lunedì 28 settembre 2015

Sibrium - Alessandro Cuccuru - Segnalazione Nuova Uscita

Buongiorno a tutti!
Cari varesotti oggi si parla del vostro territorio con un romanzo storico ambientato a Castelseprio!
Curiosi?
Eccolo!



Sibrium

di Alessandro Cuccuru




Quarta


Al tramonto del medioevo diverrà un importante castello, oggetto delle dispute tra le prime signorie di Milano, ma nell'ottobre del 476 Sibrium è solo uno sperduto avamposto del decaduto impero romano d'Occidente, ai limiti settentrionali della pianura lombarda.
Le vicende del comandante della locale guarnigione, Marco Terenzio Ambusto, si intrecciano con quelle dei suoi soldati, delle persone a lui care e di tutti gli abitanti del circondario, che confidano nel valoroso ufficiale, per essere guidati e protetti in un periodo di angosciante incertezza sul futuro.
A reclamare un terzo delle terre coltivabili, si attende l'arrivo degli uomini del nuovo padrone d'Italia e nuovo re dei Germani, Odoacre, guidati da suo nipote, Edecon, un barbaro cresciuto come ostaggio alla corte di Costantinopoli.Su tutti incombe la minaccia di altri barbari, i Burgundi, che spinti dalla fame e dalle carestie, oltre che dall'avidità, potrebbero presto affacciarsi nuovamente al di qua delle Alpi.
Uno scenario in apparenza lontano dalle vicissitudini più famose di quel periodo, senza grandi sconvolgimenti o sanguinose battaglie campali, ma non per questo meno ricco di umanità e di pathos.
Diplomazia, astuzia e lotta per il potere, si alternano a intrighi e tradimenti, sullo sfondo di amori contrastati, dove la maggior parte dei protagonisti è del tutto inconsapevole di vivere la fine di un vecchio mondo e la nascita di uno nuovo.



Biografia


Alessandro Cuccuru, nato e cresciuto in provincia di Varese, oggi vive a Gorla Minore, a pochi chilometri da Castelseprio, nei luoghi in cui ha scelto di ambientare il suo primo romanzo.Terminati gli studi classici, ha lavorato nei settori del commercio e dell'intermediazione, per poi approdare al giornalismo, come pubblicista.Ha collaborato con diverse riviste, quotidiani, radio e televisioni ed è stato corrispondente dell'agenzia di stampa ANSA.
Attualmente si occupa di musica e pubbliche relazioni.
Dopo aver scritto alcuni racconti di vario genere, ha deciso di dedicarsi anima e corpo alla sua passione per la storia antica.
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Anteprima:
Prima Parte


I

Sibrium, domenica 3 ottobre 476


In piedi sul punto più alto del torrione principale, immobile come una statua, le mani serrate dietro la schiena, Marco Terenzio osservava dritto davanti a sé il disco rosso del sole scendere dietro le cime degli alberi, che gettavano la loro lunga ombra sulle povere case sparpagliate davanti all’ingresso principale del castrum, pochi passi oltre il fossato.
Se ne stava lì da solo in silenzio ormai da quasi un'ora, tutto immerso nei suoi pensieri. Teneva le gambe divaricate e i piedi ben piantati sul pavimento di legno di quella poderosa costruzione di pietra a pianta semicircolare. Gli venne a un tratto voglia di batterlo con la suola dei suoi calzari: quercia robusta, lo stesso materiale usato per fabbricare il massiccio portone incastonato tra le mura proprio sotto di lui. L'ufficiale romano sporse di poco il capo dalla balaustra per ammirarne la solidità.
L'autunno era cominciato da due settimane, ma i primi freddi tardavano ad arrivare. Marco avvertiva una sorta di lieve tiepida brezza spirare da sud, come se tutti gli incendi, figli naturali della precedente tremenda estate di devastazioni, ancora non si fossero spenti e continuassero a diffondere il loro mortale calore a miglia e miglia di distanza.
Ancora fuoco, ancora sangue, ancora guerre. E quei rozzi tuguri lì sotto? Chi mai sarebbe in grado di difenderli, se venissero attaccati? Perché Gaio un giorno aveva concesso il permesso di costruirli?
Forse offesa da quei pensieri, la porta della più vicina tra quelle abitazioni si aprì di colpo, lasciando uscire una ragazza, vestita solo di una corta tunica di lana grezza, stretta in vita da una cintura di corda: era ciò che il padre preferiva vederle addosso, convinto che la rendesse il meno attraente possibile agli occhi dei soldati della guarnigione. Una pia illusione: invece di celare le splendide forme della fanciulla, quell'abito finiva con l'esaltarle.
Fuori dall'uscio a destra, al riparo di un tetto di paglia piuttosto sporgente, c'erano alcune fascine di rami, accatastate ben bene contro la parete: la giovane si chinò per prenderne una e per poco la lunga treccia di capelli neri che le correva lungo la schiena non vi rimase impigliata.
Prima di rientrare, ebbe la sensazione di essere osservata e gettò un fugace sguardo alla sommità della torre: l’ufficiale romano la salutò con piccolo cenno della testa, senza abbandonare la sua marziale postura, ma serrando più forte le mani dietro la schiena. Con il braccio rimasto libero dall’impiccio della fascina la ragazza ricambiò il saluto, accompagnandolo con un sorriso. Poi rientrò in casa e richiuse la porta alle proprie spalle sprangandola.
Questa volta fu il rumore degli zoccoli di un cavallo lanciato al galoppo a interrompere il corso delle sue riflessioni: giungeva dall'ampio sentiero in terra battuta, lungo poco più di un miglio, che collegava la fortezza al vicus. Si accostò al parapetto che si affacciava in quella direzione, ma, a causa della luce ormai fioca e della distanza, non fu subito in grado di distinguere le fattezze del cavaliere. Ci riuscì invece la sentinella di guardia alla torre meridionale:
« E’ Unter! - gridò forte - E’ già tornato… Comandante, è tornato Unter! »
« L’ho visto, l'ho visto! Adesso lo riconosco anch’io. »
Marco Terenzio si sporse verso il lato interno della torre e impartì l’ordine alle due guardie, che stavano dietro il portone:
« Aprite – gridò - e, non appena sarà entrato, richiudete in fretta! »
Poi sollevò la botola al centro della piattaforma, raccolse il mantello scarlatto che aveva appoggiato sul pavimento e si precipitò giù lungo la scala di legno. Quando arrivò al piano terra e uscì all’aperto, Unter era già smontato dalla sella e gli stava andando incontro a passo veloce.
« Non c’è che dire: - disse Marco Terenzio, osservando l'insolito abbigliamento che indossava quel giorno - sembri proprio un barbaro fatto e finito! »
« Ma è quello che sono! Io sono barbaro. O forse te ne sei scordato? »
« No, non lo sei più. Da quando sei venuto a vivere qui, da quando io ti ho addestrato, tu sei diventato un soldato romano. E tale resterai. Per sempre. »
Il giovane di colpo cambiò espressione, ma aspettò a rispondere. Affidò in fretta le briglie del suo cavallo a una delle sentinelle e poi, dimentico della differenza di grado, posò entrambe le mani sulle spalle del suo superiore:
« Marco, ascoltami: Roma non esiste più. Cioè, volevo dire: la città, è ovvio, quella esiste ancora, sì; ma non è più quella Roma in cui tu ti ostini a credere. Insomma, ora è l'impero a non esistere più. »
L’ufficiale era preparato alla notizia, ma sembrò comunque accusare il colpo:
« Ho capito cosa intendi. Allora erano vere le voci che circolavano…»
« Sì, comandante: - rispose, togliendogli le mani dalle spalle e guardandosele con aria colpevole - erano vere.»
« Per questo allora sei tornato così in fretta. Credevo che ti saresti fermato a Mediolanum almeno per un’altra notte. »
« Non c’era nient’altro là che dovessi fare o che dovessi sapere. »
« In questo caso, hai fatto benissimo a rientrare. Adesso però voglio che mi racconti tutto nei dettagli. Non qui, ovviamente. Andiamo nel mio alloggio. Immagino che tu abbia parecchia fame.»
« Sete, più che altro. Ho preferito evitare la strada principale e ho battuto tutti i sentieri secondari che conosco. Non piove da settimane e di conseguenza ho mangiato un sacco di polvere. »
« Hai ragione: avrei dovuto capirlo da solo. Se fossi giunto qui dalla strada principale, in effetti, le sentinelle del torrione giù nella valle ti avrebbero visto molto prima e sarebbero venute ad avvisarmi. Ma adesso basta: anche della situazione delle strade mi parlerai dopo. Ora hai detto di aver sete e immagino tu non ti riferissi all’acqua. »
«Ottimo intuito, Marco Terenzio Ambusto! » rispose il giovane, pronunciando in tono solenne il nome completo del suo superiore. Poi si avviarono insieme a grandi passi verso sud-est, dove, all’interno della cinta di mura, si ergeva solitaria un’altra torre di piccole dimensioni, adibita a sede del comando, oltre che ad abitazione di chi lo deteneva.
Vederli camminare uno accanto all'altro acuiva ulteriormente il contrasto del loro aspetto, che non era solo il frutto dell'abbigliamento indossato quel giorno. Erano diversi in tutto, a cominciare dai capelli: bruni e crespi quelli del comandante, biondi e lisci quelli del suo braccio destro; entrambi però li portavano corti, come un tempo esigeva l'antica disciplina dell'esercito romano: un'usanza ormai caduta in disuso dappertutto, tranne che a Sibrium.
Gli occhi di Marco erano color nocciola, pronti a screziarsi di verde nelle giornate di sole, mentre quelli di Unter, come quelli di molti Germani, erano di un azzurro intenso. Potevano tutti e due farsi vanto di una possente muscolatura, forgiata dai duri ed assidui esercizi imposti dall'addestramento militare; quella del giovane celava però anche un'ossatura imponente, tipica delle genti del nord. Ciò che comunque alla fine, anche a grande distanza, li distingueva era la statura: quella dell'ufficiale rientrava nella media, mentre quella del suo subalterno era davvero notevole, perfino per un uomo di stirpe germanica.
Unter, che si era già sfilato l’elmo, dovette così abbassarsi parecchio per varcare il piccolo uscio di ingresso all’edificio, mentre a Marco fu sufficiente chinare di poco il capo.
« Perché le fate così basse queste porte? Me lo sono sempre chiesto. »
« Mi verrebbe da risponderti che servono ad obbligare gli spilungoni come te a farci un rispettoso inchino ogniqualvolta ci vengono a trovare! Ma la realtà è che dovrebbero tener fuori il freddo d'inverno e il caldo d'estate. Tutto qui.»
« E il sistema funziona? »
« Mica tanto. Specie quando fa troppo freddo o troppo caldo ».
Appesero i loro mantelli ai ganci di legno che spuntavano dalla parete a sinistra dell’ingresso e andarono subito a sedersi su due sgabelli, dopo averli trascinati fuori da sotto un grande tavolo, che occupava il centro della stanza. Il mantello dell’ufficiale restò diligentemente al suo posto, quello del suo ospite invece, confezionato con pelli rozzamente cucite tra loro, cadde quasi subito a terra. Marco lo raccolse e lo riappese con maggior cura:
« Certo che pesa, quest’affare! E poi, non mi sembra che faccia ancora abbastanza freddo per mettersi addosso un coso del genere! »
« Mi hai ordinato tu di assomigliare il più possibile a uno di loro! E loro, lo sai benissimo, girano sempre con addosso quella roba: non se la levano mai, estate o inverno, se non per combattere. »
« Immagino allora che non profumino come dei fiorellini di campo... »
« In effetti. Da quando vivo qui, personalmente mi sono abituato alla pulizia e in questi giorni mi è costato non poca fatica perdere certe buone abitudini. Ogni volta che dovevo parlare viso a viso con quella gente, dovevo fare un sforzo enorme per nascondere il disgusto. »
« E per quelli? - chiese Marco, indicando la testa del suo ospite - Come hai fatto? I barbari li portano sempre lunghi... »
« I miei capelli? Mi sono inventato una scusa. Ho detto che avevano cominciato a bruciare in un incendio e che ero stato costretto a tagliarli. »
« Bella trovata! »
L’ufficiale si avviò quindi verso una scala di legno accostata alla parete orientale della torre, mise un piede sul primo gradino e chiamò a gran voce qualcuno che si trovava due piani più sopra:
« Lucio! »
Rispose flebile una voce:
« Sì, domine? »
« Scendi e versaci del vino! Abbiamo un ospite. »
Un uomo, minuto e con i radi capelli completamente bianchi, affrontò le scale con la calma impostagli dai suoi anni e, non appena si trovò al pian terreno, Marco gli mise una mano sulla spalla:
« Lucio: è dai tempi in cui Attila se ne andò dall'Italia che, per preciso volere di mio padre, tu sei un uomo libero! E ancora ti ostini a chiamarmi “domine”? Non sei più uno schiavo. Quante volte te dovrò ripetere? »
« Certo, dom… Volevo dire: comandante! »
« D’accordo: “comandante” andrà bene; ma uno a cui Gaio aveva dato anche il permesso di sculacciarmi, avrebbe pure il diritto chiamarmi “Marco” ».
Il vecchio limitò la propria risposta a un timido sorriso.
Poi prese due boccali di terracotta e li appoggiò sul tavolo. Si avviò quindi verso uno stipetto incastonato nella parete, aprì lo sportello di legno, tirò fuori un’anfora di medie dimensioni, tolse il tappo di sughero e travasò parte del suo contenuto in una brocca, anche questa di terracotta. Pose infine la brocca sul tavolo e si accinse a riempire i due boccali, ma Marco lo fermò, mettendogli una mano sull’avambraccio:
« Lascia stare, da qui in avanti ci arrangiamo noi. Torna pure a riposarti, se vuoi. »
« Devo pensare alla cena, comandante. »
« Va bene. Fai pure, allora. »
Lucio si avviò verso il focolare nell'angolo opposto della stanza e ravvivò la brace che ardeva sotto un grosso paiolo di rame quasi colmo d’acqua. All’interno l’uomo aveva messo a cuocere diversi ortaggi, già tagliati, e un bel pezzo di carne di montone. Un invitante aroma cominciò a spandersi per tutto il locale. Marco si rivolse al suo ospite:
« Una volta placata la sete, penseremo anche alla fame. Ti fermerai anche per la cena. Penso comunque che ci vorrà ancora più di un’ora, prima che sia pronta. Quindi hai tutto il tempo per raccontarmi del tuo viaggio e di quello che hai visto e sentito. »
Poi riempì entrambi i boccali e ne porse uno ad Unter. Il giovane lo trangugiò praticamente d’un fiato e fissò negli occhi il suo superiore. Marco, che non aveva ancora avvicinato le labbra al proprio boccale, riempì di nuovo quello dell’ospite e, sempre guardandolo dritto negli occhi, attese che questi cominciasse a parlare.




II


Ravenna, domenica 3 ottobre 476


Al centro della grande sala, in piedi a gambe divaricate, con la mano sinistra appoggiata all’elsa della spada ed il pollice della destra infilato dentro un largo cinturone di cuoio, impreziosito da alcune gemme rosse e verdi, il giovane guerriero attendeva di parlare con il nuovo re.
I lunghi capelli color del grano, raccolti in un'unica treccia, scendevano lungo un
mantello di pelle di raffinata fattura; anche il resto dell’abbigliamento, pur essendo tipico di un barbaro, mostrava i segni di una qualche ricercatezza e di una certa esotica eleganza. Aveva da poco passato i vent'anni, ma ostentava una sicurezza maggiore rispetto a quella di qualunque altro coetaneo della sua gente. In quella situazione, per esempio, non faceva mistero della propria impazienza, sfilando di continuo il pollice dalla cintura e tamburellando nervosamente con le altre dita su di un vistoso medaglione, che portava intorno al collo e che gli arrivava fin quasi sul ventre: non vedeva l’ora che il sovrano si levasse di torno quella mezza dozzina di petulanti funzionari togati che gli stavano addosso.
Si guardava intorno annoiato, ma nel contempo ammirato dalla maestosa architettura che lo sovrastava e lo circondava: non poteva fare a meno di chiedersi come un popolo, ormai imbelle e militarmente sconfitto, potesse aver avuto in passato la capacità e l’energia per dar vita a simili bellezze.
Dopo qualche minuto i funzionari lasciarono la sala. Il più giovane tra loro, nell’uscire, fissò il guerriero dritto nei suoi ardenti occhi scuri, trovandoli insoliti in un Erulo, dalla chioma e dai baffi biondi. Il guerriero ricambiò lo sguardo con aria di sfida e di superiorità. Poi voltò di nuovo la testa verso il trono:
« Mi hai fatto chiamare, zio? O d’ora in poi preferisci che ti chiami Cesare? »
« Vieni avanti, Edecon. Hai sempre voglia di scherzare, tu. Porti lo stesso glorioso nome che appartenne a tuo nonno, ma non gli somigli per niente, se non nell’aspetto fisico... Ma, ora che ti guardo bene, forse neanche in quello! »
« Già, lui aveva in mente una cosa sola: la guerra.»
« Ti sbagli, invece. Dovresti saperlo: era anche un ottimo diplomatico. »
« E’ vero. Ed era pure amico di Flavio Oreste, ma la cosa non ti ha impedito di far ammazzare quel disgraziato senza tanti complimenti. O mi sbaglio? »
Il re, colpito nell’orgoglio, ringhiò:
« Disgraziato? Era un traditore, altro che un disgraziato, uno che non rispetta i patti e ha fatto la fine che meritava! Cosa credi, che per me sia stato facile? Quand'ero piccolo mi teneva sulle sue ginocchia. Anche se non c'erano vincoli di sangue tra noi, lo chiamavo nello stesso modo in cui tu ora hai chiamato me: “zio”. Quando però si ha la responsabilità del comando non esiste più spazio per la pietà! Ma tu che ne sai? Che ne puoi capire tu? Gli abiti eleganti, le armi lucide, le belle donne e il vino: queste sono le tue sole preoccupazioni! »
« Spero vivamente che tu non mi abbia fatto venire fin qui, e aspettare tutto il tempo che ho aspettato, solo per parlare di vino, donne, armi e vestiti, mio augusto imperatore! » rispose, accompagnando la frase con ironico inchino.
« Finiscila, Edecon! Di imperatore ormai ce n’è uno solo e in questo momento siede tranquillamente sul suo trono a Costantinopoli! Ed è lì che ho spedito sotto scorta le insegne imperiali che ho preso ad Oreste a Pavia: la nave che le porta salperà da Classe proprio domani mattina.»
« Che cosa hai fatto? Ma, dico, sei impazzito? Ti ha dato di volta il cervello? Abbiamo combattuto una guerra per quelle insegne e raso al suolo un’intera città: centinaia dei nostri sono morti! Che cosa ti è saltato in mente? Hai consultato almeno l’assemblea dei capi, prima di fare una cosa del genere?»
« Attento a come parli, ragazzo! Oltre che il fratello di tua madre, io sono sempre il tuo capo, oltre che un guerriero ben più forte ed abile di quanto tu potrai mai diventare in tutta la tua vita! Non avevo bisogno di essere proclamato re dei Germani per esigere rispetto da te! »
Nell'urlargli addosso queste parole, l’uomo era sceso dal suo scranno, aveva raggiunto il nipote e gli si era piazzato davanti a pochi centimetri dal naso: ora i suoi occhi sembravano lanciare fiamme. La sua stazza era davvero imponente e la folta chioma rossa arruffata lo rendeva simile a un demone dell'inferno.
Il giovane, più sorpreso che spaventato da quella reazione, aveva abbassato lo sguardo ed ora lo teneva fisso sui mosaici del pavimento:
« Ho visto morire molti compagni l'estate scorsa: credevo che avessero dato la vita per uno scopo preciso e tu ora mi dici che... » Scosse il capo, senza terminare la frase. Dopo un attimo di silenzio, aggiunse:
« In ogni caso, ti chiedo scusa: non era mia intenzione mancarti di rispetto. »
« Bene, meglio così: perché io ho bisogno di alleati, non di nuovi nemici! In special modo all’interno della mia famiglia. »
Il re sembrò calmarsi con la stessa velocità con la quale si era adirato e si mise a camminare avanti e indietro. Poi riprese:
« Io non voglio essere imperatore. Non ne ho la forza e nemmeno le capacità. Ho intrapreso questa guerra solo perché Oreste non aveva mantenuto la promessa di concedere ai soldati Germani e alle loro famiglie un terzo delle terre dei Latini. Ed è questo, e questo solo, che voglio fare: prenderci quelle terre che ci siamo meritati, combattendo ormai da secoli per difendere i confini dell’impero. Per il resto sarò solo un umile e fedele servitore di Zenone. »
Edecon, che fino a quel momento aveva mantenuto la sua posizione al centro del locale, cominciò a passeggiare accanto al re:
« Andiamo, zio! Ma chi vuoi prendere in giro? Tu, un umile e fedele servitore dell’imperatore di Oriente? Sarò uno scapestrato, ma non sono uno sciocco! Diciamo piuttosto che tu non hai alcuna intenzione di cominciare una nuova guerra contro un esercito più potente ed organizzato del nostro e che, dunque, preferisci governare con il beneplacito dei Bizantini, ottenendolo con le lusinghe, piuttosto che con la spada: è per questo che hai restituito le insegne imperiali, dimmi la verità. »
L’uomo si fermò e con il braccio destro cinse le spalle del giovane:
« Il mio intuito non sbagliava. Non sei uno stupido: a volte preferisci farlo credere in giro, in modo da scansare tutte le fatiche che ti si vorrebbero imporre; ma vedo che capisci anche di politica, dunque, oltre che di puttane. »
« Non credevo che ci fosse differenza! »
Quella battuta ebbe il merito di strappare una smorfia con le vaghe parvenze di un sorriso dalle labbra del sovrano:
« Già, hai ragione: non c'è differenza. Dai pure alle cose il nome che più ti aggrada. Quello che conta è che io intendo affidarti una missione di tutto rispetto e mi auguro che tu riesca a portarla a termine, nel migliore dei modi. »
« Di che si tratta, zio? Dovrò andar via da Ravenna? »
« Credo proprio di sì. »
« E dove? Se posso saperlo...»
« Certo, ti ho convocato apposta: dovrai raggiungere Mediolanum, fermandoti lungo il cammino in tutte le principali città lungo la via Emilia. »
« Mediolanum? Beh, non sarà certo un problema. In fondo si tratta semplicemente di cambiare tipo di nebbia: da quella delle paludi a quella delle campagne, che forse è anche più salutare. »
« Mediolanum però non sarà la tua destinazione ultima… Vieni con me. »
Detto ciò, condusse il giovane in una piccola stanza, il cui ingresso era nascosto da una tenda. Sopra un tavolo appoggiato alla parete destra del locale c’erano diverse pergamene arrotolate. Il re ne afferrò con sicurezza una che sembrava di fattura più recente rispetto alle altre, la srotolò e, per tenerla ferma, appoggiò due pesanti candelabri di ottone ai suoi lati: qualche goccia di cera colò dalle candele accese sopra una mappa, che andava delineandosi sotto i loro occhi.
« Maledizione! – esclamò il re, togliendo subito la cera – Ho solo questa e non ho tempo per farne fare una copia! »
« Diciamo pure che non hai nemmeno chi te la possa fare, la copia - disse sarcasticamente il giovane, mentre ammirava la precisione dei dettagli – Certo che questi Latini non sanno far bene solo il vino!»
« In questo caso devo proprio darti ragione: è una mappa davvero ben disegnata e riporta anche le distanze tra le principali località. Vedi, questa qui nel centro è Mediolanum. Più a nord troviamo Comum, mentre da qui parte una strada che, andando verso Occidente arriva fino a Sestum. Ma circa a metà di questa strada ne parte una seconda, che poi corre giù fino a Novaria »
« Zio, mi hai chiamato per farmi una lezione di geografia? »
« Sei il solito impaziente! Aspetta un attimo e capirai... Dunque, dicevo: qui ci sono Sestum e Comum, che proteggono i confini Italici settentrionali. Ho già mandato lì un buon numero di guerrieri, sotto la guida di ufficiali fidati: prenderanno il comando delle due piazze, mettendosi alla testa dei soldati del vecchio esercito che ancora vi sono stanziati. »
« Quindi siamo a posto. I confini sono protetti. Non dobbiamo preoccuparci di nulla. E poi di chi dovremmo mai aver paura? Non hai forse mandato anche alcuni ambasciatori ai Visigoti, per rafforzare l’alleanza con loro? »
« Sì, l’ho fatto e tutto mi lascia sperare che non ci daranno problemi, anche perché prima devono pensare a risolvere i loro. »
« E allora? »
« Non sono i Visigoti a preoccuparmi... - Il re si accigliò e parve perdere un po’ della sicurezza che aveva mostrato fino a quel punto - … Sono i Burgundi!»
« I Burgundi? Da quel che mi risulta da un paio d'anni se ne sono tornati tutti a casa loro, al di là delle Alpi. Per giunta le loro terre si trovano molto più a ovest, rispetto alla zona che mi hai appena indicato. Cosa ci farebbero così lontani da loro territorio? »
Il giovane si lisciò i baffi con aria assorta, inseguendo un' altra domanda alla quale non riusciva a trovare una risposta. Si rivolse quindi di nuovo allo zio:
« Uno dei loro principi era a capo dell'esercito romano prima di Oreste, non è vero? Come accidenti si chiamava?»
« Gundobald » fu la pronta risposta del re.
« Già, Gundobald! - ripeté il nipote battendosi la mano destra sulla fronte - Ma in questo momento mi pare che sia alle prese coi suoi fratelli per decidere chi deve comandare e su cosa comandare. Perché mai vorrebbe tornare a impicciarsi dei fatti nostri? »
« Non credo che si tratti di lui in persona e neppure dei suoi fratelli. I miei informatori mi hanno parlato piuttosto di bande isolate, mandate con tutta probabilità in avanscoperta a saggiare il terreno. Sanno benissimo che noi siamo reduci da una guerra e che non siamo così forti e così numerosi da proteggere tutti i confini. L’inverno si avvicina e con quello, forse, l'ennesima carestia. Non credo
vogliano invaderci, ma temo che, approfittando della nostra debolezza, non rinunceranno a compiere delle incursioni, a fare delle razzie nel nostro territorio. E se ora ci mostriamo deboli, oseranno sempre di più. »
Edecon si avvicinò al tavolo, poggiandovi sopra entrambi i pugni chiusi, e sfogò tutta la sua amarezza:
« I Burgundi: metà di loro erano con gli Unni e l'altra metà contro! Si mettono al servizio di un magister militum per poi tradirlo. Uccidono un imperatore, ne eleggono uno nuovo e infine abbandonano anche quello. E ora cosa vorrebbero? Tornare qui e reclamare pure loro un terzo delle terre? Sai cosa ti dico? Avevano ragione i Romani: noi Germani non siamo un popolo e di sicuro non saremo mai una nazione. Burgundi, Eruli, Sciri, Turcilingi, Rugi: eravamo e resteremo sempre e solo delle tribù: delle tribù anche forti, certo, e potenti abbastanza da distruggere un regno; ma mai in grado di crearne uno per conto proprio e men che meno di governarlo. »
Il sovrano guardò perplesso il proprio nipote, per poi tornare a fissare la mappa:
« Io posso cambiare le cose. Noi possiamo cambiare le cose, anzi noi dobbiamo cambiare le cose! »
Le sue pupille riflettevano la luce tremolante delle candele e in quel momento Edecon ebbe la reale convinzione di trovarsi di fronte all'uomo che avrebbe mutato per sempre il destino del suo popolo.

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