mercoledì 20 aprile 2016

Lo scrigno di Adymair - di Snee Dronningen - Segnalazione Nuova Uscita

Buon pomeriggio!
Come state?
Forse a breve qualche novità! =D
Intanto vi segnalo un libro fantasy:


Lo scrigno di Adymair

di Snee Dronningen


Trama:

C’erano una volta, in un mondo lontano, Conti e maghi, elfi e cavalieri. Ma anche cose davvero stupefacenti.
Un uomo indossa gli occhiali. Un altro adopera un cannocchiale. Qualcuno preme un interruttore e la luce elettrica viene accesa per la prima volta.
È la Confraternita la madre di queste novità. La Confraternita osteggia i privilegi di cui godono i nobili, esige la redistribuzione delle ricchezze e si oppone a ogni forma di disuguaglianza, inclusa quella garantita dalla magia; attraverso la tecnica e il progresso scientifico, persegue il bene dei più e dei deboli, e per questo è odiata e temuta.
Un giorno, in una tranquilla cittadina costiera, due sorelle, Eirien e Finduen, sono testimoni dell’omicidio di un alto prelato dell’ordine. Non si tratta di un caso, tantomeno del gesto isolato di un oppositore. È solo la prima tappa di un grande disegno, l’inizio della lotta per impadronirsi del potere sconfinato di un antico nemico, il potere definitivo e assoluto, il potere la cui sola esistenza minaccia di distruggere tutto ciò che la Confraternita ha costruito nei secoli.
Loro malgrado, Eirien, Finduen e i loro amici, il giovane mago Atelmor e il vecchio bibliotecario Pheswan, si troveranno trascinati in un conflitto che va molto al di là delle loro semplici vite. Tra alleati insospettabili e nemici inaspettati, tra maschere e raggiri, tradimenti e conversioni, invenzioni e rivelazioni, tra teaser e incantesimi, i nostri si troveranno a fronteggiare la desolante solitudine di compiere delle scelte, perché niente è come sembra e a nessuno sarà concesso di restare neutrale, almeno finché non verrà svelato il contenuto dello Scrigno di Adymair.
Lo scrigno di Adymair si stacca nettamente dal panorama del fantasy italiano contemporaneo, perché è un cosiddetto secondary world, ovvero una storia ambientata in un mondo alternativo. Tuttavia, è un secondary world sui generis, nel quale gli elementi del nostro mondo, quello reale, vanno a collidere coi caratteri tradizionali e quasi stereotipi della fantasy. Ne nasce un costante dibattito tra opinioni contrarie: in particolare tra i valori fortemente egualitari, ma deindividualizzanti, della Confraternita e quelli elitari, ma meno rigidi, di cui si fanno portatori i maghi: tra l’ordine supremo e il caos dove vince il più forte.
Ma la principale particolarità de Lo scrigno di Adymair rispetto al genere fantasy risiede nel fatto che i sentimenti dei personaggi, i loro distinti caratteri e i loro rapporti reciproci hanno un ruolo dominante. Le controversie sulla magia fanno da sfondo alle vicende di famiglie problematiche, fondate su rancori sepolti o su odi che si finge di non vedere; di giovani che si confrontano con la difficoltà di soddisfare le aspettative dell’inserimento sociale, o con i primi amori, o per il tortuoso percorso di accettazione di se stessi e di costruzione della propria identità, in rapporto o in contrasto con la stirpe, la nazionalità, l’educazione. Insomma, Lo scrigno di Adymair fa dell’approfondimento psicologico, delle personalità e del loro sviluppo, delle emozioni un centro focale della narrazione. I sentimenti sono protagonisti: dominano e non di rado provocano gli avvenimenti, determinando le scelte dei personaggi; e il susseguirsi senza pausa di eventi clamorosi e sconvolgenti fornisce continuamente materiale per la loro analisi.


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Anteprima




Da qualche parte nella foresta di Ayunkhn, Olegorn
Aprile 54

Rannicchiata sullo sgabello, il volto premuto contro lo spiraglio delle imposte semichiuse, Ravendryl poteva ancora scorgere, all’orizzonte, il profilo incandescente delle Montagne Azzurre.
Ma in alto, più in alto, là dove in cielo era ormai notte, facevano già capolino le prime stelle. Si accendevano sotto gli occhi dell’elfa una dopo l’altra, lievi e lente come minuti. Anche le lune si rischiaravano pian piano.
Lo sguardo di Ravendryl corse alla valle.
La foresta di Ayunkhn era immersa nella quiete del tramonto. Le foglie stavano ferme nell’aria ferma; scintillavano soltanto, lunghe scie dorate simili a quelle lasciate dal passaggio di una lumaca. I passeri e i pettirossi riposavano già, mentre da qualche parte, tra le colline, si levava il rauco urlo del gufo.
Forse quel maledetto giorno non sarebbe più trascorso. Se il sole fosse rimasto fermo dov’era, come una goccia d’acqua tremula appesa al vetro di una finestra: se il paesaggio fosse rimasto uguale, come un dipinto incorniciato nel riquadro delle imposte, e lei sempre là, rannicchiata sullo sgabello.
Ma le ombre della sera scivolavano una dietro l’altra, inesorabili, sempre più alte, finché le sagome dei pini non arrivarono a sfiorare il tetto della capanna, e il loro profilo non s’impresse come una promessa nei suoi occhi neri.
Il suo sguardo percorse la valle, ancora una volta. Forse non sarebbe venuto neanche oggi.
Una figura si staccò dalla macchia d’alberi e si lanciò rapida attraverso la radura.
Il cuore di Ravendryl ebbe un tuffo: l’elfa balzò in piedi con tanta foga che lo sgabello piombò a terra con un tonfo. Brancolava, tendendo le mani ora in una direzione, ora nell’altra. Aveva pianificato ogni dettaglio, ma adesso sembrava che nella sua mente non ci fosse spazio per altro che per lui che volava su per la china, verso casa. “Eccolo” riusciva solo a pensare “Eccolo, è qui!”. E già sentiva i tre colpi contro la porta, e già lo vedeva ritto sulla soglia.
Afferrò i due ciottoli di selce sul tavolo e si buttò in ginocchio di fronte al camino: spento ormai da due giorni, era una cavità vorticante di fuliggine. Ravendryl prese a sfregare ritmicamente le selci una contro l’altra. Le tremavano le mani, tanto che una pietra le sfuggì e rotolò tra la cenere. La raccolse imprecando. Non ci sarebbe riuscita, pensò, una scintilla balenava nell’aria scura: un istante dopo, gli aghi di pino presero fuoco.
Era cominciato; era cominciato, ormai, da quel primo rametto, che già, ridotto ad un mucchietto nero-grigiastro, si piegava, si spezzava, crollava su se stesso. Presto avrebbero preso fuoco anche gli altri; presto, ed era troppo tardi per fermarli.
Il calore le lambiva le guance, si agitava sulla treccia bionda come il grano d’estate, scintillava, riflesso negli occhi umidi. Era ora.
Tre colpi decisi contro l’uscio. Il pianto di Lairythil lacerò l’aria.
Ravendryl fu subito in piedi. Aveva il volto ancora tiepido. Staccò entrambi i catenacci e il ascoltò ricadere tintinnando contro la porta.
Lui si stagliava contro il cielo ormai nero, i raggi del tramonto che lo rivestivano da capo a piedi di una fluorescenza sovrannaturale. Senza volerlo, gli occhi di Ravendryl trovarono quelli di lui. Neri come le braci del camino, e altrettanto ardenti.
Al solo vederli, Ravendryl arretrò. Le sue dita persero la presa sulla maniglia, e per un folle istante provò l’impulso di sbattergli la porta in faccia, di cacciarlo via, lontano, lontanissimo; ma prima che potesse fare un gesto, lui era scivolato dentro, e la porta si era chiusa sugli ultimi raggi di sole. Nella stanza, il pianto continuava, più forte di prima.
Un attimo dopo, l’aveva oltrepassata, e andava a scaldarsi alle fiamme.
L’elfa si rivolse alla porta: fece per chiudere i catenacci, ma si trattenne in tempo. Si diresse verso l’angolo opposto della stanza, dove, appesa ad una parete, dondolava la bisaccia di pelle da cui spuntavano quelle minuscole mani bianche che si agitavano al ritmo dei singhiozzi.
A tre mesi, sua figlia le ricordava ancora i coniglietti appena nati, così simili a topi, con il pelo umido schiacciato sul corpo scheletrito. Ma non c’era l’ombra della goffa grazia di un cucciolo in quel viso cereo, contratto in una smorfia perenne, dai giganteschi occhi ancora blu.
Fu solo la tensione che diede all’elfa la forza di sollevare le braccia, ancora una volta.
« Posso tenerla io? »
Ravendryl si voltò di scatto.
« Adymair! »
Era alle sue spalle. Si rese conto che era la prima volta che le parlava, dal suo arrivo.
« Ti prego » stava mormorando; i suoi occhi erano fissi sul fagotto che si agitava appeso alla parete.
Ravendryl non gli aveva mai detto di no: c’era sempre stato qualcosa, nel suo tono, che faceva suonare come un ordine anche la più sommessa delle richieste. O forse era il fatto che le sue parole erano sempre tanto inaspettate da farla esitare. Come quando le aveva chiesto di seguirlo, anni addietro. Come allora, Ravendryl annuì senza parlare.
Col fiato sospeso, lo vide chinarsi sulla culla, mentre nel suo sguardo si accendeva una luce che non vi aveva mai visto, un lampo dorato che ravviva i lineamenti immobili da elfo, che raddolciva la fiamma dello sguardo in un tepore gradevole.
Ravendryl lo fissò stupefatta.
« Siamo vicini alla fine » disse a un tratto Adymair. Nella sua voce c’era tanta durezza che Lairythil s’irrigidì tra le sue braccia: per un attimo il suo pianto si spense. La stanza ripiombò nel silenzio, tanto profondo che si sentivano distintamente le fiamme crepitare.
Ravendryl non disse niente.
« Stiamo preparando un nuovo attacco. È rischioso, molto rischioso. Ma, se riesce, non vedremo più una di quelle belve grigie nella Foresta di Ayunkhn, fino a che le lune si reggono appese in cielo ».
Una stretta feroce afferrò il cuore di Ravendryl: l’elfa si affrettò ad abbassare lo sguardo, prima che una vampa di collera le risalisse agli occhi.
« Ma se non dovesse riuscire…» la voce di Adymair le giunse lontana, molto lontana: lontana quanto l’infanzia, quanto Nfywhrin; lontana mezzo secolo di dottrina e di retti insegnamenti. Sussultò quando le dita di lui le sollevarono il viso e gli occhi di lui si conficcarono nei suoi.
«…allora voglio che tu e Lairythil siate al sicuro » lo sentì dire « Voglio che tu vada a sud. A Nfywhrin. Dalla tua famiglia ».
Ravendryl si liberò dalla sua stretta e gli volse le spalle.
“E se io adesso non volessi più andarmene?” pensò “Se volessi restare? Che diresti, allora?”. Ma a che sarebbe servito? Sapeva che era inutile parlarne, ormai: era inutile parlare di qualsiasi cosa, tra tutte quelle che non gli aveva mai detto.
« Ho lasciato la mia famiglia per seguirti ad Ayunkhn » mormorò, senza voltarsi « È stato vent’anni fa. Da allora ho seguito i tuoi passi per tutti i sentieri. Ho mangiato il tuo cibo, ho marciato nella tua foresta senza dormire, ho combattuto con i tuoi guerrieri e versato il sangue dei tuoi nemici ». Tornò a guardarlo, anche se sapeva di avere gli occhi neri quanto il buio della stanza: « Ho le mani macchiate del sangue dei tuoi nemici! »
« È stata una tua scelta » disse Adymair. Il suo sguardo era grigio e la sua voce non tremò.
« Lo so » replicò Ravendryl, raddrizzando fieramente il capo « È stata una mia scelta. E adesso, tu vuoi che me ne vada? »
« Sì » rispose Adymair « Voglio che tu sia al sicuro »
« È un po’ troppo tardi, non ti pare? » chiese Ravendryl.
L’elfo sostenne il suo sguardo con una calma quasi offensiva.
« Quando sei rimasta incinta » disse « Quando non sei più stata in grado di marciare, ti ho dato questa casa dove vivere. Allora questa capanna era sicura »
« Sicura?! » gli fece eco Ravendryl « I nostri figli sono morti, uno dopo l’altro! E guarda che ne è di Lairythil! ». La indicò convulsamente, ma fissava lui e non le sfuggì il lampo di dolorosa consapevolezza che gli attraversava lo sguardo.
« Non avrei potuto far nulla » bisbigliò, tuttavia.
« Avresti potuto esserci! » gridò Ravendryl « Avresti dovuto essere con me! Ero sola quando sono morti, ed ero sola anche quando li ho seppelliti! ». La voce le si spezzò di colpo, come un ramo secco calpestato da uno stivale malaccorto.
Adymair fissò ancora per un attimo il corpo di sua figlia tra le sue braccia. Si prese del tempo per rimboccarle le coperte con cura sproporzionata: « Avevo un popolo da difendere » rispose, lisciandole lentamente.
« Ma avevi anche una famiglia! » urlò Ravendryl « Avresti dovuto pensarci prima di…». S’interruppe, temendo lei stessa ciò che stava per dire: e vide che lo sguardo di Adymair si era scurito, quando lui si voltò a rispondere.
« Ho sbagliato, infatti » disse « E non lo rifarei »
A Ravendryl si mozzò il fiato.
« Ah, davvero? » sibilò. E subito soggiunse: « Neppure io ». Ma neanche mentre lo diceva riuscì a crederci. Nemmeno adesso.
« Ho sbagliato perché ti ho ingannata » soggiunse Adymair « Ti ho illusa che avrei avuto tempo per noi perché credevo davvero che lo avrei avuto. E lo credevo non perché fosse vero, ma perché io lo volevo, più di ogni altra cosa…». Ma Ravendryl ormai non lo ascoltava più. Aveva le mani legate, la lingua incollata, non poteva fare altro che scuotere la testa.
« Non capisci?! » esclamò con voce strozzata « Davvero non capisci?! Non hai sbagliato a prendere me per compagna! Non hai sbagliato a scegliermi, non è dandomi figli che hai sbagliato! Io avrei potuto renderti felice, se solo tu me lo avessi permesso…». Di nuovo, le mancò la voce; « Hai sbagliato a lanciarti in questa guerra folle! Sei stato tu ad armare il tuo popolo, tu ad attaccare la Confraternita che non ti chiedeva che un po’ di terra…».
« Questa terra! » gridò lui.
Ravendryl lasciò ricadere le braccia.
« Era questa terra che la Confraternita voleva! » ripeté Adymair, tra i denti.
Ravendryl chinò il capo.
« C’è così tanta foresta » mormorò, tra sé.
«Ma che stai dicendo?! » esclamò Adymair.
Lairythil scoppiò di nuovo in singhiozzi, ma l’elfo non le badò. Avanzò verso Ravendryl, che lo attendeva, pietrificata, nel mezzo della stanza.
« Ayunkhn appartiene a noi! » gridò Adymair, puntandole un dito contro « Se ci sono così tante foreste, che vadano a prendersi quelle! Se non hanno spazio a sufficienza, che si prendano i campi e le città degli altri umani. Ayunkhn noi la vogliamo! Non possono portarsela via, solo perché dicono che a loro serve. Questa è la nostra casa ». E nella stanza ci fu di nuovo silenzio.
Lei levò la testa: per la prima volta, non tremò incontrando il fuoco di quegli occhi rossi.
« Parole. Chiacchiere e bugie, ecco perché ci chiedi di combattere! C’è spazio per tutti…»
« Parli come una di loro! » urlò Adymair.
Fu un attimo. Una luce nuova si accese negli occhi di Ravendryl: una luce dorata, gioiosa e quieta, che volò come uno splendido sorriso sul volto dell’elfa.
Durò solo un attimo, ma Adymair non l’aveva mai vista. E, in quell’attimo, l’elfo capì.
Ora si fissavano come se fossero stati l’uno dinanzi all’altra per la prima volta, e stavolta fu lui a tremare. Un lungo silenzio trascorse, una spaventosa corrente gelida spazzò la stanza.

Ravendryl la sentì, un brivido le corse lungo la schiena: e vide la fiamma dello sguardo di Adymair che si spegneva, come una candela.

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