sabato 16 luglio 2016

Il ritorno - Laura Caputo - Racconto

Buona sera cari lettori!
Oggi come conclusione di giornata vi lascio un racconto di Laura Caputo.


Il ritorno

Laura Caputo 


Non credevo che sarei mai tornata-
Erano passati troppi anni da quando avevo accompagnato la bara fino al cimitero perso in mezzo ai campi.
Avevo aspettato, silenziosa e un po' rigida, che la calassero nella tomba scavata di fresco dentro alla terra umida e grassa che formava due montagnole sui lati.
C'ero solo io. In piedi, le ginocchia strette l'una all'altra, i piedi perfettamente allineati.
Ascoltavo le cicale che frinivano svogliate, come se già conoscessero la loro prossima fine, senza potersi opporre all'ineluttabilità della natura.
Guardavo attentamente un cespuglietto di malva - "tutt'i mal 'i calma", diceva mia nonna eleggendola a panacea universale - e le api che facevano la spola da un fiore all'altro, ordinatamente per non intralciarsi.
Più in là, contro l'orizzonte, il campanile della parrocchia avvolto da una leggera foschia: non c'era una nuvola in cielo, ma il suo colore sbiadito già annunciava l'autunno.
Sulla strada provinciale, nascosta da un filare di gelsi polverosi, passavano rare auto con un rapido fruscio e poi più niente.
Anche adesso, vent'anni dopo, ricordo tutto con precisione perché mi ero concentrata sui dettagli come se mi fosse permesso di vederli per l'ultima volta.
Essere attenta a loro mi aveva consentito di restare lontana dalla realtà e -credevo- di ancorare il dolore in un fondo che mi sarei guardata bene dall'esplorare nel futuro.
Ero andata via. Di corsa a prendere l'aereo: la famiglia, il lavoro, i mille impegni di una vita altrove non consentivano alcun indugio, alcuna distrazione.
Avevo trent'anni, un marito, un figlio che avrebbe frequentato la scuola per la prima volta, di lì a due giorni, quello che comunemente si chiama "un posto di responsabilità" in una ditta di trasporti, ero stata eletta al Consiglio di Quartiere in rappresentanza delle madri lavoratrici, avevo un mutuo sulla casa e risparmiavo entusiasticamente per offrirmi una nuova macchina, più adeguata alle mie necessità.
Non mi concedevo un minuto libero perché ero convinta di riuscire ad essere - tutto insieme - una buona madre, una buona moglie, una buona collaboratrice per il mio titolare e perfino una buona cliente per la banca. Non c'era posto dunque né per i ricordi, né per i rimpianti: la vita, perfettamente tracciata, era tutta davanti a me.

Infatti l'ho percorsa per vent'anni, proprio come avevo programmato.
Il figlio è cresciuto bene, si è laureato, mi ha portato a casa un mucchio di ragazza delle quali era - ma per poco - "innamorato pazzo": le ho accolte tutte con la stessa gentilezza di madre simpaticamente moderna. Anche il lavoro è andato proprio come volevo: da collaboratrice sono diventata titolare. E in banca sono ricevuta con il cordiale rispetto tributato ai clienti seri, tant'è vero che non parlo mai con la segretaria: quando telefono, mi risponde il direttore.
Il marito? Beh, non è il caso di parlarne. Se una coppia non funziona è colpa di tutti e due. Ci siamo lasciati quietamente, senza litigi e senza lacrime, da persone equilibrate che affrontano una realtà sgradevole, ma inevitabile. Una stretta di mano e ciascuno per la sua strada. Né lui né io ci siamo risposati: ogni tanto mi accade di chiedermene il motivo e mi viene voglia di telefonargli per porgli la stessa domanda. Poi mi rendo conto che sarebbe indiscreto e lascio perdere. Che cosa cambierebbe?
Il mese scorso mio figlio ha deciso di partire per l'Africa con un programma di collaborazione.
"Devo fare qualcosa di più utile per gli altri, prima di assumermi la responsabilità della mia vita di adulto," mi ha detto "Ti dispiace?" Sì, mi dispiaceva. Qualcosa di utile si può fare anche da qui - ho pensato, ma da madre moderna e comprensiva, con un sorriso falso come una moneta di cioccolato, ho giurato che no, che non mi dispiaceva affatto. Anzi che sarebbe stata un'ottima occasione per ampliare i suoi orizzonti.
E' partito. Mi sono trovata sola e in vacanza.
Nessuna città può essere desolata come Parigi in estate, quando i boulevards sono invasi e gli indigeni, se non possono scappare, si chiudono in casa per non farsi coinvolgere da quella marea di gente rumorosa che non si accontenta di osservare, ma commenta. E si chiama. E cammina lentamente perfino nel metro, infischiandosene se il treno parte senza di loro. Il mondo alla rovescia che uno cerca di evitare, se ci riesce.
Inizialmente mi era balenata l'idea di unirmi a loro e di recitare il ruolo del visitatore, fingendo di esplorare la mia città e ricavandone - chissà - un'ottica diversa.
Stavo per provarci, quando mi aveva chiamato un oscuro notaio di uno sconosciuto villaggio in provincia di Como: c'era qualcosa che dovevo sistemare perché era deceduto, alla veneranda età di quasi cento anni, un lontano parente, forse un cugino di terzo o quarto grado di mia nonna. Che cosa c'entrassi io, confesso di non averlo capito subito, ma - al fastidio per quell'avvenimento imprevisto che veniva a turbare la normalità della mia vita - è immediatamente subentrata una specie di riconoscenza perché mi proponeva una ragione per interrompere la mia inattività.
Ero partita subito: ci volevano esattamente otto ore, se una si fermava regolarmente e non troppo a lungo. Il tempo di bere una spremuta d'arancia che dissetando fornisce vitamina C, di lavarsi le mani, di sgranchirsi le gambe evitando gruppi di turisti sbracati e vocianti che scendevano dai pullman, di risalire in macchina, di mettere in moto benedicendo quello che ha inventato l'aria condizionata e via, senza perdere altro tempo.
Difatti ero arrivata a Como esattamente otto ore dopo: programmare un viaggio è sempre stata la mia specialità.
Erano le diciotto: tardi per il notaio e presto per la cena. Nella mia testa, evocato dal nulla, aleggiava il nome di un ristorante e un menù. Ma non lì: il Griso è a una quarantina di chilometri da Como e serve risotto con filetti di pesce persico pescato esclusivamente in quel ramo del lago sul quale, grigio e massiccio come un fortino, torreggia minacciosamente come a dire "attenzione, questa è roba mia!".
Ero cresciuta in quella zona part time: quando funzionava la scuola, vivevo a Milano con i miei genitori. Appena iniziavano le vacanze mia madre mi faceva i bagagli e mi consegnava alla nonna fino al mese di ottobre: due vite separate, che non interferivano mai una nell'altra.
Con mia madre, sarta della media borghesia, ero una fanciulletta ben educata e ben vestita. Rispettavo scrupolosamente le norme del galateo, ero la prima della classe, mi esprimevo correttamente in italiano.
Appena scendevo dal treno, intorno a fine maggio, accompagnata da due valigie di abiti stirati e ripiegati, adatti a ogni occasione, Mrs Hyde, che aveva fino allora sonnecchiato dentro di me, si svegliava di colpo. Si strappava le calze di filo bianco, tirava su le manichine, liberava le trecce acconciate strette in cima alla testa e, totalmente dimentica della grammatica e perfino dell'ortografia, iniziava a parlare in dialetto.
Due ore dopo il mio arrivo, neanche mia madre, incontrandomi casualmente, mi avrebbe riconosciuta: meglio così, perché ne sarebbe morta.
A questo ho pensato, viaggiando lentamente sulla provinciale che, da Como, porta fino a Lecco. Ho pento il condizionatore e aperto i finestrini perché ho ricordato che, al tramonto, dalle montagne scendeva una brezza frizzante, profumata e, soprattutto, fresca. Non volevo essere delusa, allora ho respirato con precauzione. Non a boccate grandi e golose come quando andavo a sciare sui Pirenei e sapevo già che cosa aspettarmi, ma a breve inalazioni, come per un assaggio.
Il mondo cambia, la gente cambia, cambiano i paesaggi: magari cambiano anche gli odori, mi dicevo.
Viaggiavo così piano che tenevo le ruote destre sul ciglio della strada, in mezzo all'erba, e che perfino un ragazzo mi ha sorpassato con un motorino, girandosi a guardarmi con curiosità.
Dentro di me si srotolavano delle immagini che confrontavo puntigliosamente con quelle che il paesaggio mi rimandava.
Hanno allargato il sentiero - pensai - giunta a un incrocio che conduceva a una cappelletta. Ci andavo da sola, in piena calura a sguazzare nella polla di gelida acqua sorgiva: era l'acqua della Madonna e, al piccolo brivido di freddo, si aggiungeva l'esaltante impressione di aver commesso un pericoloso sacrilegio. Ci tornavo in gruppo, per l'ottava del Santo Nome di Maria, recitando il Rosario e cantando a squarciagola le Litanie. L'immagine della Vergine aveva sempre lo stesso sguardo dolce e un po' fisso: ne deducevo che non le importasse.
C'è ancora la recinzione del canavee - mi accorsi compiaciuta. In quel frutteto sorto su una antica marcita di canapa comune a tutte le famiglie del villaggio, andavo a rubare la frutta, la stessa che avrei potuto raccogliere nell'orto di casa, ma infinitamente più succosa e saporita in quanto protetta da un muro. Lo scalavo guardinga, talvolta cadendo e sbucciandomi le ginocchia: nessun altro osava farlo.
Ma lì, in campagna, nel villaggio natale di mia nonna, i contadini mi osservavano come la naufraga che, dopo mille peripezie, era finalmente riuscita ad approdare sulla spiaggia del Vero Mondo, commentando fra loro le mie gambe esili e la mia pelle bianca. Non mangiavo a sufficienza, secondo loro. Meglio, mangiavo quella roba priva di forza e di sapore che circola in città: latte in bottiglia, frutta in cassetta, uova stantie. E stavo sempre chiusa fra quattro mura, al riparo dall'aria e dal sole. "Pora tousa...", sospiravano scuotendo la testa e concedendomi qualsiasi stravaganza.
Naturalmente, mia madre avrebbe poi sottolineato con lo stesso sospiro ogni comportamento sguaiato, ogni tono alto, ogni gesto non perfettamente aggraziato che fosse riuscito a superare lo spartiacque del viaggio di ritorno, a ottobre.
Intanto, seguendo il filo dei miei ricordi, ho sbagliato strada: all'incrocio, invece di seguire la provinciale, ho compiuto un'ampia curva e sono finita su, sopra al villaggio. Ho alzato le spalle guardando l'orologio: c'è tempo, mi sono convinta per non ammettere di aver sbagliato. Tempo per un giro. Per ritrovare ciò che non era stato demolito o rimodernato.
C'era ancora il pozzo, dal quale attingevamo un'acqua dal sapore ferrigno, leggera e dissetante. Ma un recente cartello giallo di pericolo avvertiva: acqua non potabile.
C'era la grotta con le panche e i tavoli di roccia, scura nel ventre della montagna e già allora dissuasa da un'inferriata: ci passavo ore, seduta a spiare se vi accadesse qualcosa, finché un ramarro o un topo provocavano un fruscio. Portavo le mani davanti alla bocca per reprimere un grido, spalancavo gli occhi e aspettavo che la Creatura si manifestasse, facendomi morire di paura. Credevo che la grata rinchiudesse qualcosa: ho capito, un giorno, che era stata messa lì per impedire l'ingresso, giudicato già allora pericoloso. E la grotta perse il suo fascino.
C'era il cimitero, aperto malgrado l'ora tarda. Di sicuro i morti non scappano. E l'idea mi ha fatto sorridere. "E' dei vivi che bisogna aver paura!" sentenziava mia nonna se qualcuno raccontava una storia di fantasmi.
Così mi sono fermata e sono scesa. Ho spinto il cancelletto e sono entrata. La sua tomba era lì e io non avevo nemmeno un fiore. Mi sono sentita in imbarazzo, ho guardato in giro i lumini accesi che palpitavano nella penombra, le macchie variopinte nei vasi. Ho allungato una mano verso la fotografia. "I morti sono in pace", mi è sembrato che continuasse.
Allora mi sono seduta su un angolo del marmo ancora tiepido di sole e, dopo vent'anni, ho pianto.


L'autrice, Laura Caputo, ha pubblicato due libri e combatte da tempo contro la mafia e la criminalità organizzata.
Se siete curiosi trovate più informazioni sulle pagine dedicate ai suoi libri:

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