondeggiante, sono appoggiati su un naso largo. Le sue labbra carnose si contraggono e si rilassano seguendo il ritmo di chissà quali ragionamenti.
Erika lo osserva di sottecchi per diversi secondi, c'è qualcosa di inquietante in quell'uomo silenzioso, qualcosa di non detto, che le provoca un ribrezzo istintivo. In quel momento la balconata è deserta e vedendo che l'uomo è seduto proprio accanto alla porta del direttore, Erika si trova a rallentare il passo pur non volendolo. L'uomo tiene le mani sulle ginocchia, ma le maniche della giacca gialla e, soprattutto della maglia, sono troppo lunghe e le coprono interamente. Si intravedono delle protuberanze, come anelli, e la punta delle dita pare sporca di inchiostro nero.
Erika, alla fine, è costretta ad avanzare, vorrebbe andarsene ma ovviamente non può farlo. Quando è a un metro da lui, l'uomo la guarda, voltandosi lentamente come un pupazzo a molla scarico, e Erika si inchioda al pavimento.
"La signorina Farnese." Afferma con voce bassa e tranquilla.
Erika si guarda intorno cercando di muovere solo gli occhi, poi sorride al meglio che le riesce.
"Sì sono io." Dice. "Sono qui per il colloquio con il direttore."
"Ovvio." Risponde. "Sono l'ispettore Kwame Solìs."
Erika tende la mano destra ma l'uomo la fissa, come se quel gesto fosse qualcosa di osceno e inappropriato. Erika ritrae la mano e lo fulmina con lo sguardo.
"Piacere." Soffia a denti stretti. "Ho letto il suo curriculum."
"Spero non creda a tutto quello che c'è scritto." Nella sua voce non c'è traccia di vanteria.
"Il direttore mi sta aspettando e sono già in ritardo. Voleva dirmi qualcosa?"
"No." Risponde alzandosi. "Volevo solo vederla."
Erika rimane a guardarlo ciondolare via, perfino il suo modo di camminare è assurdo. E' riuscita ad apparire una perfetta idiota con un suo diretto superiore, ed è in ritardo con il direttore. Sente sui polpastrelli la sensazione della sua scatola, la Scatola, e la desidera, ne ha bisogno, ma non può, non adesso, deve farsi coraggio, deve concentrarsi sul momento. Non importa l'opinione dell'ispettore, non importa l'opinione di nessuno.
Raddrizza le spalle, bussa discretamente alla porta, ed entra.
L'ufficio non è come se lo aspettava, è austero con un'unica finestra che da sul cortile interno del palazzo, una scrivania, la foto del presidente della repubblica, e le pareti occupate da librerie ingombre e alte fino al soffitto. La scrivania somiglia alla prua di una nave il cui ponte è di lucido marmo nero. Il marmo riflette il volto del direttore, e i libri alle sue spalle, dando l'impressione che l'uomo sia immerso fino alla vita nel catrame.
Siffredi è un uomo sulla settantina, ancora in forma, capelli sale e pepe accuratamente scriminati. Anche i suoi occhi sono grigi, dilavati. Indossa degli occhiali dalla montatura spessa e un completo blu. Tutto in lui dice: burocrate. Invita Erika a sedere su una delle poltroncine di pelle antistanti la scrivania, si sporge per stringerle calorosamente la mano.
"Signora Farnese. Buongiorno e benvenuta. Stavo leggendo il suo ruolino e devo dire che è encomiabile che una donna così giovane abbia dimostrato tanta dedizione all'indagine esoterica. C'è sempre tanto bisogno di energie nuove. Questo è un lavoro difficile, sa? Logorante." Il tono è da venditore di pentole, l'espressione volpina di chi è abituato a destreggiarsi tra alti papaveri.
"Mi rendo conto, lo immagino più che altro, signor Direttore." Ride complice. Anche Erika conosce bene quel mondo, lo conosce da bambina, e continua, con studiata e umile compostezza, appoggiandosi allo schienale. "Mi rendo conto che è difficile affidarsi a una persona giovane, specialmente in un ruolo di responsabilità. Però io le garantisco che metterò tutta me stessa in questo lavoro e che farò sempre del mio meglio."
"Ma che dice?" il direttore si inalbera.
Erika raddrizza la schiena. "Volevo dire che le garantisco il mio massimo impegno."
Il direttore fa una grande, fastidiosa, risata. "Io sono certo che farà un ottimo lavoro! I suoi punteggi sono eccellenti! Sono sicuro che andrà tutto per il meglio, e ci sarà subito bisogno di lei."
Erika avvampa d'imbarazzo.
"Faccia rapporto immediatamente al commissario Gregori, lo troverà al laboratorio." Il direttore abbassa lo sguardo sulle sue carte, la conversazione è finita.
"Certo. Vado subito." Si alza in piedi.
Il direttore sistema i fogli che ha in mano picchiettando i bordi sulla scrivania. "Prima che li raggiunga ci sarebbe un'ultima cosa."
"Mi dica."
Siffredi si sporge in avanti, congiunge le punte delle dita. Erika si aspetta che le dica di fare la brava, ma quando parla c'è una punta di autorità nella voce che la mette letteralmente sull'attenti.
"Diciamo che quest'ultima parte è da considerarsi confidenziale. Va bene?"
Erika annuisce in silenzio.
"Lavoro qui da anni, sa? Conosco ogni agente personalmente, e mi piace pensare di non aver a che fare con un ufficio ma con una grande famiglia. E' un concetto un po' romantico, forse, ma che vuole?"
"Grande famiglia." Ripete Erika piegando le labbra.
"Vado al sodo. Ho sentito che conversava con l'ispettore Solìs."
Erika ha un brivido lungo la schiena.
"E' un elemento estremamente brillante e capace, ma i suoi modi sono, -non glielo nego-, strani. Non ci voglio girare molto intorno: c'è chi lo trova insopportabile, mi capisce? Vorrei semplicemente che lei avesse un minimo di tolleranza verso di lui. Tutto qui. Imparerà ad apprezzarlo, glielo assicuro."
Erika annuisce tirata: tra le righe legge chiaramente che non vuole problemi. La nuova venuta stia al suo posto e non venga, dopo mezz'ora, a lagnarsi del loro cane da caccia col pedigree.

Uscita nel corridoio, dopo una raffica di convenevoli e complimenti, Erika è travolta dal silenzio. Ha il suo foglio di ammissione compilato e firmato, ha l'autorizzazione per il distintivo e il badge per l'accesso al laboratorio, ma non sa più da che parte andare. C'è silenzio sulla balconata, silenzio e caligine, e dall'esterno proviene l'onnipresente fruscio della pioggia. Non sa stabilire cosa le stia succedendo, un attacco di panico? Un calo di zuccheri? Si sente tirata attraverso la sua esistenza da un filo invisibile che le attraversa il ventre e che l'ha portata in quel punto, l'ha trascinata fino a quell'istante. Una vita non vissuta, vista dall'esterno, come un film con l'avanti veloce e ora, qualcuno o qualcosa, ha premuto play.

Se volete seguire l'autore la pagina facebook è questa: Valentino Eugeni

Inoltre è presente un'intervista divisa in parti: Parte 1Parte 2Parte 3

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