venerdì 8 aprile 2016

La Custode - di Yasodhara Leandri, La Ruota Edizioni

Buongiorno a tutti!
Oggi vi segnalo un nuovo romanzo fantasy, per la precisione un urban che inizia la nostra collaborazione con La Ruota Edizioni =)


La Custode

di Yasodhara Leandri
La Ruota Edizioni




Sinossi:

Alex, una giovane newyorkese, pronta per la sua gita scolastica a Parigi, viene travolta da una serie di eventi imprevedibili che la porteranno a scoprire qualcosa su se stessa che non avrebbe mai immaginato. Un simbolo misterioso dietro la nuca, nuove sensazioni e un mondo tutto nuovo e complesso nel quale verrà catapultata di colpo.
Un urban fantasy dove le energie del bene e del male si mostrano e si fondono come non mai, dove niente è come sembra e ogni personaggio nasconde il proprio piccolo o grande segreto da svelare…



L'autrice:

Yasodhara Leandri, o Yaso per gli amici, è una giovane scrittrice italiana con un affascinante nome di origini indiane. Nata a Mirano il 15 Luglio del 1994, attualmente vive in un piccolo paesino in provincia di Venezia insieme alla madre e alla loro gatta Fanny e frequenta il corso di Scienze della comunicazione e del testo letterario presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Sempre da quelle parti, nei weekend, lavora come hostess al check-in catalogando passeggeri in crisi che si accingono a salpare dal porto. Appassionata di serie tv, film, anime e libri si definisce scherzosamente una nerd. Sin da piccola adora creare storie e, seguendo questa sua passione, ha pubblicato un breve racconto fantasy intitolato Le guardiane dell’Aurora sulla piattaforma on line “Penne Matte”. Da lì, negli anni, ha buttato giù tantissime altre idee che, dopo un emblematico viaggio a Parigi, l’hanno portata alla stesura del suo primo romanzo fantasy: La Custode.


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Acquisto ebook: La Custode


Capitolo 1



Quella notte chiudere occhio era un'impresa. Guardai la sveglia rendendomi conto di aver controllato l'ora solo cinque minuti prima. Incredibile! sembrava passata un'eternità. Erano le due e un quarto, mi restavano soltanto poco più di quattro ore di sonno prima di dovermi alzare per raggiungere l'aeroporto JFK dal quale sarei partita alla volta di Parigi.
Dormi! Cercai invano di imporre a me stessa. Provai a contare delle pecore immaginarie, ma mi distrassi e finii per contare le crepe sul soffitto. Erano davvero tante, prima o poi sarebbe crollato tutto.
Fu forse per questo pensiero, o semplicemente perché non sapevo che altro fare, che decisi di alzarmi. Non mi preoccupai di non far rumore, mia madre aveva il turno di notte, quindi, non sarebbe tornata prima dell'alba e l'altra mia coinquilina, appallottolata in un angolo del letto, era troppo impegnata a fare quello che fanno sempre i gatti: dormire. Quanto la invidiavo.
Mi diressi sconsolata verso la cucina immaginando come doveva essere la vita di un gatto. Arrivata al lavabo mi resi conto di essere fiera di appartenere al genere umano.
Un caffè sicuramente non mi avrebbe aiutata a dormire ed ero troppo pigra per scaldarmi qualcos'altro, presi così del succo di frutta dal frigo e ne versai un po' in un bicchiere. Fu mentre lo stavo portando alle labbra che successe. Il dolore arrivò così violentemente che il bicchiere mi cadde dalle mani frantumandosi a terra.
Iniziò dalla nuca, bruciando e dilaniando la pelle come ferro arroventato. I miei muscoli si irrigidirono e, per un attimo, rimasi senza fiato. Subito dopo delle fitte terribili e penetranti scesero lungo la spina dorsale e cominciarono a propagarsi nel resto del corpo. Non feci nemmeno in tempo a urlare che la vista mi si annebbiò e le forze mi abbandonarono.
Aprii gli occhi, dopo quelli che mi sembrarono pochi secondi, e cercai di sollevarmi lentamente da terra; il dolore era sparito ma sentivo ancora un leggero fastidio alla nuca, segno che non mi ero immaginata tutto. In preda alla confusione mi appoggiai al mobile della cucina e abbassai lo sguardo sulla mano destra notando che era sporca di sangue.
In effetti sentivo un leggero pizzicore, allora mi diressi in bagno e la esaminai. Una piccola scheggia di vetro si era impigliata tra il pollice e l'indice. Con sollievo constatai che non si trattava di un taglio profondo.
Appena finii di occuparmene, fissai il mio riflesso nello specchio e mi accorsi di avere un aspetto orribile. Minuscoli resti del bicchiere erano impigliati tra i capelli, la canottiera che indossavo era madida di sudore e macchiata di succo, ma ciò che più mi impressionava erano gli occhi. Attorno all'iride si erano rotte alcune vene, probabilmente la cosa era dovuta allo spasmo di dolore di poco prima, il che mi portava a una domanda fondamentale: ma che diavolo era appena successo? Molto lentamente sollevai i capelli per lasciare scoperta la nuca e mi voltai per osservarla. Appena lo feci restai impietrita. E quello cos'era? Sembrava una cicatrice dovuta a una scottatura. Non si trattava però di una semplice cicatrice, ma era formata da linee intricate che andavano a formare una specie di simbolo. La forma era troppo complicata per poter essere casuale. Ci passai cautamente una mano sopra. Al tatto la pelle era liscia, come se non ci fosse nessuna traccia di quella cosa apparsa dal nulla.
Non so per quanto tempo rimasi a fissarla senza riuscire a formulare un pensiero coerente. Il mio cervello lavorava freneticamente in cerca di una spiegazione razionale, ma era inutile. Era come cercare di far funzionare un macchinario inceppato. Mi sedetti con sconforto sul bordo della vasca e affondai il viso tra le mani. Cosa mi stava succedendo? Cos'avrei dovuto fare o quantomeno pensare?
Forse avevo battuto la testa quand'ero caduta e ora immaginavo le cose. Ma perché ero svenuta, in primo luogo?
Magari era stato un calo di zuccheri. In parte sollevata da quella spiegazione e in parte per niente convinta che fosse andata così, mi alzai e cominciai a sfilarmi le schegge dai capelli. Mi lavai il viso, andai in cucina, sistemai il caos che si era riversato sul pavimento e tornai a letto. Ero in una specie di trance. Continuavo a ripetermi che avevo immaginato quel simbolo come fosse un mantra. In cerca di una qualche sicurezza afferrai la coperta rossa. Apparteneva alla mia infanzia, nemmeno ricordavo come l'avevo avuta eppure era qualcosa di cui sapevo non mi sarei potuta mai disfare; sebbene si trattasse soltanto di una coperta, era capace di rassicurarmi e confortarmi a volte anche più delle parole. Mi piaceva l'odore che aveva e le sensazioni che mi dava quando la stringevo a me. E fu quello che feci, la strinsi a me finché il sonno non arrivò in mio aiuto e mi permise di smettere di pensare a quanto successo, almeno per un po', e di sognare. 

2 commenti:

  1. Sono al quarto capitolo diventa una storia tra il reale e non,tra dai x scontato ma non lo è. .......da leggere pagina x pagina lo consiglio anche ai meno giovani .

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