domenica 22 maggio 2016

Odissea - Articolo di Francesca Domenici

Buon pomeriggio!
Oggi vi porto un "Guest Post", un "articolo ospite" come si direbbe in italiano, scritto da Francesca Domenici.

L'articolo in questione, come potete vedere dal titolo, tratta dell'Odissea anzi, delle Odissee e, soprattutto, dell'ospitalità.


Odissea

Articolo di Francesca Domenici



L’uomo ricco d’astuzie raccontami, o Musa, che a lungo
Errò dopo ch’ebbe distrutto la rocca sacra di Troia;
di molti uomini le città vide e conobbe la mente,
molti dolori patì in cuore sul mare,
lottando per la sua vita e pel ritorno dei suoi.
Ma non li salvò, benché tanto volesse,
per loro propria follia si perdettero, pazzi!”

Le prime righe del proemio dell’Odissea sono un mirabile riassunto dell’intero poema.
L’Odissea è il libro di viaggio per eccellenza. Il viaggio del ritorno. Una trama di avventure e di dolori cucita addosso a un singolo personaggio, l’eroe classico il cui nome di etimologia incerta può riportare a significati ben diversi tra loro come “sono odiato” o “l’adirato”, senza dimenticare la bella assonanza con la parola greca che traduce Nessuno, Outis, utilizzata come stratagemma nel terribile episodio di Polifemo.


Fiumi di inchiostro sono stati versati sul protagonista Odisseo o, alla latina, Ulisse. E’ stato tradotto, riscritto, in prosa e in versi, analizzato, modernizzato secondo le esigenze di ogni epoca, riveduto e corretto per il diverso sentire di decine e decine di scrittori e poeti in più di due millenni.
Il nostro immaginario collettivo è ricco di mille sfumature di Ulisse.
Alla fin fine per la maggior parte l’eroe omerico sembra rappresentare l’inquietudine dell’Uomo e il suo viaggio si accompagna il più delle volte alla ricerca di Verità più che di avventura.
Qualche esempio? L’Ulisse di Joyce trasfigurato in Leopold Bloom, uomo comune alle prese con un’odissea di un solo giorno tra i piaceri e i dispiaceri di un esemplare quotidiano e trova a casa, la sera, la sua Itaca e una Penelope, Molly, tutt’altro che fedele; quello di Dante in “folle volo”, bramoso d’andare oltre con insaziabile curiosità per carpire conoscenze ai più precluse, “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”; Foscolo nel suo esilio all’eroe si paragona e ce lo rende così bello di fama e di sventura baciò la sua petrosa Itaca Ulisse”; quello di Tennyson è un Ulisse vecchio e malinconico la cui smania di conoscere non è vinta, forte della consapevolezza di avere diritto e dovere di usare ogni sfaccettatura dell’intelligenza umana, moderno e ottimista, contrariamente all’ultimo viaggio di Ulisse nel Pascoli per cui l’estremo limite è rappresentato dalla stessa condizione umana della quale l’unica certezza è la morte; e l’Ulisse superuomo di D’Annunzio “e il folgore degli occhi suoi mi ferì del mezzo alla fronte”; fino a Browman, Ulisse di un’Odissea nello spazio, letta da Clarke o vista da Kubrick, ma in ogni modo Uomo che passa la porta delle stelle e approda ad una nuova Itaca.


Ma torniamo al classico. La lettura dell’Odissea come dell’Iliade fa risaltare subito agli occhi il ripetersi di intere formule, in alcuni casi di interi brani, ma soprattutto la fitta presenza di epiteti. Epiteto non è altro che una figura retorica tipica della tradizione orale che, accostando caratteristiche specifiche a eroi, dei e città, permette che vengano memorizzati, facilitando lo scambio e la comprensione tra l’ascoltatore (lettore nel nostro caso) e l’aedo narratore. Facile collegare subito Achille al piè veloce. E per questo ci sono le “parole alate”. Parole non piumate perché leggere, ma piumate come frecce che precise sono scoccate dal parlante dirette al bersaglio dell’ascoltatore che non può che esserne colpito.
E così è anche per Odisseo, “colui che ha molto sofferto e molto sopportato”, “colui che ha tanto viaggiato”/il versatile, “colui che trama”/il saggio/l’accorto, ricco di ingegno... Ma la caratteristica omerica propria di Odisseo è la METIS, l’accortezza, l’astuzia, la capacità di piegare il caso fortuito e maligno per trarne un esito favorevole. Odisseo usa la ragione e la capacità di sopportare ed attendere per raggiungere un fine non immediato. Odisseo è polymetis, termine che viene tradotto molto diversamente con molto astuto, multiforme, ingannatore. La scelta, oserei dire morale, del traduttore fa gran differenza.

Leggere l’Odissea pensando che è stata raccolta e messa per iscritto otto secoli prima della nascita di Cristo dà le vertigini. Si tratta di un tempo molto molto lontano da noi.
L’epica greca raccoglie episodi differenti del mito, della tradizione e del folklore, anche di epoche molto distanti tra loro. Essi vengono legati ad un eroe selezionato secondo il gusto del poeta. L’eroe in sé non ha caratteristiche psicologiche o sviluppo intimo, ma, semplicemente, vive le vicende prescelte per lui. Perciò si incappa in punti privi di coerenza con il resto della trama, il poema epico non è destinato alla lettura o alla meditazione sul testo e l’incoerenza non risulta essere così apprezzabile. Le peripezie narrate sono paragonabili alle esagerazioni tipiche dei racconti marinari di ogni tempo e luogo riguardo viaggi, tempeste, lusinghe che fanno dimenticare il ritorno, malvagità o benignità delle genti sconosciute in cui si incappa. L’impegno principe di Omero è di rendere verosimile l’incredibile, plausibile il fantastico. Siamo nell’Egeo per modo di dire! Le descrizioni precise ed attente di luoghi, usanze, tecniche di costruzione di cui l’Odissea è ricchissima, si rifanno al presente del poeta e non al passato dell’epoca storica della guerra di Troia a cui si riferiscono, che è di molto precedente.

Ma pensandoci bene, l’Odissea è davvero tanto lontana? Cosa possiamo trovare? La smania di tornare ma insieme l’esigenza di soffermarsi per esplorare, la responsabilità delle proprie azioni e la scelta - “Ah, quante colpe fanno i mortali agli dei! Da noi dicon essi che vengono i mali ma invece Pei loro folli delitti contro il dovuto han dolori.” - il fato che tira fila di eventi oltre la portata umana e la compassione umana nei confronti del dolore, - “Padre Zeus, nessuno fra i numi è più funesto di te: non t’importa che gli uomini, a cui tu stesso dai vita, sian sempre in mezzo a sciagure e mali crudeli.”-  l’istinto, la razionalità e il controllo delle emozioni – “Facili all’ira sopra la terra siamo noi stirpi umane” E Alcinoo ancora gli rispose e gli disse: “Ospite, no, non è tale il mio cuore nel petto da irritarsi per nulla: meglio avere in tutto misura.” - la consapevolezza fiera della propria mortalità, la lotta per quel che si considera un diritto, l’orgoglio, l’amore verso il padre, il figlio, la sposa e lo sposo, il gran pianto che accomuna uomini e donne, - “In cuore, balia, godi, ma frenati, non esultare: non è pietà su uomini uccisi far festa.” - il senso sacro dell’ospitalità. E quanto altro. Sono solo alcune qualità che rendono l’umanità un'unica entità nello spazio e in questo caso nel tempo.

“Nulla nutre la terra più meschino dell’uomo,
fra tutto ciò che respira e cammina sopra la terra.
Pure mai pensa che un giorno potrà vincerlo un male,
fin che gli dei gli dan forza e le ginocchia son agili;
quando, poi, lutti gli dei beati gli danno,
anche questi sopporta, sia pure a malgrado, con cuore costante:
perché così è la mente degli uomini sopra la terra.”

Per questa mia ennesima rilettura dell’Odissea ho scelto di soffermare l’attenzione proprio sul concetto di ospitalità. Sono stata condizionata dall’idea del viaggio ma soprattutto dagli eventi drammatici di questo tempo; dai migranti, quindi dai profughi. Come è Odisseo.
Il termine di ospite e straniero (xenos o xeinos omerico) è ambivalente, della stessa ambiguità che ha in latino la radice comune di hospes/ospite e hostes/nemico. Ma l’ospite e straniero è sempre protetto dagli dei, da Zeus in persona che è perciò detto Xenios. “Dietro qualsiasi forestiero, mendicante o vagabondo – scrive il poeta Cyprian Norwid in una prefazione dell’Odissea – si sospettava un essere divino. Non era concepibile prima di accoglierlo, domandare al visitatore chi fosse; solo dopo aver immaginato la sua origine divina ci si poteva abbassare a domande di carattere terreno.” L’ospitalità era una virtù tra le più sacre. Non esisteva l’ultimo degli uomini perché l’uomo era sempre il primo, perciò divino.

“E’ venerando anche per i numi immortali
L’uomo che arriva sperduto, come io ero al tuo fiume,
alle ginocchia tue arrivo, dopo tanto soffrire.
Abbi pietà, sovrano: io mi dichiaro tuo supplice.”

In numerosissimi passi lo straniero sconosciuto è destinato a ricevere un trattamento che segue un preciso rituale. Ha diritto ad essere accolto, curato dalla servitù, lavato, cosparso di unguenti, rivestito e abbondantemente rifocillato.

“Ma adesso rimani, anche se il viaggio ti preme,
e preso bagno e ristorato nel cuore,
gioioso torna alla nave, portandoti un dono
bello, di pregio, che ti sia mio ricordo,
come ne donano agli ospiti gli ospiti amici.”

Solo a questo punto egli in cambio deve rivelare il nome e la stirpe, la patria e notizie dal suo viaggio.

“Ora è più bello domandare e informarsi
Degli ospiti, chi sono, ora che il cibo han goduto.
Stranieri chi siete? E di dove navigate i sentieri dell’acqua?
Importanti sono le notizie fornite perché lo identificano, creano legami e, essendo esterne al paese che lo sta accogliendo, diventano un tramite informativo di fondamentale importanza. Infatti  ci troviamo a parlare di comunità separate, tra le quali la comunicazione e lo scambio arrivava solo tramite lo spostamento di persone, con i loro viaggi non sempre rapidi e tantomeno agevoli.
Non importa se chi accoglie è re o divinità o umile porcaio perché ciascuno dà per ciò che ha, che siano i ricchi Feaci:

“Su, l’ospite su un trono a borchie d’argento
Fa sedere, rialzando e comanda agli araldi
Di mescolare il vino, che a Zeus folgoratore
Libiamo ancora, il quale accompagna i supplici venerandi:
e cena la dispensiera dia all’ospite, quello che c’è.”

“Certo è l’ospite mio, ma tutti han parte all’onore.
Dunque non v’affrettate a farlo partire, e di doni
Non siate avari con chi ha tanto bisogno: voi molte
Ricchezze avete nei vostri palazzi, per grazia dei numi.”

o il porcaio Eumeo:

“Straniero, non è mio costume – venga pure uno più malconcio di te –
Trattar male gli ospiti: tutti da parte di Zeus
Vengono gli ospiti e i poveri: ma dono piccolo e caro
È il nostro: questa è la sorte dei servi”…
…Mangia ora ospite, questa è roba da servi, porchetti.
I porci ingrassati se li divorano i pretendenti.”

“Non per questo voglio ospitarti e averti riguardo
Ma per timore di Zeus ospitale e per compassione di te.”
L’ospitalità è dovuta e chi non risulta ospitale (cosa di cui saranno accusati i pretendenti) subirà la giusta punizione per la mancanza di senno e di compassione.
“L’ospite, il supplice, è come un fratello Per l’uomo che abbia anche solo un poco di senno.”
Prima di riprendere il cammino, l’ospite avrà doni che non possono essere rifiutati. E sono fior di doni. L’ospitalità è destinata ad essere ricambiata e addirittura ereditata dai discendenti.
Scrive a tal proposito Ryszard Kapuscinski: “Porte e portoni servono ad allontanare l’Altro ma possono anche aprirglisi davanti invitandolo a varcarli. La strada non deve essere il punto da cui si attende l’arrivo delle truppe nemiche, può essere il cammino attraverso il quale, celato sotto vesti da pellegrino, giunga alla nostra dimora uno dei nostri dei. Grazie a interpretazioni come questa cominciamo ad intravedere un mondo non solo più ricco ma anche più accogliente in cui si è meglio disposti verso i nostri simili.”
Ma nel viaggio Odisseo incontra uomini e popoli non sempre ospitali, tutt’altro. Perciò si chiede all'approdo: “Ohimè, di che uomini ancora arrivo alla terra? Forse violenti, selvaggi, senza giustizia, oppure ospitali e han mente pia verso i numi?”
Nel poema è chiara la distinzione tra chi è ospitale e quindi civile da chi non lo è e quindi è lontano dalla civiltà e da ciò che la rappresenta. I modelli esemplari delle due parti antagoniste sono da un lato Alcinoo e il popolo dei Feaci e dall’altro Polifemo e i Ciclopi. Legge, danza e armonia sono alla corte di Alcinoo mentre i Ciclopi non conoscono l’agricoltura, non conoscono la marineria, non conoscono la legge.
Mille altre riflessioni si potrebbero fare ma preferisco concludere con il concetto di viaggio come metafora della vita che splendidamente ritrovo nelle parole di Edgar Lee Masters:
“Noi non cesseremo mai di ricercare
E la fine di tutte le nostre ricerche
Sarà di arrivare al punto di partenza
E di scoprire quel luogo per la prima volta."
E. L Masters
e ancor più in Itaca del poeta Kavafis:
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.



(Le traduzioni dal greco dell'Odissea sono tratte dall'edizione Einaudi di Rosa Calzecchi Onesti)


Francesca Domenici


Ringrazio di nuovo l'autrice di questo bell'articolo, Francesca Domenici, e vi invito a visitare la sua pagina Tea for Books & Books for Tea

Ringrazio inoltre Dino della pagina Fondi di Tè con cui continua un solido rapporto di collaborazione, amicizia e stima e grazie a cui è pervenuto a me questo articolo e di cui ha pubblicato uno stralcio qua: Fondi di tè

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