giovedì 23 febbraio 2017

Derioma - Antonio Polosa -

Buonasera a tutti!!!
Oggi vi lascio un annuncio... un libro uscito già da qualche tempo ora ha cambiato grafica, ha corretto qualche errore e.... E' GRATUITO!!!
Che aspettate a vedere se vi interessa? 

Derioma

Di Antonio Polosa



Trama

Il Derioma è un'essenza nata dall'odio e dal rancore delle vittime della grande guerra, e sta dando la caccia a tutti i vassalli dell'imperatore, estinguendone persino la progenie. Gemma, figlia di Re Erasmo, è costretta a una disperata fuga in compagnia del cavaliere errante Arturo e di un ambiguo viandante che le donerà invece una nuova speranza di salvezza; l'amore, la felicità. L'unico modo per sfuggire alla caccia del Derioma è non provare i sentimenti di cui esso è pregno. Eppure, ancora una volta, la fiaba si trasformerà in un incubo che li condurrà attraverso mondi sull'orlo della distruzione e della rovina, in cerca dell'origine dell'universo.


Note dell'autore

-Derioma è molte cose. È un esperimento, è una genesi, è un viaggio, è un inno e un dono a chi scrive e a chi legge. Un viaggio un po' personale attraverso i generi letterari che compongono il romanzo ma anche un viaggio impersonale affrontato da due protagonisti sempre diversi tra loro. 

-L'Io più umano, più spontaneo vive nei sogni, quelli privi d'incoscienza, quelli a cui tutti noi affidiamo sempre la nostra vita. 

-Se il potere di un Dio è quello di creare e distruggere mondi e vita, allora chi scrive -  e in particolare chi scrive Fantasy - può liberamente definirsi tale. E se il potere del Destino è quello di far proseguire la vita, il tempo e la storia, allora ecco che ne emerge il ruolo del lettore.




Biografia:

Antonio Polosa nasce nel 1991 e vive a Oppido Lucano, un piccolo paese della Basilicata. Ama l'arte in qualsiasi sua forma, ha studiato computer grafica a Torino e inventa e abbozza personaggi e storie già dall’età di 10 anni. Ispirato dai grandi classici del genere e da sempre appassionato di fantasy, passa la propria adolescenza scrivendo oltre otto romanzi inediti e creando un'infinità di mondi diversi, annoiato dalla realtà o forse semplicemente dalla sua stessa pigrizia. Autore della saga fantasy "Gheler l’esploratore" edita dalla Damster e composta da cinque libri, e del romanzo autopubblicato "Derioma", che ne rivela in parte l'universo.  




Pagine: 364
Prezzo: € Gratuito

Pagina Facebook Autore: Gheler l'Esploratore
Blog Autore: Gheler l'Esploratore


Assaggio del libro:


Il regno dei grandi fiumi


C'era la terra dei grandi fiumi, circondata dalle montagne di confine, una terra verde e piena di vita, una terra che non temeva i racconti dei superstiziosi e che poteva vantare di valorosi uomini e caparbie donne. Una terra governata dal re che ogni uomo onesto merita e desidera. Una valle sempre verde e prospera che mai aveva visto il sangue di un uomo imbrattare le sue foglie o udito il clangore delle spade e degli scudi di una battaglia. Circondato da alte rocce incappucciate di neve, il piccolo regno di Verdecammino viveva nella tranquillità e soprattutto nella semplicità, felice del lavoro dei suoi contadini e minatori e fornai e fabbri, tutti riccamente ricompensati. Perché la città delle Gemme che brillava sotto i caldi raggi del sole d'estate, era la più ricca e prospera di tutto il continente. I fiumi che cadevano giù dalle montagne erano la vera fonte della sua fortuna. Le acque, dolci e gremite di pesci, abbeveravano grandi pascoli, innaffiavano i grandi campi dei villaggi e conducevano nelle grandi miniere di diamante. I regni di confine erano felici di porre i loro omaggi a quello di Verdecammino, sì, felici ma anche invidiosi. Nonostante i fiorenti commerci e regali che il re donava loro come preziosi manufatti ricolmi di gemme, i signori delle terre di confine diventavano sempre più difficili da soddisfare man mano che gli anni passavano. Mentre nei loro regni malattia, siccità e povertà compivano stragi, in quello di re Erasmo sesto di Verdecammino aleggiava una perenne felicità. E qui, nel palazzo più alto e lussuoso dei tredici regni del continente, viveva una fanciulla cresciuta nella beatitudine della corte e nell'inconsapevolezza della grande guerra.
La principessa Gemma era, come tutte le donne del suo regno, caparbia e scontenta. Caparbia perché spesso, anche solo per dispetto, infrangeva le leggi del castello o dava spettacolo della sua persona creando imbarazzo in tutti gli animi dei nobili. Scontenta perché quella vita la annoiava, tutti i suoi impegni da futura regina la annoiavano così come tutte le ore in cui era obbligata al ricamo, allo studio e alle infinite prove di abiti e acconciature di Erminia, sua serva e amica. Durante le riunioni tra nobili, nelle feste in città, nei fastosi banchetti; ovunque e in ogni occasione la principessa doveva sedere immobile di fianco al padre con il solo scopo di mettere in mostra la propria regale bellezza. Nient'altro. Non una parola di troppo, solo cortesie e sorrisi e questo più di ogni altra cosa la annoiava. Ragione per la quale spesso dava prova del suo caratteraccio come ad esempio mangiare con la stessa foga di un uomo, ruttare sommessamente in pubblico o fare smorfie a chi dalla sua bellezza rimaneva incantato, fissandola per tempi indefiniti.
Erasmo, almeno quando era in pubblico, provava imbarazzato a giustificarla o a riderci su eppure mai con sgarbo, mai alzando la voce con rabbia o agitandole un indice accusatorio contro. No, a Erasmo non piaceva imporre la propria autorità sulla sua unica figlia. In fondo anche la regina era come lei da giovane. Gilda, infatti, era l'unica consolazione per Gemma. Quando le due cenavano insieme e in solitudine sembravano avere la medesima età. Litigavano come bambine, ridevano a crepa pelle, facevano apprezzamenti sul figlio di quel nobile o ne criticavano l'acconciatura e gli abiti. Più che madre e figlia sembravano sorelle e questo più di tutto confortava l'animo irrequieto del re. Irrequieto perché da qualche tempo brutte voci erano giunte alle sue orecchie.
I regni di confine avevano smesso di guardare con invidia alle sue terre perché consapevoli dell'unico e vero gioiello che avrebbe permesso loro di diventare ricchi: Gemma. La principessa avrebbe presto compiuto la maggiore età e poiché figlia unica, diventava automaticamente l'erede al trono del regno di Verdecammino. Chiunque avesse sposato Gemma sarebbe diventato il re e di conseguenza il padre di tutte le fortunate e rigogliose terre dei grandi fiumi.
Così, nei giorni che anticipavano il compleanno di sua figlia, molte lettere arrivarono a Città delle Gemme. Qualcuno chiedeva udienza, altri erano più diretti e rivelavano le loro vere intenzioni. Alcuni principi invece arrivarono dall'est senza nessun preavviso, mascherando la pretesa di conoscere la principessa Gemma dietro falsi rapporti di commercio o doni di semplice apprezzamento dedicati al più bello e luminoso germoglio di tutto Verdecammino. Ovviamente il re
non aveva alcuna intenzione di cedere sua figlia in sposa così facilmente e questo fece infuriare molti dei regni confinanti. Qualcuno lo chiamò stupido, altri lo minacciarono di guerra eppure Erasmo non si piegò a nessuna di queste offese. Ma nonostante la forte volontà e l'amore verso sua figlia, il re sapeva che senza un erede maschio il suo casato non aveva alcuna speranza di mantenere il dominio su quelle rigogliose terre.
La regina provava sempre a consolare l'animo affranto di suo marito. La mancanza di nuovi figli era causa sua, gli aveva detto il sacerdote della cattedrale, causa della sua poca fede in Dio e dei peccati da loro commessi. Da quel giorno in poi Gilda aveva passato più tempo in ginocchio a piangere che nella sua ricca corte. «Quando eravate giovane avete pregato perché salute e ricchezza trasformassero il regno di vostro marito in verde e prospero» gli aveva detto il sacerdote, «e così è stato. Ma nella salute e nella ricchezza gli occhi di Dio cambiano direzione, accecati dal bagliore dell'oro e delle gemme, per questo adesso vi è così difficile trovare conforto nelle preghiere, perché Dio non vi ascolta» allora Gilda aveva abbandonato tutte le collane, i bracciali e le sete pregiate e si era vestita con stracci. Eppure ancora Dio non esaudiva il suo desiderio di avere un figlio; ma questa è un'altra storia.
La storia di cui voglio parlarvi, riguarda proprio quella della loro unica figlia. Gemma Cesari, magra, capelli d'oro e occhi verdi come smeraldi non aspettava altro che la maggiore età, ovvero i ventidue anni. Una volta maggiorenne la sua parola poteva diventare legge e la sua autorità su chi invece ne era privo, indiscussa. Non attese nemmeno i festeggiamenti, all'alba del trentuno marzo si fiondò giù dal letto, indossò degli abiti di seta e svegliò la sua amica Erminia con foga ed eccitazione. «Sveglia!» le urlò, «andiamo, prima che l'intera corte si desti!»
«Se urlate in questo modo sarete voi a farlo» balbettò stancamente Erminia.
«La principessa Gemma è nata alle quattro del mattino quindi sono già nella maggiore età. Le guardie del castello e gli stallieri non potranno più discutere i miei ordini» le urlò saltandole sul letto.
«E quindi?» la donna, poco più grande di lei, si nascose sotto le coperte ma Gemma non gli diede alcuna tregua.
«E quindi voglio cavalcare fuori dalla città, lungo il fiume d'argento e attraverso la foresta nera»
«Siete forse impazzita?»
«Se resto in questo palazzo per un altro minuto di più, impazzisco davvero. Andiamo!» e le tirò via completamente le lenzuola.
In punta di piedi attraversarono i lunghi corridoi del palazzo reale e raggiunsero l'armeria. Una volta dentro, le due donne si vestirono con cuoio, elmetti, stivali alti e mantello e si precipitarono nelle stalle, dove Oia il ragazzo dei cavalli con la faccia da cavallo dormiva beato sullo stesso fieno che gli animali stavano mangiando.
«Sveglia!» il ragazzino sobbalzò con così tanta violenza che le due fanciulle si piegarono in due dalle risate.
«Princi... Principessa Ge... Gemma» tutte le volte che Oia vedeva la principessa cominciava a balbettare e la cosa divertiva ancora di più la ragazza.
«Mio eroe» recitava tutte le volte Gemma facendolo arrossire, «la mia fidata stella del mattino è sellata e ferrata?»
«S... Sì, ma nessuno mi ha detto che... che voi...»
«Sono nella maggiore età, mio eroe. Non mettere in discussione il mio volere e la tua testa non finirà impalata su una picca» allora il ragazzo cominciò a balbettare più del solito masticando frasi senza senso. A quel punto Gemma si piegò in due dalle risate e spintonò il ragazzino nel fieno dal quale si era appena svegliato. «Tornatene a dormire» gli disse.
«Cavalcheremo insieme?» domandò Erminia.
«Siamo così magre e basse da pesare meno di un uomo in armatura. Andiamo» Gemma si tirò sul dorso del destriero con forza e aiutò la sua amica a fare lo stesso. «Vedi? Ci stiamo addirittura nella stessa sella»
«Questa volta vostro padre potrebbe arrabbiarsi davvero» Gemma fece un gesto vago con la mano e sbuffò per spostare via il ciuffo biondo di capelli che gli era caduto sugli occhi.
«Quando se ne accorgerà, manderà di sicuro tutto l'esercito reale a cercarci come ha sempre fatto»
«Ma è il vostro compleanno, molte mansioni e preparazioni richiederanno la vostra presenza»
«Sono sicura che riusciranno a cavarsela anche senza i miei consensi e dissensi. Ah!» urlò e spronò il bianco destriero che nitrendo partì al galoppo.
Attraversate tutte le vie dalla città tra le imprecazioni di chi per poco non veniva investito dalla sua folle corsa, si avvicinò lentamente ai guardiani del ponte levatoio e urlò loro di aprire il passaggio.
«Oggi è il compleanno della principessa, nessuno può entrare o uscire dalla città se non con valide ragioni!» gli urlò un uomo.
«Ebbene» gridò Gemma togliendosi il cappuccio del mantello e l'elmetto di ferro e cuoio, «la mia autorità come principessa forse potrebbe essere una valida ragione, non credi?» la giovane guardia sobbalzò, si alzò in piedi e abbozzò un modesto inchino più e più volte.
«Mia signora, ecco... l'ordinanza dice...»
«La testa, su una picca» accompagnò la frase con i gesti della decapitazione e la conseguente paura della guardia fece ridere Erminia che, tuttavia, riuscì a non farsi udire dalla vittima. «Non è questo che succede a chi non ubbidisce agli ordini della famiglia reale?»
«Io... beh... Mia signora quella legge non è più in vigore da molti anni» ammise.
«Oh, e cosa succede oggi a chi si rifiuta di obbedire agli ordini di una principessa nella maggiore età?»
«Viene... bandito, o punito alla gogna. Dipende dal grado di...»
«...e a voi piace molto questa città, dico bene?» il ragazzino annuì lentamente. «Il vostro nome?»
«Maffeo, signora»
«Aiuto!» urlò Gemma, «la guardia Maffeo vuole abusare della mia bellezza! Aiuto!» Maffeo portò il peso da una gamba all'altra, sempre più a disagio. «La guardia dal ridicolo nome non vuole obbedire ai miei ordini!» gridò ancora, «Maffeo mi ha insultata pesantemente!»
«Abbassate il ponte!» urlò infine l'uomo sempre più rosso in volto. «Aprite le porte!» tra le risa delle due ragazze il ponte levatoio si abbassò, rivelando le verdi praterie ai piedi della città che portavano nei campi dei contadini. Gemma tirò le redini e condusse Stella del mattino su un altro sentiero, quello che portava a est e che seguiva il corso del fiume d'argento per infine perdersi nella folta vegetazione della foresta nera. «Ah!» urlò al cavallo in preda all'entusiasmo, «Ah! Più veloce!»
Maffeo la guardia si piegò in due e sospirò a pieni polmoni, maledicendo quell'assurda situazione. E adesso cosa doveva fare? Continuare la ronda o avvisare il re che sua figlia era fuggita dal palazzo? Nonostante la fama di bonaccione che aveva Erasmo, Maffeo lo temeva comunque. E se l'avesse punito per aver lasciato che la principessa uscisse dalla città? Non era mai stato alla gogna però aveva visto due suoi amici finirci e la prospettiva non lo entusiasmava per niente. Eppure voleva prevenire qualsiasi pericolo. E se la principessa si fosse fatta male cadendo da cavallo? O peggio qualche animale la aggredisse? Era stato lui ad abbassare quel maledetto ponte levatoio e quindi lui a condannarla. Poteva chiedere aiuto e consiglio al suo superiore ma scartò immediatamente quell'idea. Anche lui poteva punirlo per un'azione del genere, così come poteva fare lo stesso verso quella sua assurda indecisione. Ogni secondo che lui passava titubando sul da farsi, era un passo verso l'inevitabile rovina. Non c'era una situazione nella quale Maffeo non si vedeva chiudere la gogna intorno alla testa e alle braccia. Allora decise. Abbandonò il posto di guardia e si recò a palazzo per informare il re dell'accaduto.
Come da lui previsto finì alla gogna.
Verdecammino era il nome che i primi uomini avevano dato alla valle tra le alte montagne. Quando Gemma attraversò al galoppo l'intero corso del fiume d'argento e la foresta nera ne comprese il significato. I bardi provenienti da tutti e tredici i regni raggiungevano la Città delle Gemme solo per ammirarne lo splendore e qui si fermavano per giorni, mesi e anni nell'attesa di comporre una canzone degna. La più famosa era quella del menestrello Anselmo, intitolata: "I grandi fiumi" che sempre permeava l'aria durante i banchetti delle città del continente.
La principessa amava quei versi come tutti quelli che vivevano nella valle e sempre questa li intonava; prima di addormentarsi, nelle saune, durante i ricami, di notte sotto le stelle insieme a sua madre o a Erminia e soprattutto quando era triste, perché i suoi toni lesti e acuti riuscivano a rallegrarla.
La foresta nera non si chiamava così per le scure cortecce dei suoi alberi o per le fitte chiome che oscuravano il cielo ma per un racconto che la riguardava. Molto tempo prima di quel presente, la foresta aveva condotto alla morte centinaia di fanciulle innocenti attirate dall'odio di una strega che tanto disprezzava la giovinezza. Il suo nome era Clotilde. L'anziana donna si aggirava per i villaggi e con oscuri sortilegi costringeva le ragazzine a inoltrarsi nella selva, dove questa le uccideva e le bruciava. I racconti dicono che quando i villaggi vedevano la luce di un fuoco illuminarne i profondi anfratti, i genitori della vittima scomparsa piangevano perché ormai consapevoli della sua sorte.
Sono solo storie; si diceva Gemma la quale amava quella foresta. Spesso, insieme a una scorta armata, suo padre le aveva permesso di attraversarla al galoppo. Mai tracce umane vi trovò, mai segni di quei crudeli massacri. Una normale foresta colma di profumi e cinguettii, di scoiattoli e cerbiatti.
La principessa fermò stella del mattino tirando le redini e ispirò l'aria fresca a pieni polmoni, sorridendo verso il cielo azzurro che si poteva ammirare solo sulle rive del fiume dove la vegetazione era meno fitta.
«E adesso?» domandò Erminia.
«E adesso ci tuffiamo»
«Parlate sul serio? Fa freddo e siamo in primavera...»
«...O andiamo» sbuffò Gemma scendendo da cavallo. Legò le redini a un ramo basso di un albero e cominciò a denudarsi. Erminia sospirò, consapevole che nulla poteva farle cambiare idea e la imitò rabbrividendo al vento gelido. «Quando l'aria è fredda le acque del fiume sono tiepide» la rassicurò.
«Ma perché?» s'intestardì la ragazza.
«Perché? Guardatevi intorno e troverete da sola la risposta» Gemma si liberò dell'intimo e avanzò sulle rive del fiume, ripide e pieni di massi mentre il fondale raggiungeva almeno i tre metri di profondità. I pesci virarono lesti la loro corsa quando videro il suo corpo tuffarsi di colpo nelle acque. Quando la sua testa emerse sorridendo dalla superficie del fiume, Gemma scoppiò in un'allegra risata e incitò Erminia a fare lo stesso.
«A me non piace questa vostra idea, non piace per niente» balbettò la ragazza rimettendosi il mantello.
«Allora badate al cavallo» decise la principessa rituffandosi nelle acque del fiume d'argento. Perché quel nome? Perché il suo fondale era davvero d'argento così come i pesci che vivevano al suo interno. Le pietre brillavano come gemme ferrigne, illuminate casualmente dalla luce del sole che filtrava facilmente le sue acque pure. La principessa amava il rumore sordo della sua corrente e la leggerezza con la quale poteva muovere il suo corpo. Le sembrava di volare nell'aria come un'aquila. In un testo antico il menestrello Anselmo aveva scritto di aver composto la lirica per la sua canzone mentre era immerso in quelle stesse acque che adesso stava solcando Gemma, quattro chilometri a est della capitale, nelle profondità del fiume d'argento. Per questo la principessa amava quel posto, perché era il luogo di nascita delle parole che tanto le mettevano allegria.
Quando ritornò in superficie per riprendere fiato chiamò invano il nome di Erminia. Si guardò intorno e sospirò. «Non è divertente!» urlò verso le profondità della foresta nera. Ultimamente Erminia si comportava in modo strano e organizzava scherzi che a Gemma non divertivano per niente, scherzi dove il solo obiettivo era quello di spaventarla. E ci riusciva tutte le volte.
La principessa nuotò verso riva e rabbrividendo si avvolse il mantello intorno al corpo. «Erminia?» chiamò. Solo il cavallo risposte battendo le zampe e agitando la testa come se spaventato da qualcosa. «Erminia?» un rumore di lesti passi la fece sobbalzare. Uno scoiattolo? Eppure c'era qualcosa di sinistro dietro quei suoni che adesso il vento le stava portando alle orecchie. Carezzò la testa di stella del mattino per calmarlo e aggirò lentamente l'albero calpestando un paio di rami che non erano caduti lì per caso. Vi passò di fianco senza distogliere lo sguardo dal loro colore smorto
anche perché le sembrava che qualcosa di viscido ne sporcasse il manto. Poteva essere sangue? Il cuore cominciò a batterle all'impazzata. «Adesso basta» supplicò Gemma cominciando a tremare non per il freddo quanto per il terrore. «Avete vinto voi, torniamo indietro...» Gemma inciampò in qualcosa o qualcuno e cadde per terra. Quando si girò, gli occhi colmi di lacrime, notò con orrore che la sua amica Erminia era proprio alle spalle di quell'albero con una freccia piantata nella gola. Urlò. Urlò come non l'aveva mai fatto, un urlo che spaventò gli uccelli di tutta la foresta e di tutti i cieli delle terre di Verdecammino, un urlo che anche Arturo il cavaliere errante riuscì a udire, un urlo che agli assassini di Erminia non piacque.
Uno cadde giù dall'albero, due emersero con gli archi puntati dalle spalle di altrettanti tronchi, qualcuno la raggiunse a cavallo e un altro, quello che più di tutti alimentò le urla di Gemma, emerse dal terreno come se facesse parte di esso. Era vestito di foglie secche, steli d'erba e terriccio, tutto sporco di fango. Questo sputò ai piedi della donna e le sorrise tutto soddisfatto del suo lavoro, i denti gialli e marci e il volto sfigurato dalla sua stessa espressione demoniaca. «Come avevo previsto» disse.
«Tappatele la bocca» ordinò uno dei banditi a cavallo. Allora l'uomo caduto dall'albero si strappò un pezzo di stoffa dalla manica e fece come gli era stato ordinato. Gemma non riuscì nemmeno a opporre resistenza. Piangeva per la figura immobile di Erminia e si malediceva per la sua stupidità. Eppure Verdecammino era un luogo di pace, nessuno rubava o uccideva o rapiva, nessuno viveva nella miseria tanto da desiderare riscatti o gli averi di altri benestanti per questo il cuore e il coraggio della principessa andarono in frantumi, perché non aveva mai visto del sangue o la morte o degli uomini così crudeli in vita sua.
«Inoltriamoci più in profondità, le rive fanno da strada ai villaggi dell'est» ordinò ancora l'uomo a cavallo, quello meglio vestito e meno sporco. Quando la caricarono su stella del mattino la principessa cominciò a dimenarsi e a ribellarsi, azione che piacque ancora meno delle sue urla straziate a Bratildo il terribile. Così, con la mano ferrata le assestò un rovescio sulla faccia, facendole sputare sangue. Dopo quella dimostrazione di forza Gemma provò a trattenere i suoi bollori. Qualcosa, dentro il suo cuore, si stava ridestando. ...

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