domenica 10 luglio 2016

Duello sul ponte - Giulia Grassi - Racconto Parte 2

Buon pomeriggio!
Ecco a voi la parte conclusiva del racconto di Giulia Grassi!
La prima la trovate qua: PARTE 1



Duello sul ponte

Parte 2

di Giulia Grassi

stampa raffigurante Minamoto no Yoshitsune e Saito Musashibo Benkei

Il suono dei corni da guerra echeggiava nell’aria fredda della sera, diffondendosi per tutta la pianura; frecce sottili sibilavano fendendo la nebbia che si era sollevata insieme alla luna pallida. Gli uomini di Yoritomo avevano circondato del tutto la zona, impedendo in questo modo ogni tentativo di fuga o ritirata. La battaglia finale era ormai iniziata e gli assedianti erano completamente svantaggiati. Il forte Takadachi era sotto attacco e non avrebbe resistito per vedere l’alba.
Yoshitsune, affacciato ad una finestra del primo piano, stava osservando la strenua resistenza dei suoi vassalli di fronte all’ingresso del forte. Desiderava ardentemente prenderne parte, ma Shinzaemon si era opposto fino alla fine a questo suo desiderio, addirittura minacciandolo. “Voi siete l’erede dei Minamoto, non potete permettervi di morire. Combatteremo noi al vostro posto”, gli aveva detto, con un sorriso mesto dipinto sul volto. E Yoshitsune non aveva potuto fare altro che annuire e lasciarli partire. Avrebbe voluto andare con loro, combattere in prima linea e morire circondato dai suoi compagni, ma era consapevole che non sarebbe stato quello il suo destino. Sarebbe morto, certo, ma da solo, in una stanza, circondato solo dal suono ovattato della battaglia e dallo sfrigolio delle fiamme.

«Benkei, alla fine moriremo» mormorò, volgendo lo sguardo verso il suo braccio destro. Il monaco non rispose e si limitò a continuare ad osservare la battaglia che si stava svolgendo sotto di lui. «E’ un vero peccato lasciare il mondo dei vivi in questo modo…»
«Un samurai deve essere sempre pronto a morire» lo redarguì l’altro. Yoshitsune si lasciò sfuggire una risata cristallina e ribatté:
«Lo sono; non rimpiango nulla della mia vita e non temo la morte. Solo che…» Si fermò un attimo, pensieroso. «Solo che mi sarebbe piaciuto morire in mezzo al campo di battaglia, insieme a tutti voi.»
«E, così facendo, permettere che il vostro onore venga calpestato?» chiese il monaco volgendo finalmente lo sguardo sul giovane samurai. «Non c’è disonore più grande che morire per mano del nemico ed essere decapitato.»
«E fuggire dalla battaglia? Anche questo è un grande disonore per un guerriero.»
«Voi non state fuggendo dalla battaglia, né dalla morte, e non dovete cercare di sprecare quest’occasione. Siete l’unico ad avere la possibilità di fare seppuku, perciò coglietela.»
Detto questo, Benkei afferrò la sua vecchia naginata e si diresse verso la porta della stanza.
«Cosa hai intenzione di fare?» chiese Yoshitsune. Il suo sguardo era ancora perso nella battaglia sottostante, ma la sua mente era già proiettata verso il futuro che lo attendeva.
«Il mio dovere. Tra non molto riusciranno a sfondare le ultime difese, perciò qualcuno dovrà cercare di farvi guadagnare tempo sufficiente per permettervi di suicidarvi. E io sono l’unico in grado di farlo.»
«Avrei preferito che fossi rimasto qui ad assistermi durante il rituale…»
«L’avrei voluto anche io, signore. L’avrei voluto anche io…»
Il monaco-guerriero lanciò un ultimo sguardo alla figura esile e leggiadra del suo signore ed uscì dalla stanza. Yoshitsune rimase solo, con il silenzio come unico compagno. Si voltò verso la porta da cui era uscito Benkei e sospirò; la sua mente continuava ad evocare l’immagine di un ponte innevato e di una luna lattea che sorrideva sorniona. Spostò lo sguardo sullo wakizashi poggiato a terra ed un flebile sorriso fece capolino sul suo volto. Benkei aveva scelto di morire pur di fargli guadagnare tempo e lui avrebbe dovuto onorare la sua decisione suicidandosi il prima possibile. Si sedette sul tatami e sfoderò la lama; l’acciaio brillò sinistramente alla luce pallida della luna. Alzò gli occhi verso la finestra e non poté fare a meno di sorridere di nuovo. Alla fine non rimpiangeva proprio niente. Nonostante il tempo che gli era stato concesso era stato breve, aveva avuto la fortuna di conoscere uomini di valore, con cui farsi accompagnare durante il suo viaggio verso gli inferi. In cuor suo non temeva più la morte; sapeva che quelle persone, che gli erano rimaste al fianco in tutti quegli anni e che lo avevano sempre appoggiato in ogni sua decisione, lo avrebbero accompagnato anche da morte. Sapeva che quei samurai che avevano dato la vita al fiume poche ore prima e coloro che ora stava stavano combattendo in quello stesso momento non lo avrebbero mai abbandonato, nemmeno una volta varcato il regno dei morti. Il legame che li univa era troppo profondo per essere spezzato e tra tutti i suoi uomini colui al quale si sentiva più legato era Benkei. Il ricordo del suo incontro con il monaco-guerriero sfiorò delicatamente la sua mente, mentre scostava le pieghe del kimono e metteva in mostra il ventre. Sorrise, ripensando a quello strano duello avvenuto sul ponte Gojo, poi si conficcò la lama dello spadino nel ventre. Il suo volto si contrasse in miriadi di espressione, mentre, facendo appello a tutta la sua forza di volontà, cercava di non lasciarsi sfuggire nemmeno un lamento di dolore. Ricordò di nuovo il suo primo incontro con Benkei e l’espressione di dolore si allentò per un secondo, addolcendosi, poi si accasciò sul tatami. Riverso e privo di vita.
All’esterno, Benkei stava fronteggiando l’esercito nemico, respingendoli indietro grazie alla sua forza sovrumana. L’espressione feroce e gli occhi iniettati di sangue lo aiutavano a tenere a bada i samurai nemici: erano troppo impauriti dalle dicerie che circolavano sul conto del monaco per cercare di fare breccia sfruttando la differenza numerica.
«Codardi, fatevi sotto come dei veri guerrieri!» esclamò l’uomo, puntando la lama della vecchia naginata verso gli assedianti. La sua voce era talmente bassa e profonda da far tremare il suolo sotto ai suoi piedi. I nemici retrocessero di mezzo passo, terrorizzati e incerti su come agire. Benkei, dal canto suo, continuava a roteare l’arma cercando di guadagnare quanto più tempo possibile. Doveva farlo, per Yoshitsune. Come servitore, ma soprattutto come amico.

La luna brillava pallida nel cielo scuro della notte, mentre le stelle erano state coperte da grosse nuvole nere, portatrici di mala sorte e sciagure. La capitale imperiale era stranamente quieta e le sue strade erano deserte. A causa della guerra civile e dei recenti scontri tra i Taira e i Minamoto nessuno aveva il coraggio di avventurarsi in strada durante la notte; la paura di finire coinvolti in una schermaglia era troppa. L’unica figura che si stagliava nella notte era quella di un giovane monaco, grosso quanto una montagna e dagli occhi iniettati di sangue. Era seduto nel centro del ponte che attraversava viale Gojo, a gambe incrociate e con la naginata al fianco e, a causa della nebbia che saliva dal letto del fiume sottostante, sembrava quasi un demone degli inferi. Era stata questa l’impressione che avevano i pochi abitanti che si erano affacciati alla finestra in quella notte: un enorme demone infernale che aspettava le proprie vittime.
«Me ne manca solo una…» mormorò Benkei, incrociando le braccia al petto e lanciano una rapida occhiata al mucchio di spade che si trovava ad un lato del ponte. Ormai erano giorni che si era accampato lì sopra e non aveva alcuna intenzione di scendere dal ponte senza aver portato a termine ciò che si era ripromesso. Ancora una spada e avrebbe potuto dichiararsi soddisfatto, il suo vecchio maestro sarebbe stato fiero di lui. “Non c’è proprio nessuno qui, in grado di sconfiggermi” pensò, sorridendo fiducioso. Si era ripromesso di sconfiggere cento samurai e di rubare loro le spade; era il suo modo per dimostrare agli sciocchi nobili di Kyoto che era lui il guerriero più forte ed ormai era ad un solo passo dalla vetta tanto ambita. Scrutò il ponte, aguzzando la vista. La strada era completamente deserta e il monaco non se ne meravigliò più di tanto; se c’era una cosa che aveva imparato in quella città, era che la gente era più codarda di quanto volesse far credere. Erano poche le persone realmente coraggiose, che non temevano la morte, e i Taira non erano tra queste. Lui aveva già avuto modo di affrontarli e si era reso conto di quanto fossero vili e deboli; ne aveva sconfitti diversi, senza sforzarsi più di tanto, al punto che ne era rimasto quasi deluso. In un certo senso si aspettava che gli eterni rivali dei Minamoto fossero più temibili.
“Che delusione”, pensò, alzando gli occhi al cielo scuro; tra poche ore avrebbe iniziato a schiarirsi e il sole avrebbe fatto capolino, illuminando la città. Anche quella notte non era riuscito a portare a termine la sua missione, anche quella notte nessuno aveva avuto il coraggio di sfidare il grande Benkei a duello. Un sorriso amaro si dipinse sulle sue labbra ed una risata stentata uscì dalla sua bocca.
«Per un guerriero non c’è sconfitta più grande del sapere che mai troverà un degno rivale… Chiunque l’abbia detto aveva ragione» mormorò, alzandosi in piedi. Si stiracchiò leggermente le gambe, un po’ indolenzite, e raccolse la naginata. Poi fece qualche passo sulle assi di legno del ponte, immerso nei suoi pensieri. Il vento che fino a quel momento aveva ululato tra i vecchi edifici, sferzando con forza porte e finestre, si era acquietato, all’improvviso. L’uomo si scostò dal parapetto, fissando trasognato i fiocchi di ghiaccio che cadevano lentamente dal cielo. Ne raccolse un po’ sulla mano e rabbrividì: erano freddi come la morte, ma allo stesso tempo belli ed effimeri come la vita. La neve lo aveva sempre affascinato, un po’ come i fiori di ciliegio. Gli tornò alla mente la cima del monte Hiei coperta di neve e sorrise mestamente; quella vecchia e burbera montagna gli mancava molto.
«Dato che non c’è nessuno nemmeno stasera, potrei approfittarne per scrivere qualche verso» disse, scrollandosi di dosso i fiocchi che si erano accumulati. Fece per prendere il suo taccuino da una tasca del kimono, quando un suono soave si levò nell’aria. Era un flauto e sembrava provenire da un lato del ponte. Benkei si voltò in quella direzione e, in mezzo alla nebbia che saliva dal fiume, vide una piccola figura, avvolta in un kimono sfarzoso e con il volto coperto da un elegante copricapo, avanzare verso di lui a piccoli e leggeri passi.
«Chi siete?» proruppe il monaco, fissandola accigliato. A prima vista gli era parsa una giovane donna, ma l’elsa che aveva al fianco era senza dubbio quella di una katana, per di più di ottima fattura, e le donne non portavano spade; il suo occhio non si sbagliava mai quando si trattava di analizzare un’arma.
«Rispondete!» ripeté, con voce più alta; la figura misteriosa non rispose e continuò a suonare il flauto, incurante. Il monaco, allora, afferrò la naginata e vibrò un colpo in direzione dello sconosciuto, ma questo con un movimento fulmineo sguainò la katana, parando il colpo, e con un salto laterale si portò fuori dal raggio d’azione.
«Che monaco impertinente» disse, riponendo il flauto in una tasca interna del kimono.
«Quello impertinente sei tu! Ti ho fatto una domanda, prima, e non mi hai risposto. Con che coraggio ti aspetti che ti lasci passare senza darti una lezione?!»
«Una lezione? Tu a me? Non farmi ridere, bonzo!» esclamò l’altro, togliendosi il copricapo e scuotendolo dalla neve. Era un ragazzo molto giovane, forse poco più che ventenne, tanto che il monaco si meravigliò che fosse riuscito a parare il suo colpo micidiale. Tuttavia non voleva fargli i complimenti, non dopo avergli mancato di rispetto in quel modo; doveva punirlo e fargli capire che non si gioca con i samurai.
«Ragazzino impertinente! Sei talmente maleducato che scommetto sei uno dei Taira, dico bene?»
Il giovane non rispose e continuò a fissarlo con noncuranza; sembrava quasi che i suoi occhi stessero guardando oltre l’imponente figura di Benkei.
«Facciamo così, se mi consegni la tua bella spada io dimentico la tua impertinenza e ti lascio andare» continuò il monaco, tendendo un mano nella sua direzione. L’altro guardò la mano e di nuovo il volto del monaco e, sorridendo, rispose:
«Se la vuoi, vieni a prendertela!»
«Se proprio insisti, ragazzino, ti mostrerò cosa succede a chi vuole giocare con i samurai.»
Detto questo, Benkei si lanciò sul giovane, cercando di afferrare la spada ma l’avversario fu molto più veloce di lui e lo evitò con un scatto felino. Il monaco si lanciò di nuovo all’attacco, ma di nuovo fu evitato dai riflessi del ragazzo. Stanco di essere preso in giro da un moccioso arrogante, afferrò la naginata e si mise in posizione d’attacco.
«Adesso vedremo se ti passa la voglia di giocare ai samurai, ragazzino!» esclamò. Il giovane sorrise divertito, ma invece di sguainare la propria spada, estrasse un ventaglio dal kimono e mostratolo all’avversario disse:
«Per un bestione rozzo come te, questo basta e avanza» E si preparò alla battaglia.
Benkei, accecato dall’ira, si lanciò sul giovane, cercando di colpirlo con la parte piatta della lama della naginata, ma l’avversario evitò il colpo e si spostò di lato; i suoi movimenti erano delicati e aggraziati come quelli di una fanciulla. Aprì il ventaglio che teneva in mano e se lo portò sul viso, nascondendo il sorriso divertito che aveva fatto capolino sulle sue labbra. Il monaco, allora, fece roteare l’arma e cercò di colpirlo, ma il giovane evitò anche questo fendente e, saltando oltre la sua difesa, lo colpì sulla fronte con il dorso del ventaglio facendolo imbestialire ulteriormente.
Il monaco si lasciò sfuggire qualche imprecazione e riprese a combattere, disperando sempre più. Per quanto si sforzasse, i suoi colpi non andavano mai a segno. Non riusciva a toccarlo, né a sfiorarlo, continuava a saltare come un demone, deridendo la sua forza con il ventaglio. Alla fine, stanco di essere deriso da un ragazzino con il ciuffo, concentrò le sue forze in un unico colpo, certo che sarebbe andato a segno. Anche questa volta, però, il giovane samurai schivò la lama della naginata, con un movimento leggiadro e fulmineo che di umano non aveva nulla; la lama si conficcò nelle assi del ponte, talmente in profondità che non c’era modo di sfilarla. Ormai l’esito del duello era palese.
«Bonzo, hai perso» fece il giovane, ridendo dietro al ventaglio. Benkei si accasciò in terra; non riusciva a credere di aver appena perso contro un moccioso che non aveva neanche impugnato la propria arma. Il grande Benkei, il demone del monte Hiei, che si faceva sconfiggere da un moccioso dei Taira… Al pensiero del suo onore calpestato in quel modo gli veniva voglia di piangere.
«Mi hai sconfitto, perciò, oltre al mio onore, prenditi anche la mia vita» disse, porgendogli la naginata.
«Perché dovrei? Tu sei un tipo divertente e sarebbe un peccato ammazzarti! Torna sul tuo monte e medita sulla tua cocente sconfitta.»
«Io, Benkei, sono stato sconfitto da un moccioso dei Taira. Per me non c’è più nessun motivo per vivere, perciò lavate il mio disonore nel mio stesso sangue» protestò Benkei.
«Ti sbagli, bonzo, io non sono del clan Taira. Il mio nome è Yoshitsune Minamoto, figlio di Yoshitomo.»
«Siete davvero il figlio del prode Yoshitomo?» chiese il monaco, fissando sorpreso i lineamenti delicati del giovane samurai. «Mio signore, in tal caso vi prego di prendermi con voi, al vostro servizio. Voi mi avete risparmiato la vita ed io ho intenzione di ripagarvi proteggendo la vostra. Vi prego, fatemi diventare un vostro servitore!»
Yoshitsune sorrise, divertito, e porgendo la mano al monaco disse:
«Ebbene, d’ora in avanti mi guarderai le spalle, Benkei, demone del monte Hiei.»
La possente figura di Benkei era immobile, di fronte al portone d’ingresso del forte Takadachi. Le frecce sibilavano tutt’intorno a lui e ferendolo più volte di striscio, ma non vacillava. Ne aveva molte conficcate nel petto ed una pozza di sangue si allargava sotto i suoi piedi, ma continuava a non muoversi. Rimaneva immobile e appoggiato alla sua fidata naginata, con un espressione arcigna dipinta sul volto; gli occhi gettavano fiamme incandescenti e sembravano voler divorare con il solo sguardo i nemici che si trovavano a qualche metro da lui. La sua sola presenza era sufficiente per tenere alla lontana le truppe di Yoritomo, i quali cercavano di farsi coraggio a vicenda lanciando improperi e vituperi al monaco-guerriero, ma Benkei sembrava non ascoltarli. Continuava a rimanere immobile, con lo sguardo fisso davanti a sé, come una montagna imponente e testarda. Ad un certo punto, una folata di vento, freddo come quello che soffia nelle notti invernali e un po’ più forte delle precedenti, lo colpì in pieno petto, facendolo vacillare. L’uomo si inclinò pericolosamente su un lato e cadde in terra, con un tonfo secco. Immobile. Fu in quel momento che i nemici si accorsero che il demone del monte Hiei era morto già da diversi minuti e che era rimasto in piedi solo grazie alla sua incrollabile forza di volontà. Come una possente montagna.


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