venerdì 31 marzo 2017

La Morte Velata - Capitolo 2 - Valentino Eugeni

Bentrovati lettori!
Mi scuso: settimana scorsa l'appuntamento con questa "rubrica" è saltato: ero via e non sono riuscito a dedicarmici. Ma da questa settimana torna l'appuntamento con Valentino Eugeni e il suo romanzo "La Morte Velata".
Vi lascio il link al Capitolo 1
E vi lascio il link alla pagina dell'autore: Valentino Eugeni
La Morte Velata - Capitolo 2
E' sorto un nuovo giorno.
Il Conte avverte chiaramente i movimenti degli astri, la posizione della luna, il viaggio nel cielo del carro del sole. In ogni istante, sia che vegli o che sia sottomesso a Morfeo, egli conosce i segreti dell'universo. In un angolo della sua mente vede il sole sorgere dietro le nubi grigie della città, e vede i morti sublimare dalla terra, e vede le anime e l'energia oscura che percorre le vie di Torino. Nonostante questa consapevolezza non riesce ad abbandonare il luogo di sogno in cui si trova.
E' nel suo palazzo, la grande dimora tra le due piazze, e giace in un grande letto a baldacchino ornato di oro e drappi di un rosso sanguigno, cullato da morbidi cuscini lo avvolgono. Sono di pregiata seta liscia e calda, anch'essi rossi come rubini, con nappe dorate che lo carezzano come dita di fanciulla. E il Conte rimane a crogiolarsi nel calore, nella beatitudine dell'incoscienza, finché apre gli occhi all'improvviso. C'è qualcuno nella sua stanza: occhi scuri e iracondi, occhi che bramano vendetta e morte e giustizia, che lo fissano invisibili da ogni angolo, da ogni ombra della stanza. Vorrebbe sollevarsi, tirarsi in piedi e affrontarli, sfidarli, ma non può. Sa chi è la sua avversaria, e desidera ardentemente fronteggiarla, dimostrarle la sua superiorità ma non riesce a muoversi. Quel giaciglio comodo e accogliente è diventato il suo sacello, il marmo della sua tomba, e i legacci dell'Inferno. E si guarda intorno sgomento, muovendo appena la testa, provando ad articolare parole vuote di scherno e di sfida, ma ottenendo solo dei patetici rantoli da moribondo.


Avverte dei passi leggeri a poca distanza dal suo orecchio. Poi li sente camminare dietro la sponda del letto. Piedi nudi, piedi leggiadri, e di nuovo gli occhi scuri a deriderlo, a torturarlo. Continua a dibattersi il Conte, sa che è giorno, sa che deve svegliarsi, sa che la città è desta e conosce alla perfezione il testo del messaggio che gli viene inviato, ma non può sottrarvisi. Nel sogno stringe gli occhi nel pianto ma non escono lacrime.
Ora i passi e lo sguardo hanno un corpo. Una splendida donna dalla carnagione scura, dal pube nero come la notte sotto un ombelico perfetto, un corpo più bello di Venere stessa. Non può vederle il viso. Ella ha il volto di tutte le donne e di tutte le madri, ma lui la conosce e sente la sua ira, la sua confusione. Vede un rivolo rosso scivolare dal collo tagliato. Lo vede aggirarsi come un serpente intorno ai seni e alle aureole scure, e poi scendere verso il basso, lungo le armoniche rotondità dei fianchi e delle cosce. E ode ogni goccia cadere sul pavimento di legno, forte come gli zoccoli dei cavalli da guerra e il rimbombo dei cannoni. Vorrebbe turarsi le orecchie, strapparle se necessario, ma non può, è immerso nella carne calda e sanguinolenta del suo letto e il sangue cresce, sgorga, lo soffoca...
Tornato alla realtà, il Conte respira l'aria stantia della sua camera da letto. Il letto a baldacchino è scomparso, non si usa in quest'epoca, così come lo scalpiccio degli zoccoli ha lasciato il posto ad una cacofonia di rombi modulati. La luce grigia della Cappa filtra dalle imposte serrate e le sue ombre si insinuano nella stanza, fluendo in ogni anfratto come acqua melmosa, velando di cenere ogni fregio. Si alza in silenzio e sempre tacendo si avvia alla stanza da bagno e si prepara alla purificazione.
La Signora della Carne, la Mater Nigra, la Rubedo alchemica, è pronta a tornare e lui deve essere pronto ad accoglierla. E' una lotta eterna, è la sua Grande Opera, e deve essere pronto a compierla, deve vigilare affinché non sia mai impreparato, affinché il Vaso sia sempre perfetto e pronto ad accoglierla. Ne va della sua vita, delle sue molte vite.
Lava accuratamente il corpo nell'acqua calda, tra le foglie del rosmarino e della salvia, per scacciare le influenze nefaste, le invidie, le larve che vorrebbero attingere al suo potere. La magia, la Vera Alchimia, è un'arte di perfezione. Perfezione nei gesti, perfezione delle parole e, soprattutto, perfezione nella volontà. Gli alchimisti, in ogni epoca, hanno disseminato i loro testi di simboli, di metafore ed allegorie, proponendo formule oscure, riti incomprensibili e una moltitudine di assurde fandonie da cartomanti e ciarlatani. Il primo insegnamento, la prima Verità, quando si intraprende il cammino della conoscenza superiore, è che non vi è differenza tra l'alchimista e la materia che trasforma. Così come non vi è differenza tra il vetro e il metallo dell'Atanor e il fuoco che vi brucia dentro, così come sono un unico essere gli abitanti della città e le sue strade, i suoi palazzi, i suoi stucchi. Niente accade per caso, nessuna scelta, anche le più piccole e insignificanti. Questa è la fonte del potere, del suo potere, e come è scritto nelle ruote del cielo, deve rinnovarlo, deve rinnovare l'Opera, e assurgere al trono che gli spetta tra le creature superiori.
Si asciuga con un bianco telo di lino, deve essere perfettamente mondo e puro. Ad ogni tocco ammira la perfezione del suo corpo eternamente giovane, ricettacolo ed emblema della sua gloria. Se mai è esistito sulla terra un uomo meritevole della sapienza questi è lui stesso, nessun altro. Viaggiando di corte in corte, di setta in setta, fino a scoprire i più oscuri segreti del Crocevia, fino a scovare il luogo dove è possibile compiere l'Opera, dove si miscelano le acque e le forze, dove tutto è instabile, lui, e solo lui, ha avuto il cuore e l'intelletto di afferrare dal Creato ciò che gli spettava, di sottomettere alla sua volontà le forze femminili, di ristabilire l'Ordine delle cose. Illuminato dalla luce della giustizia il Conte indossa le vesti cerimoniali, cremisi e sottili come indicato nel sogno, e si avvia nel suo Sancta Sanctorum, nella stanza adibita al Richiamo. Il Vaso deve essere perfetto, o potrebbe rompersi, la Signora potrebbe non trovarlo adatto e rifuggire, mordere la sua mano e graffiarlo come una tigre sfuggita ai legacci dei bracconieri. Ma lui sa come irretirla, come sedurla e soggiogarla al suo volere.
La sala del Richiamo è splendida, deve esserlo, deve rilucere di specchi e dorature, di figure nell'atto della danza e dell'amplesso, poiché il Richiamo deve essere carnale, deve far pulsare il sangue. Sul pavimento di piastrelle bianche e nere, per onorare i due poli dell'universo, per risuonare con i due poli della città, è posta una colonna di marmo nero sulla quale un serpente dalle scaglie rosse. E' ricoperto da sottili lame di rubino e granato, e si attorciglia e apre le sue fauci su di un ripiano lucente. Al centro del ripiano di marmo una candela sanguigna, larga e alta, svetta come un torrione. Le Serpent Rouge, il tentatore, la voce che risuona nei secoli e che non può essere ignorata. 
Sorride il Conte nel vedere l'ennesima riprova del suo talento e della sua arte. Pregusta nel corpo e nell'anima il potere della Rubedo, la forza creatrice, come una scossa dalla nuca ai lombi, come un carnale amplesso e, pieno del desiderio di essa, si avvicina alla colonna. Con la mano sinistra prende una pergamena di capretto bianco, con la destra una piuma di corvo. Poggia la pergamena sul piano, sollevando i polsi verso il soffitto, affonda la punta acuminata della piuma nel polso sinistro ritraendola gocciolante di sangue. Scrive un nome sulla pergamena, lentamente, armoniosamente, con caratteri ampi e morbidi. Poi la arrotola e la stringe in un nastro rosso. Accende la candela fissandone la luce vivida finché non avverte il fuoco avvampare negli occhi.
"Ego te vinculo animam meam, ego te vinculo corpus meum, quid tua mea et semper."


Con la volontà perfettamente concentrata su quel punto luminoso, avvicina la pergamena alla fiamma, la vede imbrunire e poi accendersi, e attende che il fuoco la trasformi in cenere e il fumo diventi messaggero dei suoi comandi.

Se volete seguire l'autore la pagina facebook è questa: Valentino Eugeni

Inoltre è presente un'intervista divisa in parti: Parte 1Parte 2Parte 3

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