sabato 12 dicembre 2015

L'ira di Demetra - di Uberto Ceretoli - Segnalazione Nuova Uscita Plesio Editore

Buongiorno a tutti!
Scusate il ritardo ma ho un po' di problemi di vario tipo...
Oggi vi sengalo questo "fantasy mediterraneo" della casa editrice Plesio con cui collaboriamo.



L'ira di Demetra 

di Uberto Ceretoli




Trama:

Il regno di Meonia è piegato da lustri di carestia, ma Re Tantalo trascura i propri doveri, interessato solo agli inganni e alle trame necessarie a mostrarsi in astuzia pari agli dei. L’unico tanto audace da schierarsi con il popolo è suo figlio Tirseno, che osa sfidare il destino nefasto filato per lui dalle Moire. Sulle sue spalle, il compito di far prosperare ancora i raccolti placando l’ira di Demetra. Dovrà strappare Persefone all'amore di Ade e ricondurla tra le braccia della dea. Ma basterà questo gesto a calmare un popolo sul baratro della guerra civile?





L’Autore: 

Uberto Ceretoli è laureato in Scienze Politiche all’Università Cattolica di Milano. Vive e lavora a Parma in un’azienda informatica. È nato il 17 giugno del 1975 e fin dai primi anni delle superiori si è dedicato alla scrittura; appassionato di arte della guerra e di storia medioevale è autore di diversi racconti e romanzi a tema fantastico.
Negli anni pubblica con diversi editori. Il suo primo romanzo è un’opera scritta a quattro mani con Marco Bonati, “Uomini in bilico” (2006). Seguono il romanzo fantasy “Il Sigillo del Vento” (Asengard, 2007), “Il Sigillo della Terra” (Asengard, 2009) e “Il Sigillo del Fuoco” (YouCanPrint, 2012) ai quali segue “Codex Gilgamesh” (Dunwich, 2013).


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Acquisto: L'ira di Demetra 


Anteprima:
Antefatto 


Un grido di donna straziò Tantalo, che diede un pugno a una colonna dell’anticamera e vi aprì una ragnatela di crepe.
“Perché deve soffrire tanto?” il re alzò gli occhi al soffitto affrescato, ma trovò disgustose le croci d’oro che sullo sfondo turchese riportavano le costellazioni; frugò con lo sguardo tra i tonni, i polpi e i delfini del pavimento a mosaico, senza trovare sollievo.
“C’è freddo. Chiama qualcuno che riaccenda i bracieri” gli disse un giovane dagli occhi azzurri, sdraiato su un triclinio foderato di velluto rosso posto davanti alla parete libera dalle porte.
Tantalo guardò il fuoco che moriva nelle conchiglie d’alabastro agli angoli della stanza; sistemò il chitone bianco, la tonaca di bisso che scendeva sino ai calzari, e si affilò la barba scura.
“I Re esigono. Tu sei ancora un principe, e i Principi provvedono. Mostrami quanto sei maturato nel controllo dei poteri. Io sono ‘Tantalo, il preferito dagli Dèi’. Tu vuoi essere ricordato come ‘Pelope, l’inetto’?”
Il giovane sbuffò. Si passò una mano tra i capelli lunghi e castani e prese ad arricciarli. “Non è dalla familiarità con un gingillo che vedrai se sono maturo”.
“È proprio da quello, invece: più diventi forte, più lo pselion che ti ha donato Poseidone cresce con te. E i doni degli Dèi non sono gingilli: ci elevano dalla meschina umanità. Obbedisci a tuo padre”.
Pelope toccò i lapislazzuli incastonati sul bracciale d’oricalco, una spirale terminante nella figura del Dio Tritone, che si illuminò; ne seguì un rumore di ingranaggi e il monile ricoprì la mano, chiudendola con un guanto lamellare, ageminato in oro. Il principe aprì il palmo e, dopo il canto e lo sfavillio delle pietre, dalle conchiglie si alzarono fiamme vivaci.
“Il tuo sangue si mostra. Finalmente” brontolò Tantalo. “Rapidità e precisione, ho fatto bene a non ripudiarti”.
“Non puoi, piuttosto: sono il tuo primo figlio, il futuro re della Meonia”. Pelope si rilassò e lo pselion ritirò le propaggini lamellari.
“Sono cambiate molte cose, e lo sai bene” sospirò Tantalo. “Per te e per Lido”.
“La morte della mamma non cambia nulla”. Pelope si prese i lunghi ricci e li raccolse a coda con un fermaglio d’oro. “O devo pensare che colui che si vanta di ingannare gli Dèi sia finito gabbato da una femmina?” Un nuovo grido attirò le attenzioni dei due.
“La tua giovane moglie soffre come è giusto che sia” Pelope piccò il padre, che lo fissò con gli occhi scuri.
“Dione non è la mia giovane moglie. Dione è diventata tua madre. E se vuoi ereditare la Meonia, devi portarle rispetto”.
Pelope si avvicinò alla figura massiccia di Tantalo, sfigurando in altezza. “Tua moglie avrà il rispetto che mi obbligherai a darle”.
Pelope ciondolò sino al capitello decorato con ippocampi e nautili che fungeva da tavolino; immerse il corno che usava come bicchiere nel contenuto del cratere, la brocca colma di vino annacquato.
“Non finire il mio vino” la lunga tonaca bianca di Tantalo frusciò sui mosaici e il re strappò il corno dalle mani del figlio. “E vai a badare a Lido”.
“C’è la nutrice con lui. Non è al sicuro con le ancelle di tua moglie?”
Tantalo valutò le insinuazioni del figlio, che si mise a lanciare in alto una mela; i lineamenti gentili ereditati dalla madre Eurinassa avevano reso Pelope famoso per la propria bellezza, ma gli occhi baluginavano della fierezza paterna. Stava per lamentarsi del suo pessimo carattere quando un nuovo strillo gli torse le budella; lasciò cadere corno e vino sui mosaici e si appoggiò alle porte della stanza della regina.
“Tua moglie è figlia di Atlante: è una donna forte. Resisterà al suo primo parto” il tono di Pelope sembrava augurarsi il contrario.
“Ilizia me la vuole uccidere: quella sgualdrina è venuta per strapparmela”. Le mani di Tantalo tremarono, gli occhi scuri gli schizzarono dalle orbite. “L’hanno inviata gli Dèi per vendicarsi”.
“È stata tua moglie a chiedere l’intervento della Dea della fertilità. E Ilizia non obbedisce ai capricci degli Dèi: esisteva prima della stirpe di Zeus, prima di quella di Crono e ancora prima di quella di Urano”.
“Eracle è molto influente. C’è di mezzo lui, forse ha sedotto Ilizia per ottenerne l’aiuto” ruggì Tantalo.
“Cosa c’entra Eracle?” sbottò Pelope.
“Voleva uccidermi dopo quello che ho combinato ai figli che ha avuto dalla nonna Onfale. Gli Dèi sono vendicativi, tutti”.
“Ho degli zii figli di Eracle?” si sbalordì Pelope.
“Mio caro Pelope, tu non sai quante verità ti ha nascosto tuo padre” Ermes si materializzò nella stanza e la sua voce risuonò, grave, tra le rosse colonne dai capitelli fogliati.
Tantalo sussultò e rimase a guardare il figlio di Zeus: il giovane messaggero indossava un chitone bianco e i calzari e il cappello alati; batteva il caduceo sulla mano.
“Benvenuto, divino zio. Cosa ti reca presso di me?” Tantalo abbozzò un inchino, Pelope rimase immobilizzato dalla paura.
“Non sono tuo zio, Tantalo”.
Tantalò contò la parentela sulle dita. “Sei figlio di Zeus, quindi fratello di Ares, che era padre di mio padre Tmolo e quindi mio nonno. Sei mio prozio, per la precisione”.
Ermes sbuffò. “Conosci un certo Pandareo?”
Tantalo si morse le labbra. “È un vecchio amico, ma è da molto che non lo vedo”. Il re di Meonia indicò la coppa del vino. “Gradisci qualcosa da bere? Devo far portare qualcosa da mangiare? Sarai stanco per il viaggio e…”
“Pandareo mi ha detto che gli hai fatto rubare il cane d’oro di Zeus”.
“Da quando ha un cane d’oro?”
“Da quando Efesto lo ha forgiato per proteggere il suo recinto sacro di Creta. Non rispondere alle mie domande con altre domande”. Ermes fece scrocchiare le nocche.
“Perdonami, zio. Non lo sapevo, davvero. Del cane, dico”.
Ermes fissò Tantalo dal bordo del cappello alato. “Giuri di non averne mai commissionato il furto?”
“Non ho mai fatto nulla di quello che dici. Sarebbe deplorevole da parte mia se avessi…” Ermes fischiò e il cane d’oro creato da Efesto trotterellò dentro la sala “… fatto rapire quello” terminò Tantalo.
“Dunque?”
“Sei stato abile a trovarlo: quest’impresa attesterà la tua scaltrezza a tutte le future generazioni” lo elogiò Tantalo. “Non se ne sono accorti nemmeno Elio e Selene, che di solito vedono tutto e tutti”.
“Sei uno spergiuro e un ladro!” si indignò Ermes. “Quale punizione ti meriti?”
“Punizione? Ma non sei tu il gentilmente astuto, il predone, il ladro ai cancelli? Dovresti proteggermi, non punirmi. Non dirmi che non sei intervenuto a difesa di Pandareo!” “Hai derubato mio padre e hai il coraggio di invocarmi?” tuonò Ermes.
Un nuovo grido spezzò il litigio.
“Dione sta partorendo” spiegò Tantalo. “Non vorrai darle degli orfani, spero. Torna presso l’Olimpo e confrontati con Era e Atena. Fidati, è meglio per tutti”.
Ermes socchiuse gli occhi. “Cosa intendi?”
“Se faccio scherzi non è certo per mia iniziativa. Non sempre, almeno. Atena sosteneva che Zeus avesse a cuore ogni cosa che gli appartiene. Era sosteneva il contrario. Hanno scommesso e mi hanno chiesto aiuto: ho fatto rubare a Pandareo il cane per vedere chi delle due avesse ragione. Ha vinto Era, come previsto: come può Zeus avere a cuore un cane cui non ha dato neanche un nome?” “Silenzio. Mio padre ha scoperto il furto e tu sarai punito”.
“Tu hai scoperto il furto”.
“Questo non cambia le cose” ringhiò Ermes.
“Le cambia, invece. Non importa solo ciò che accade sul palcoscenico di una rappresentazione, ma anche chi ne
sono gli attori. Parole e gesti hanno un significato diverso se sono dette o fatti da attori differenti”. Tantalo sfoggiò un sorriso maligno. “Se mi punisci doni la vittoria ad Atena. Credi che Era apprezzerà? Era, la più vendicativa delle Dee, la stessa Era che tanto odiava tua madre Maia. Apprezzerà?”
Tantalo recuperò il corno caduto e ne immerse il bordo nel cratere, prendendo altro vino. Ne bevve un sorso, quindi pulì la barba sulla manica del chitone.
“Ora, zio, lascia che ti racconti cosa succederà” riprese la spiegazione “poiché tu e Atena non siete suoi figli, Era penserà che l’avete ingannata con una scommessa della quale avevate pianificato il risultato. Il che, dopotutto, potrebbe anche essere vero”. Appoggiò il corno al capitello con ippocampi e nautili che fungeva da tavolino. “Confessa: ti sei accordato con Atena per farmi entrare in questa scommessa e punire me e il mio amico Pandareo” lo incolpò.
“Sai bene che non è vero!” Ermes rifilò una manata a una colonna, crepandone l’intonaco rosso e facendola tremare.
Tantalo non si mostrò impressionato e continuò l’accusa. “Ed è ovvio che tu l’abbia fatto: vuoi vendicarti di mio padre Tmolo per via di quella scommessa tra tuo figlio Pan e Apollo”.
Calò un gelido silenzio.
Tantalo sorrise. “Ogni cosa non sarà ciò che è, ma ciò che potrebbe verosimilmente essere. Forza Ermes, riporta il cane a Zeus e digli che sono soltanto un miserabile essere umano”.
“Saresti un essere umano? Proprio tu che ti vanti di come i semidèi non ci siano inferiori?” indagò Ermes.
“Ovvio. Proprio questo esalterà Zeus e lo appagherà quanto basta da fargli desiderare di umiliarmi ancora: il che toglierà d’impaccio me, Atena ed Era. E anche te”.
“E quindi per i tuoi inganni pagherà soltanto Pandareo, un uomo che chiamavi amico?”
“Ma se hai ordito tutto tu!” gli rinfacciò Tantalo, mostrando come fingesse di crederlo. “E quindi per i tuoi inganni pagherà soltanto Pandareo, un uomo che dovevi proteggere”.
“Se non tu, allora pagheranno i tuoi figli. Sì, essi soffriranno per colpa tua”. Un nuovo grido annunciò la maledizione di Ermes, che scomparve. “La punizione è iniziata”.
Tantalo spalancò la porta della stanza allestita per il parto, dove i triclini, gli armadi e le cassapanche erano stati accatastati alle pareti color carminio; entrò nella penombra malevola e fu disgustato dall’odore di sangue, sudore e incenso. La più anziana delle nutrici gli andò incontro, trattenendo l’ira in una smorfia.
“La Somma Ilizia ha detto che non doveva entrare nessuno” gracchiò la donna indicando la Dea della fertilità.
“Silenzio” Tantalo spinse la nutrice e si diresse verso il centro della camera, dove il volto dolorante di Dione sbucava dai bianchi veli retti dalle ancelle; la regina serrò i denti in un’espressione di dolore supremo e gettò un grido che raggelò il sangue nelle vene del marito.
I lenzuoli si aprirono e ne emerse una donna dai fianchi abbondanti e dal seno generoso; i lunghi capelli, lisci e scuri, le ricadevano sul chitone azzurro schizzato di sangue.
“Ecco il tuo terzo figlio, Tantalo figlio di Tmolo”. Ilizia ancheggiò verso il re, ma con sguardo colmo di astio. A un passo da lui consegnò l’infante alla nutrice.
I veli si richiusero e Dione riprese a gridare.
“Perché soffre ancora? Ermes aveva parlato dei miei figli, non di lei” ruggì Tantalo mentre altre ancelle si precipitavano presso la regina.
“Dione soffre perché la vita è una sofferenza continua” le labbra carnose della Dea disegnarono un sorriso malvagio.
“Se è un trucco di Ermes ne pagherai tu le conseguenze”. Tantalo guardò la bella Ilizia, poi la nutrice che si allontanava con l’infante, infine Dione che gridava. Attese, assordato dalle urla della moglie. “Basta, non me la strapperete!”
Il re attivò lo pselion di oricalco, che gli ricoprì il braccio e il petto, e materializzò la lancia d’oro donatagli da Ate, Dea della Follia. “Fatti da parte”.
“Sei infervorato da Ate? O da sua madre Eris? Ritirati: il mio lavoro non è ancora terminato”. Ilizia ricambiò lo
sguardo di Tantalo e lo sfidò, avvicinando il collo alla cuspide fogliata dell’arma.
Dione urlò, gli occhi infossati, il volto sudato e livido; il piccolo nelle mani della nutrice rispose alla madre frignando e agitandosi.
“Fatti da parte, Ilizia. Non la cederò a nessuno”.
“Meriteresti di perderla. Ma lei non merita di morire per le tue colpe. E in quanto a punirti, me ne guardo bene, poiché molti Dèi approvano il tuo fare blasfemo e ne sono divertiti”.
“E allora perché sei ancora qui?” la voce di Tantalo scemò in un sussurro.
“Te l’ho detto, il mio compito non è ancora terminato”.
Il bracciale si ricompose e Tantalo oltrepassò la Dea. Si fece largo tra le ancelle, ma una nutrice emerse dai lenzuoli con un secondo fagotto.
“Un altro maschio, mio signore!”
“Due, perché due?” Tantalo rimase a guardare i gemelli che piangevano, cullati tra le braccia delle ancelle.
“Ogni cosa a suo tempo, Tantalo. Ti sei burlato degli Dèi? Ora è il loro turno”. E Ilizia scomparve in uno sbuffo argentino.

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