giovedì 16 marzo 2017

La Morte Velata - Capitolo 1 - Valentino Eugeni

Buongiorno a tutti lettori!

Oggi prende il via una nuova collaborazione e un nuovo progetto con Valentino Eugeni. Da oggi infatti il suo romanzo "La Morte Velata" verrà pubblicato capitolo dopo capitolo su questo blog.
L'appuntamento sarà settimanale e fissato per il giovedì (a meno di stravolgimenti) mentre il venerdì pubblicherò interviste mirate all'autore dove ci parlerà di questa sua scelta, dei personaggi e molto altro.
Spero che la cosa vi piaccia, lascio subito la parola a Valentino e al suo primo capitolo!
Vi lascio inoltre la sua pagina dove potrete scoprire molto di più sull'autore!  Valentino Eugeni


La Morte Velata - Capitolo 1

di Valentino Eugeni


Uno
[fruscio di sottofondo, ticchettare di orologio.]
"Sorella mia, la realtà è percezione, la volontà è l'unico limite, il tempo è il solo nutrimento. Gli istinti e i moti dell'anima sono riflessi delle leggi che governano tutta l'Onda. Nutrimento e Sopravvivenza sono imperativi universali."
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***

Sono le sette e trenta del mattino di un mercoledì.
Sandro Verri ferma l'auto di fianco a un giardinetto di periferia mal tenuto, accodandosi alle vetture blu della Territoriale. I lampeggianti delle auto sono spenti, gli abitacoli vuoti, i vetri rigati di acqua e polvere. Il cielo di Torino è di un grigio quasi bianco, e una pioggia sottile picchietta sui tetti e i marciapiedi come manciate di sabbia gelata. Sandro apre lo sportello, esce, e impreca per l'acqua in faccia. La chiamano Cappa Grigia, un'espressione che qualche giornalista del cazzo ha fatto entrare nel gergo comune per quella sorta di malinconica poesia che ispira. Cappa grigia, che idiozia. Il maltempo, la pioggia, sono solo l'effetto fisico di un trauma più profondo che schiaccia e corrode le anime giorno dopo giorno, goccia dopo goccia: è tristezza senza appello, è la consapevolezza della propria fine, della propria nullità. Fosse solo pioggia, non sarebbe un problema.
Sandro gira intorno all'auto, apre il bagagliaio incastrato forzandolo con uno strattone. Afferra le due ingombranti valige del rilevatore aurale e le poggia direttamente in una pozzanghera, tanto si sarebbero bagnate comunque. Sbatte lo sportello, vi appoggia sopra le mani. Tutto intorno si innalzano appartamenti popolari fatti di cenere e scaglie di sapone marcio. Loculi con panni stesi e piante malaticce su balconi da penitenziario. Un deprimente angolo di periferia, un giardinetto con due panchine di schifoso legno, e i bossi tagliati a palloncino. Che senso ha vivere in un posto del genere? Che senso ha vivere in un mondo dove tutto è morte? Vorrebbe spaccare tutto, tutto.
L'ingresso del palazzo è anonimo e squadrato: alluminio e vetro satinato sul quale la pioggia corre in rivoli spezzati. Sandro afferra le valigie, si avvicina alla porta con le scarpe che schizzano acqua perché l'asfalto è irregolare. Sale un paio di gradini e spinge le porte del condominio lasciate aperte. La cabina del portiere è vuota, abbandonata da tempo, un relitto inutile in un alveare. L'androne pare studiato per essere perennemente in ombra e le scale, bianche e scarne, proiettano delle lugubri strisce sul pavimento. Il primo piano è stranamente silenzioso, troppo silenzioso. Niente passi, niente voci o trilli di cellulare, solo un silenzio umidiccio. Lo stesso silenzio di Mirella quella mattina, la stessa aria triste e imbronciata.
Di riflesso affronta le scale in punta di piedi, l'idea di usare l'ascensore gli sembra troppo rumorosa, e si trova nel corridoio del primo piano. E' lungo e angusto con una decina di porte di finto noce disposte come lapidi, e una sola finestra dall'altra parte. Sandro si avvia verso il secondo piano camminando senza far rumore perché quelle pareti non lo vogliono, non lo accettano, e guarda le porte una ad una, come se le loro bocche serrate potessero spalancarsi all'improvviso e inghiottirlo. Sugli stipiti di molte porte vi sono dipinte rune bianche e spigolose, o appesi dei pendagli di bronzo e legno, squadrati e forati al centro. Riconosce qualche simbolo qua e là: buona sorte, protezione dal male, tenere lontani i trapassati. Come se bastasse qualche gingillo a buon mercato per farlo. Se così fosse non servirebbe il dipartimento, sarebbe bello.
Il terzo piano è simile al primo e al secondo, solo la presenza di un assonnato collega della Territoriale gli fa capire di essere arrivato. L'appartamento numero 33 è aperto, la porta spalancata, un nastro di plastica giallo messo di traverso sul vano dell'ingresso. L'agente dondola annoiato da un piede all'altro, e poi sbadiglia a bocca aperta.
Sandro lo saluta bruscamente, fa un cenno col mento, ma rallenta il passo non appena riesce a guardare dentro. La porta dà su una minuscola anticamera buia, con appeso un impermeabile asciutto, e un tappeto marrone. Di fronte un'altra porta aperta, sulla quale è stato messo il nastro bianco e viola del dipartimento: "Indagine extrasensorea in corso."
Per qualche strano motivo si è convinto di essere arrivato per primo quella mattina, ma è evidente che Petra è già in azione. Ancora la voglia di spaccare tutto, non vuole parlare con nessuno, non vuole sentire la voce di un'altra donna. Ma è il suo lavoro, è forse l'unica cosa per la quale ancora si sente utile e, dopo un istante, si china e passa sotto al nastro.
L'appartamento è un'unica stanza dalle pareti bianche ma usurate. Cucina in finto legno sulla sinistra, una finestra che dà sul palazzo di fronte, un letto ancora rifatto ma usato evidentemente per sedersi. Sopra al letto dei pensili bianchi, un armadio economico a due ante, e una porta a soffietto verso un bagnetto piastrellato di bianco sporco. Appoggiato all'altra parete c'è un divanetto di stoffa, cuscini a fiori, riviste di tecnologia con donne nude e cellulari.
La cucina è pulita ma usata di recente: si vedono le impronte delle dita sugli sportelli, c'è un bicchiere vuoto nel lavandino e un pentolino, qualche schizzo sul fornello e sul ripiano.
In piedi, appoggiata con la schiena alla finestra, Petra Piasecki alza la testa dal petto. Ha i capelli biondi a caschetto, appiccicati dal sudore sulla fronte, gli occhi celesti, la carnagione pallida. E' alta, molto alta, e magra, e tiene le mani sotto le ascelle. Indossa un maglioncino rosa e dei pantaloni cachi che le fanno il culo grosso. Sandro la saluta con un cenno della testa, non ha voglia di parlare, e nemmeno lei evidentemente perché gli risponde con un mezzo sorriso tirato. La vede tremare per un attimo, aspetta un secondo per vedere se ha bisogno di qualcosa, e poi prosegue con il sopralluogo: con il lavoro che fa è normale che sia sconvolta dopo ogni intervento. Cosa diavolo lo hanno chiamato a fare? La solita disorganizzazione che non fa altro che farlo litigare e litigare con Mirella. Sente ancora in testa il suo piagnucolare. Sbatte praticamente le valigie a terra, indossa i guanti di lattice che ha in tasca e si china sul cadavere. E' così abituato ai morti che non lo ha notato finché non ci è andato a sbattere contro.
L'uomo è disteso a terra sulla schiena, le mani giunte sul petto, poggiate una sull'altra, e un'espressione serena che rasenta il sorriso. Indossa una giacca marrone di lana su una maglietta bianca a collo alto e jeans scuri. E' abbronzato, color mocassino, e sfoggia una criniera brizzolata. Dal polso sinistro pende un bracciale d'oro, pacchiano, con incisioni angeliche in enochiano: un talismano di lunga vita. A Sandro si piegano all'insù gli angoli della bocca.
A parte la posa ben composta, non c'è niente di insolito su quel povero disgraziato. Del resto è sempre così nel suo lavoro. Un bel colpo di pistola, una coltellata in pieno petto, ecco un modo decente di andarsene.
"Che mi dici, Petra?" vorrebbe essere più gentile ma non ci riesce, le parole gli escono dure e svogliate perché, in realtà, sta parlando ancora con Mirella.
Petra si volta sbattendo le palpebre, distratta. Si stacca dalla finestra, fa per avvicinarsi, ma si ferma impacciata torcendosi le mani. Petra supera in altezza Sandro di almeno venti centimetri; il naso affilato è arrossato intorno alle narici, la pelle delle guance mostra alcuni capillari bluastri sottilissimi, gli occhi, per quanto azzurri e dolci, sono spaventati.
"Niente, Sandro." Petra non sa dove guardare.
"Che vuol dire niente?" sbotta. Quell'aria da bambina lo intenerisce ma non riesce a essere gentile.
"Niente, Sandro. Non succede niente." Fa lei.
Lui scrolla le spalle infastidito, le paturnie della collega non gli vanno giù, mette le mani avanti.
"Monto il rilevatore, ok? Faccio le letture e me ne vado al dipartimento, così ti lascio in pace. Quando hai voglia di darmi qualche spiegazione sono a tua disposizione."
Petra agita le mani nervosa. "Scusami, non volevo. Cioè, mi sono espressa male."
"E spiegati..."
"Volevo dire che ho provato un contatto ma non succede niente. Sono due ore che provo..."
"Sei arrivata alle cinque e mezza?"
"Uh?" Petra è assente, distoglie lo sguardo. "Sì, le cinque. Non dormivo, e allora sono venuta direttamente qui."
Sandro annuisce, e alza le spalle.
"Io ho dato solo un'occhiata al referto di Narni stamattina, tu l'hai visto? Ha detto che la morte è avvenuta non più di sei ore fa."
"Sì, l'ho letto." Apre le braccia magre, le lascia ricadere sul corpo. "In condizioni normali l'anima impiega un paio di ore per il distacco dal Corpo Fisico. E comunque entro le sette, otto ore, è ancora molto facile sia percepire la presenza dell'anima del defunto che comunicare."
Sporge il labbro inferiore come un bambina posando lo sguardo su ogni oggetto della stanza.
"Ho fatto il corso base anche io..."
Petra tira indietro la testa, alza le sopracciglia bionde e pigola: "Volevo dire che dovrei riuscire a..."
"Magari Narni ha sbagliato diagnosi. Monto il rilevatore."
Sandro fa per girarsi e tornare alla valigie ma Petra continua: "No. Sono sicura che ha ragione."
"Hai lavorato tanto ultimamente, magari non riesci a concentrarti. Può succedere."
Lo sguardo della donna diviene più duro, serra le labbra e deglutisce.
Sandro fa dei gesti vaghi con le mani. "Come non detto."
"Lo so fare il mio lavoro!" replica Petra. Sotto pressione viene fuori il suo accento polacco, fissa il pavimento quasi si vergognasse.
"Non ho detto questo." Verri cerca di spiegare, ma nella sua mente continua a chiedersi perché le donne debbano sempre cavillare, non capiscono mai quando è il momento di non frignare e di lasciar perdere!
"E se ti dico che non c'è anima da contattare, non c'è!" Continua lei.
"Certo che sai fare il tuo lavoro, dai Petra, non fraintendermi."
Verri diventa conciliante, con il tono che si usa con i bambini petulanti. Ci mancava solo la collega in crisi di autostima.
La donna si volta verso la finestra. "Scusami." Sospira Petra, e la sua voce non vuole saperne di tornare morbida. "Sono molto stanca, è vero. Dormo poco e male ultimamente. Ma ti posso assicurare che qui dentro non ci sono vibrazioni residue, né presenze. Silenzio assoluto." Si porta le mani alle tempie. "E' come se fossi sorda!"
Sandro Verri respira fa entrare e uscire aria dai polmoni, si concentra sul suono del respiro, sulla sensazione fredda e poi calda. Alla fine parla con tono piatto: "Oggi è cominciata male. Quando dici che non ci sono presenze, intendi le anelanti? E' assurdo, ci sono sempre."
"Esatto." Sbotta Petra. "Le anime che cercano di rientrare ci sono sempre! Ma oggi no, qui no."
Cade di nuovo il silenzio. Sandro si frega le mani e si gira verso le valigie.
"Cerchiamo di capirci qualcosa, altrimenti Gregori chi lo sente?"
Petra accenna un sorriso ma continua a guardare fuori dalla finestra.
C'è silenzio. Sandro vuole far finta che sia una normale giornata di lavoro, normale per quanto possa esserlo sotto quel cielo agonizzante, ma lo sente nelle ossa il silenzio. Tacciono i rumori, tace lo scorrere del sangue. La vita è un bambino picchiato che sente schioccare la cintura dei pantaloni. Rabbrividisce.
"Adesso monto il rilevatore aurale e vediamo che ci dice." Parla ad alta voce, esorcizza le sue paure. "Se c'è qualcosa qui dentro lo sapremo."
Petra si umetta le labbra. Non sa spiegare cosa prova, nessuno può capirlo. Come puoi spiegare i colori a chi non può vederli?
Nella stanza, nel palazzo, c'è il vuoto, il niente, otchłań, e quel vuoto la chiama. Guarda verso il basso e trattiene un grido, è come se vedesse tutto in trasparenza: il pavimento, le travi di cemento armato, i ripiani dei balconi, e giù, più giù, fino alla terra, sotto terra, l'Altrove...
Sandro apre le valige con uno schiocco; all'interno vi è una struttura di polistirolo con degli incavi precisi per la delicata strumentazione: strutture telescopiche simili a dei cavalletti fotografici, un pannello di controllo con display pulsanti e manopole. Prende il generatore di spettro aurale e lo tira fuori con delicatezza; poi stacca dalla cintura un misuratore di campo ESP e si mette a esplorare la stanza. Sandro è un uomo dalla carnagione olivastra, occhi scuri, capelli corti di un nero corvino, mascella quadrata e corporatura da atleta. Venera i suoi strumenti come si venerano i santi: si affida a loro per conforto e sicurezza. Si muove nella stanza con gesti precisi, aggirando il cadavere con naturalezza come si farebbe con un tappeto o un tavolino.
Petra lo osserva senza parlare, lui non la guarda, è occupato a pregare i suoi santi, ma lei trema. Vorrebbe avvicinarsi, stringerlo, sentirsi protetta da lui, ma lo vede camminare sul baratro, nell'aria, come su di un pavimento di vetro fragile, di ghiaccio che si sta sciogliendo. E l'Abisso la chiama. Prova l'impulso di gridare isterica, di urlare, di gettarsi dalla finestra. La testa le gira, le punte delle dita sono fredde, ha freddo dentro.
Sandro si ferma in un angolo tra il bagno e il letto, ha girato e rigirato la stanza perché i valori che legge sono un po' strani ma alla fine ha trovato dove innalzare i suoi altari e posizionare il generatore GSA nel punto di minima interferenza.
Il baratro vortica di nero e verde, ma quello che le fa paura è il silenzio, il silenzio della vita.
Poco più in là posiziona la console, collega i cavi, estende i trespoli alti come ceri pasquali tutti intorno al cadavere. Esegue con attenzione le necessarie calibrazioni. Le sue dita si illuminano dell'azzurro e del bianco dei led del display. Scambia un cenno di assenso con Petra per avere la sua totale immobilità: la cerimonia ha inizio e tutti devono stare attenti e composti.
C'è qualcosa nel vuoto, c'è qualcosa nel vuoto! Petra non riesce ad aprire bocca, non riesce a parlare, non riesce a respirare ma Sandro è impegnato a celebrare la sua messa e non la guarda. 

La console si attiva. Le spie rosse delle antenne di battimento aurale si accendono all'unisono, illuminando la stanza di luce rossa e densa come un'antiquata camera oscura. Le antenne ronzano piano, prima gravemente e poi con un suono sempre più acuto, e intorno al cadavere compaiono minuscole scintille verdi come polvere in un raggio di luce. Poi il suono cresce d'intensità, Verri si porta le mani alle orecchie, la luce nella stanza diventa di un verde pallido, acquoso, soffocante. Dopo un lampo durato una frazione di secondo, la macchina si spegne di colpo. L'ambiente piomba di nuovo nel grigiore del mattino e Sandro Verri sbianca.

Se volete seguire l'autore la pagina facebook è questa: Valentino Eugeni

Inoltre è presente un'intervista divisa in parti: Parte 1Parte 2Parte 3

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