sabato 9 luglio 2016

Duello sul ponte - Giulia Grassi - Racconto

Buon pomeriggio!
Lettori cari questo racconto è per voi!
Giulia Grassi ci intratterrà con un racconto particolare, a cavallo tra la narrativa storica, le favole e i poemi epici!


Duello sul ponte

Parte 1

di Giulia Grassi

Ukiyo-e che raffigura Minamoto no Yoshitsune mentre si allena con i tengu

La cara Giulia ci viene in aiuto dandoci una trama così da capire se il racconto potrebbe piacerci:
"Trama: Anno 1189, Giappone. La guerra per il controllo della famiglia imperiale non cenna a terminare e, dopo la sconfitta definitiva dei rivali Taira, si è trasformata in una lotta interna alla famiglia Minamoto. Sono ormai cinque anni che Yoshitsune dei Minamoto è costretto alla fuga dal fratellastro Yoritomo, geloso dei suoi successi militari. Rifugiatosi nel lontano nord insieme ai pochi seguaci che gli sono rimasti, vengono traditi dai vecchi alleati e ben presto si trovano circondati da nemici. Ed è proprio in punto di morte che Benkei rimembra il giorno in cui venne sconfitto in duello da un giovane impertinente e spavaldo…"


Benkei era lì, fermo in mezzo al campo di battaglia, con la vecchia naginata stretta nella mano. Era immobile, come una montagna, e con lo sguardo perso nel nulla. Non vedeva gli innumerevoli uomini che gli correvano intorno, brandendo spade e lance, e non sentiva il frusciare delle frecce lambirgli le vesti, sfiorandolo appena. Non sentiva nemmeno il nitrire impazzito dei cavalli. Ormai non avvertiva più nulla; era come se il mondo fosse scomparso intorno a lui. Come se tutto ciò che lo circondava si fosse dissolto nel nulla. Lentamente, come un fiocco di neve raccolto in una mano amica.

All’improvviso un grido lo riportò bruscamente alla realtà. Si voltò e vide il volto teso e preoccupato del suo signore; ebbe l’impressione che gli stesse urlando qualcosa, ma il clamore della battaglia gli impediva di sentirlo.
«Nobile Yoshitsune…» mormorò, quasi incredulo. Per un breve attimo fu quasi sorpreso di vederlo lì, in mezzo alla battaglia, poi i ricordi che si erano come assopiti si risvegliarono all’improvviso nella sua mente. La guerra contro Yoritomo, la fuga improvvisa da Kyoto, il vagabondaggio nel lontano Nord, il tradimento di coloro che avrebbero dovuto proteggerli… Un amaro sorriso fece capolino sul volto duro di Benkei; era successo tutto così all’improvviso che non ci aveva ancora fatto l’abitudine. Eppure erano passati ben quattro anni da quando erano dovuti fuggire dalla capitale, braccati come animali!
«Benkei! Dobbiamo assolutamente allontanarci, prima che quei vili ci raggiungano!» esclamò il giovane Yoshitsune, distogliendo il monaco dai suoi pensieri. Gli si avvicinò velocemente e, afferratolo per un braccio, lo trascinò lungo uno stretto sentiero, fuori dalla portata degli arcieri e dalla vista dei soldati nemici. Dietro di loro una trentina di servitori li seguirono, veloci e silenziosi come ombre. Dovevano fuggire e allontanarsi il più possibile da quelle terre, prima che gli uomini mandati da Yoritomo riuscissero ad accerchiarli.
«Mio signore, siamo riusciti a salvare solo questi pochi cavalli. Usateli voi e Benkei per mettervi in salvo!» esclamò uno dei pochi servitori scampati alla battaglia, tendendo le redini al giovane uomo.
«Voi cosa farete?» chiese il giovane signore, afferrando le redini e fissando negli occhi il vecchio servitore. L’uomo accennò un sorriso, appoggiando la mano sull’elsa della spada.
«Cercheremo di guadagnare tempo sufficiente per permettervi di fuggire. Siamo guerrieri e non temiamo la morte!»
«Non c’è alcun motivo di anticipare la vostra fine. Se ci stringiamo, possiamo metterci in salvo tutti quanti…» ribatté Yoshitsune. Il samurai scosse leggermente la testa.
«E’ troppo rischioso, mio signore. In quel modo saremo più lenti e ci raggiungeranno facilmente. Lasciate che qui se ne occupino i vostri fedeli servitori! Voi dirigetevi a nord, al forte Takadachi; sono sicuro che là sarete al sicuro»
Il giovane signore guardò per qualche altro secondo i suoi uomini, indeciso se dare loro retta o rimanere e combattere al loro fianco, poi sospirò e lanciata un’occhiata a Benkei, che ricambiò, salì in sella al cavallo.
«Cercate di sopravvivere e raggiungeteci subito al forte» disse. Poi diede un calcio al fianco del cavallo e partì al galoppo, diretto a nord; dietro di lui seguivano Benkei ed altri quattro samurai, ciascuno in sella al proprio destriero.
La luna era appena sorta ed i suoi pallidi raggi lunari illuminavano debolmente le foglie argentee degli alberi; il cielo era terso e piccoli puntini luminosi si accendevano a poco a poco, illuminando ancora di più il manto blu scuro che si stendeva sopra le loro teste. Benkei sollevò lo sguardo, sorridendo mestamente al disco bianco latte. Quella serata sarebbe stata bellissima da ammirare, in compagnia del suo signore e di una buona bottiglia di sakè, se solo non fossero costretti a fuggire come ricercati di prima categoria… Una folata di vento freddo si alzò all’improvviso, sferzandogli il volto segnato dalle numerose battaglie a cui aveva partecipato. Quel tocco, così forte e deciso, lo riscosse dai suoi ricordi e lo costrinse a concentrarsi di nuovo sul presente; in quel momento non poteva permettersi di distrarsi, doveva essere pronto a tutto.
«Benkei, cerca di non distrarti…» fece una voce al suo fianco. Il monaco si voltò ed i suoi occhi piccoli e scuri incontrarono i lineamenti delicati e i grandi occhi del suo signore. Yoshitsune lo stava guardando, fiducioso e sorridente come sempre; persino in quel momento continuava a fidarsi del suo braccio destro. Di lui.
«Signore…»
«Oggi la luna è proprio bella, non trovi?» mormorò il giovane, alzando lo sguardo al cielo. Di tanto in tanto, tra le fronde degli alberi faceva capolino l’astro biancastro per poi scomparire subito dopo.
«In questo momento mi piacerebbe davvero essere a Kyoto, al mio castello, magari in compagnia di qualche bella ragazza…»
Di fronte alla sfrontatezza del suo giovane signore, Benkei accennò un sorriso divertito.
«Non cambierete mai, nobile Yoshitsune»
«Tu dici?» chiese l’altro, ricambiando il sorriso «Io, invece, ho l’impressione di essere cambiato molto»
«Sì, forse avete ragione…» ammise Benkei, abbassando lo sguardo sulle proprie mani.
«Grazie, Benkei» mormorò Yoshitsune a bassa voce e alzando di nuovo gli occhi al cielo. Aveva pronunciato quella frase con un tono talmente impercettibile che aveva potuto udirla solo il suo fidato braccio destro. Il monaco seguì lo sguardo del suo signore ed il piccolo cerchio bianco che si stagliava sul blu scuro del cielo fece di nuovo capolino tra le fronde, illuminando delicatamente il suo volto.
«Avete ragione, la luna è proprio bella stasera…» sussurrò «Mi fa tornare alla mente un ricordo di molto tempo fa…» E senza aggiungere altro, aumentò l’andatura del suo cavallo.

Il piccolo drappello di soldati raggiunse velocemente il forte Takadachi. Durante il breve tragitto non avevano subito alcun attacco o imboscata ed erano stati sufficientemente fortunati da riuscire a raggiungere la loro ultima speranza senza subire altre perdite. I cavalli erano stanchi per il viaggio e non avrebbero potuto continuare oltre; il seguito di Yoshitsune non aveva altra scelta se non rimanere al forte e sperare che i seguaci di Yoritomo non riuscissero a scovarli.
«Dobbiamo pianificare la nostra mossa successiva» esclamò il giovane signore, smontando da cavallo e consegnando le redini ad uno dei servitori. «Se Yoritomo arriva qui, siamo spacciati!»
«Cosa avete intenzione di fare?» chiese uno dei soldati, uno dei consiglieri più fidati del giovane Minamoto. Yoshitsune lo fissò per qualche secondo, poi scosse la testa e, rivolgendosi al resto dell’esiguo gruppetto, disse:
«Andiamo dentro e parliamone tutti insieme. Ho bisogno del consiglio di tutti quanti.»
Detto questo, lasciò le ultime disposizioni ai servitori del forte ed entrò dentro, accompagnato dai suoi seguaci e dall’enorme monaco-guerriero.
«La situazione è più critica di quanto potessimo pensare!» proruppe un vecchio samurai, sedendosi sul vecchio tatami della stanza ed alzando lo sguardo verso il giovane Yoshitsune. «Se vostro fratello è riuscito persino a mettere le mani sui territori del nord, e sembrerebbe di sì, allora tutti noi siamo fregati»
«Non ti sembra di essere un po’ troppo pessimista, Shinzaemon?» chiese Yoshitsune, sedendosi anch’esso sul tatami. «Forse c’è ancora speranza. Del resto mio fratello non è una grande cima…»
«Con tutto il rispetto, mio signore, ma dubito che potremo uscirne vivi se Yoritomo ci attaccherà come ha fatto poco fa al fiume. Forse ci conviene scappare il prima possibile e dirigersi ancora più a nord, nella speranza che lui non ci abbia anticipati» ribatté il vecchio soldato, scuotendo debolmente la testa.
«Se Yoritomo ci attaccherà, noi lo respingeremo. Sono sicuro che possiamo ancora vincere! E se moriamo, almeno avremo lottato fino alla fine» fece Yoshitsune.
Shinzaemon scosse la testa, di nuovo.
«Non possiamo permettergli di prendere la vostra testa. Voi dovete sopravvivere, per voi stesso, per noi e per il bene della vostra famiglia. Nessuno di noi vuole consegnare il destino dei Minamoto ad un verme come Yoritomo; per questo dovete vivere. A qualsiasi costo! Non sei d’accordo, Benkei?»
Il vecchio si voltò in direzione del monaco in attesa di una sua risposta.
«Benkei?» lo chiamò il giovane signore. Il monaco sussultò leggermente; era perso nei suoi pensieri e non aveva seguito molto la discussione. Un ricordo continuava a vagargli nella mente e lui non riusciva a fare a meno di pensarci. Persino in un momento come quello.
«Scusatemi, mi ero distratto un attimo» si scusò l’uomo, inchinandosi in segno di scuse e affrettandosi a sedersi in terra.
«Devi concentrarti. Ho bisogno che tu sia il guerriero valoroso e impavido di sempre; ti lascerai andare ai ricordi una volta che saremo usciti da questa situazione.» Il tono con cui Yoshitsune aveva parlato era quasi divertito, come se tutta quella situazione non lo riguardasse, come se non fosse in pericolo di vita. Era come se fosse soltanto un semplice spettatore e tutto ciò che gli accadeva intorno non facesse parte della sua vita. O della sua realtà.
«Comunque, in qualsiasi modo vada a finire questa storia, sono onorato di aver avuto al fianco persone come voi» continuò il giovane, estraendo la propria spada dal fodero e facendola brillare sinistramente alla tenue luce lunare che filtrava dalla porta. La brezza della sera si era alzata leggermente e scuoteva le cime dei pochi alberi che crescevano dentro al forte, mentre le foglie tremavano senza sosta al vento come se fossero possedute da spiriti senza riposo.
«Signore, non credo che sia il momento opportuno per dire certe cose! Non tutto è ancora perduto» ribatté Shinzaemon, fissando duramente i gesti del suo giovane signore. Yoshitsune si lasciò sfuggire una risata sommessa. Era cristallina e del tutto priva di paura o ansia, tanto che il resto dei presenti si scambiò un’occhiata confusa. Come poteva essere così tranquillo sapendo di essere ormai in trappola?
«Shinzaemon, tu ti preoccupi troppo. Ed anche voialtri. Dovremmo invece goderci questa bellissima serata, anche perché potremmo non vederne altre»
«Signore, voi-»
«Mi è appena venuto in mente un adagio che ho letto anni fa, durante i miei studi» lo interruppe Yoshitsune «Diceva qualcosa tipo: “La vita di un soldato è come un petalo di ciliegio. Tanto bello, quanto etereo, fiorisce in un attimo in tutto il suo splendore e sempre in un attimo perisce.” Piuttosto azzeccato, non trovate?» Si voltò verso i suoi uomini, sorridendo dolcemente di un sorriso diverso dal solito. Non aveva quella nota impertinente e sprezzante del pericolo di sempre; quella volta era velatamente malinconico, come se, nonostante tutto, sapesse già cosa l’aspettava il futuro e avesse deciso di accettarlo.
Benkei scoppiò in una fragorosa risata, all’improvviso, tanto che Shinzaemon gli lanciò uno sguardo preoccupato, temendo che fosse impazzito.
«Avete proprio ragione, meglio far portare del buon sakè e berci sopra!» disse poi, volgendosi verso il giovane signore.
«Ma dobbiamo ancora discutere del nostro piano!» protestò Shinzaemon, sporgendosi verso Yoshitsune «Dobbiamo ancora trovare un modo per farvi fuggire da qui»
«Non voglio fuggire! Anche se scappassi quanto credi che potrò sopravvivere con mio fratello che mi dà la caccia in tutto il Giappone?» sbottò il Minamoto «Una volta che mio fratello si mette in testa una cosa, la porta a termine a qualsiasi costo. Anche se non morissi oggi, morirei tra qualche giorno. Tanto vale morire insieme agli uomini che mi hanno sempre supportato! Non credi, Benkei?»
Il giovane signore ripose la spada nel suo fodero e alzò lo sguardo verso il suo braccio destro, lanciandogli uno sguardo di complicità.
«Sì, è sempre bene dimenticare le cose brutte di questo mondo!» esclamò il monaco, dopo qualche secondo di silenzio e ricambiando con un sorriso divertito. Yoshitsune sorrise anch’esso, questa volta con il solito sorriso di sempre, poi si alzò e, dopo aver chiamato uno dei servitori del forte ed avergli richiesto del sakè e dei piattini per tutti, si voltò verso i suoi uomini e disse:
«Brindiamo alla nostra salute e speriamo che le divinità ci assistano!»


Come avrete intuito non è finito, la seconda parte la pubblicherò domani! =) 
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