venerdì 9 ottobre 2015

Ancients: Il grande freddo - di Luigi Viagrande - Segnalazione Nuova Uscita

Buongiorno a tutti!
Oggi vi segnalo un libro appena uscito, si tratta di un fantascientifico postapocalittico:


Ancients: Il grande freddo

di Luigi Claudio Viagrande




Sinossi:

In un mondo gelido devastato da un virus letale, Liam Cooper è un ragazzo di appena 27 anni che vive un’esistenza mediocre ma al riparo dal virus all’interno della città-cupola di Nuova Yermo. La sua vita cambierà quando il Professor Graham, Leader della congrega dei Sapienti, decide di trasferirlo nella prestigiosa Università di Pahrump, luogo dove si formano le menti che in un futuro ancora distante e incerto riusciranno a debellare il virus dalla faccia della terra. Per sempre. Qui, Liam viene a conoscenza di una inquietante verità; il virus sta rapidamente conducendo il globo verso un tragico epilogo: una glaciazione. Il processo non è irreversibile e Liam affronterà un viaggio crudele e pericoloso nell’estremo tentativo di salvare le poche persone ancora in vita. Conoscerà un mondo dominato dalla malvagità e dalla crudeltà dell'uomo e scoprirà che la verità è ancora più agghiacciante di quanto sembri. Fuori c’è ben altro, una realtà ancora più oscura e terribile del virus stesso.

Biografia:

Luigi Claudio Viagrande nasce a Catania il 14/06/1987. Da giovane presenta un forte interesse per le arti creative fino al raggiungimento dell’autopubblicazione, nel 2004, del testo “Colonne sonore per videogiochi”, una raccolta di colonne sonore e spartiti musicali autoprodotti. Successivamente comincia ad affinare la sua tecnica narrativa scrivendo brevi romanzi fantasy. Da sempre appassionato di studi scientifici, dopo il diploma frequenta il corso di laurea in Informatica all’Università degli studi di Catania, conseguendo con successo la laurea triennale e, successivamente, quella magistrale. Attualmente lavora come sviluppatore di videogames e applicazioni presso una ditta privata nel catanese. Tra le sue passioni si citano la scrittura, la lettura, le arti marziali e i balli caraibici.


Links:

Vendita libro: Booksprint
Blog: Ancients



Anteprima:


Prologo 



«Buon pomeriggio a tutti i liberi cittadini americani; sono le 18 in punto di questa fredda giornata di fine anno. È Roman O’Connell che vi parla e, per quanti di voi si stiano chiedendo dove sia Nikolay, beh, a malincuore vi annuncio che dovrete accontentarvi della mia voce, almeno fino alla mezzanotte. No no, vi prego, non spegnete la radio e non cambiate frequenza. In verità non credo che trovereste facilmente un altro canale occupato; perciò restate con noi. La musica non ci manca e le mie parole sono quelle di Nikolay, solo con un tono diverso. Ma eviterò di assillarvi con i miei sermoni sin da subito; che ne dite di goderci il pomeriggio con uno swing di Ray Charles? 
Qui dal nostro furgoncino, per il momento, è tutto. Buon ascolto e buona vita.» 



Liam se ne stava seduto sul terrazzo della sua dimora. Gli piaceva definire tale quello sgangherato balcone che aveva allestito su un fianco del camper che, ormai da anni, impediva che gli piovesse sulla testa. E in quel periodo dell’anno, quando pioveva, pioveva grandine come uova di struzzo che se ti cadeva sulla testa ti poteva aprire un buco da indurti al coma. Nulla di troppo serio o troppo elegante lo arredava: un tavolino, una sedia a dondolo di vimini – aveva sempre desiderato volerne una da quando era bambino – e una radio; ma era suo e ne andava orgoglioso. 
Aveva già fumato due sigarette e ne stava accendendo una terza quando la radio cominciò a trasmettere le note delicate e malinconiche del pianoforte di Ray Charles mentre cantava I can’t stop loving you.
Girò di un quarto la manopola del volume e le note crebbero d’intensità. 
In quel momento l’altra manopola, quella che regolava la frequenza, si staccò e cadde sul tavolino; Liam la afferrò e la guardò con indifferenza. 
Poco male, l’avrebbe riparata l’indomani, o il giorno dopo ancora, o quando avrebbe avuto tempo. Magari ne avrebbe trovata una migliore durante lo sgombero di un appartamento abbandonato, tra scartoffie che puzzano di caffè rappreso e vecchi computer che mandano scintille dai transistor. 
Non che quella radio fosse così male: l’aveva acquistata per mezzo litro d’acqua, e non perché fosse un amante della musica o delle cose vintage, ma perché, se non altro, riusciva a coprire il brusio continuo del campo elettrico che circondava la città. Lo si sentiva a qualunque ora del giorno e della notte, perché i generatori non smettevano mai di funzionare; e come avrebbero potuto? Sarebbe stata la fine per i pochi abitanti di Nuova Yermo. Infatti, i generatori erano stati dotati di una riserva interna che forniva un’autonomia di circa trentacinque minuti, nel caso la diga di Hoover, il vecchio gigante come lo chiamavano i centoventi abitanti della città e circa mezza popolazione dei territori esterni –, avesse avuto un guasto, nella speranza che avesse ripreso ad erogare energia prima che i generatori si fossero scaricati. 
Così, il ronzio era un prezzo non troppo alto da pagare perché il campo elettrico impediva alle spore virali di penetrare in città. 
Tuttavia, sebbene gli abitanti venerassero quelle macchine in maniera quasi morbosa – la loro vita dipendeva fortemente dal campo elettrico – non erano tenuti ad amare quel brusio continuo e irritante; era come un’enorme zanzara nell’orecchio, e la vecchia radio di Liam riusciva ad allontanarla per un po’. 
Ascoltò la voce di Ray Charles mentre fumava; poi, prima che il cantante raggiungesse le battute finali, girò la valvola dell’accensione spostando l’indicatore su Off e la voce si interruppe. 
La zanzara riprese il suo fastidioso ronzio.


3

Quella non era una sera come le altre, e Liam lo sapeva bene. 
Roman O’Connell aveva annunciato alla radio due grosse verità: intanto che quello era il giorno di fine anno, il capodanno tanto atteso. In quel giorno, infatti, si celebrava non tanto la fine dell’anno e l’inizio di quello nuovo, ma la nascita del primo vero centro di ricerca del nuovo mondo, dopo il raid del 2100. Liam, quella sera, avrebbe prestato servizio come cameriere per quei bastardi del governo; avrebbe servito loro tartine e champagne – e, perché no, anche qualche bicchiere d’acqua, se quel taccagno di Hoober, il sindaco, si fosse sentito generoso –, mentre il fior fiore dell’aristocrazia maschile locale avrebbe spettegolato e tirato congetture sulle potenzialità del nuovo laboratorio, lasciando le proprie donne, vestite come bambole di porcellana, a blaterare sulle reciproche acconciature. 
La seconda verità era che quel giorno di fine anno fosse maledettamente freddo. 
Liam non sapeva con certezza quando fosse iniziato il tutto, ma credeva – meglio dire che sapeva – che non ci fossero stati nella storia due giorni di fine anno freddi allo stesso modo, sebbene nel tempo ci fosse stata una graduale diminuzione della temperatura globale, con risalite sporadiche. Nell’ultima estate il termometro non aveva mai superato i venti gradi celsius, e difficilmente si sarebbe potuto girare in canottiera in quella successiva. 
Quel che era peggio, da qualche anno stazionava una strana nebbia sopra i cieli della California, simile a nube temporalesca perenne; difficilmente si riusciva a vedere il Sole, se non tramite sporadici raggi che riuscivano a filtrare attraverso quella cappa densa. Ormai, il colore dominante delle giornate era il grigio. Liam ricordava vagamente i colori caldi e accesi delle mattine d’estate, e temeva che presto li avrebbe dimenticati del tutto. 
“Tutta colpa di quei fottuti medio-orientali” pensava. 
Si alzò. Quel giorno il termometro appeso davanti la porta misurava due gradi sopra lo zero. Lo contemplò con fare corrucciato prima di rientrare nel suo camper. 
Attraversò velocemente il corridoio, superando una pila di pentole e ciotole accatastate su una mensola alla sua sinistra. 
Dalla porta socchiusa del bagno sgusciò fuori uno scarafaggio; gli attraversò la strada, sbandando come un ubriaco, fino a scomparire attraverso un foro nella carrozzeria. 
Liam entrò in bagno, si appoggiò al lavandino arrugginito e osservò la sua immagine riflessa nello specchio; afferrò il pettine in plastica nera e sistemò all’indietro i capelli. Erano molto corti, perciò l’operazione non richiese più di qualche secondo. Si concesse, invece, qualche minuto in più per sistemare la treccia che aveva deciso di lasciarsi crescere sul lato sinistro, dietro l’orecchio. Aveva preso questa decisione alla morte dei suoi genitori, nel lontano 2105. Ogni anno lasciava che la treccia crescesse di poco, quel tanto che bastava per aggiungere un intreccio alla ricorrenza della loro morte. Aveva in totale sette intrecci. 
Girò la testa da un lato e dall’altro: vi era solo un piccolo accenno di peluria attorno alla bocca, non era ancora tempo di radersi. 
Trasse un profondo respiro e soffiò l’aria mentre osservava le due bottiglie d’acqua che campeggiavano alla sua destra, all’interno della cassetta dei medicinali. Il bianco della plastica era annerito in più punti, e l’acqua non aveva un sapore migliore dell’aspetto dei recipienti. 
Prese la bottiglia di destra, quasi vuota, e la finì d’un sorso; il sapore ramato e rancido dell’acqua gli riempì lo stomaco. Richiuse l’armadietto e uscì dal bagno, dirigendosi verso la sua personalissima stanza da letto. Per la verità non dovette muovere più di alcuni passi perché la zona di guida, ormai inservibile, era stata adibita a zona notte; i sedili del guidatore e del passeggero erano stati asportati e allineati contro la parete in una bozza di letto; poco più che una macchia marrone e sgualcita ma, quantomeno, poteva riposare la notte. Ricordava di aver portato una volta a Jeoffrey Miles, il suo principale datore di lavoro, uno strano ammasso rettangolare ricolmo di piume. L’aveva trovato all’interno di un appartamento in rovina, nei pressi di Nipton. 
«È un materasso» aveva risposto Jeoffrey quando lui gli aveva domandato cosa fosse. Non impiegò molto a capire che aveva di fronte una delle parti fondamentali per un letto che potesse definirsi davvero tale. 
C’era anche un libro aperto a metà, con le pagine che poggiavano sul rivestimento in pelle dei sedili. Liam lo afferrò e lesse il nome: 

Il libro dei sogni 
Jack Kerouac 
City Lights Books, 1981 

Lo richiuse – piegando l’orlo della pagina per non perdere il segno – e lo ripose accanto al letto, insieme agli altri libri, ancora da leggere o meno, che aveva trafugato durante i suoi numerosi incarichi di recupero. In quel periodo, scrivere era un lusso; leggere lo era anche di più e Liam aveva già imparato a scrivere, aiutato dai suoi genitori, e ora voleva continuare nella meravigliosa opera della sua istruzione. Trafugare i libri che, per qualche fortuito caso, erano sfuggiti alle Lucciole era, secondo lui, un ottimo punto di partenza. 
Afferrò i guanti dal sedile del guidatore e li indossò; quello della mano destra aveva un buco e l’indice sbucò dal tessuto. 
Indossò anche il cappello di lana e la sciarpa e uscì nel vento gelido. 
Abitava all’angolo estremo tra la terza e Yermo Road, e la festa si teneva più a nord, proprio all’interno del capannone ristrutturato e adibito a laboratorio di ricerca, ai piedi dell’autostrada del Mojave. Lui, invece, svoltò a destra verso la Union Pacific. Aveva una cosa da fare prima di prendere servizio.

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