venerdì 31 luglio 2015

Il ritratto - di Irene Milani, Segnalazione Nuova Uscita

Oggi, ultimo giorno di mia attività prima delle vacanze, pubblicherò due segnalazioni.
La prima si tratta di:



Il Ritratto

Di Irene Milani


Sinossi 


Cosa può nascondersi dietro un disegno apparentemente inspiegabile? Quali segreti e bugie può far scoprire l’incontro con un ragazzo misterioso quanto affascinante? È quello che dovrà scoprire Isolde, diciottenne trentina alle prese con le conseguenze della separazione dei genitori, con il trasferimento in una nuova città e in una nuova scuola alla vigilia della maturità, lontana dalle amiche del cuore, e con la prima delusione d’amore. Il libro si apre con la protagonista che, dopo una passeggiata raggiunge una splendida radura: lì quasi magicamente, ritrae un ragazzo misterioso. Da quel momento iniziano una serie di coincidenze che la portano dapprima a conoscere il

giovane del disegno ed in seguito a scoprire qualcosa di sconvolgente sul al passato della propria famiglia. I due giovani, che già dal nome richiamano quelli di una famosa tragedia, dovranno affrontare diffidenza, incomprensioni e sofferenze prima di capire che tra loro è nato un sentimento speciale... ma riusciranno a coronare il loro sogno d'amore?



Autrice:

Sono nata a Milano nel 1977, mi sono diplomata al liceo Scientifico al termine del quale ho studiato Conservazione dei Beni culturali all’Università di Parma, conseguendo la laurea nell’indirizzo archeologico. Dopo il matrimonio mi sono trasferita in provincia di Como dove abito tutt’ora. Sono un’insegnante di italiano alle scuole medie, una dei tanti famigerati precari di cui si parla nell’ultimo periodo, mamma di Mattia e Stella, di nove e tre anni.
Ho iniziato a scrivere un po’ per sfida: essendo un’accanita lettrice spesso mi ritrovavo a criticare trama o personaggi, così mi sono detta: “Perché non ci provi anche tu?”. Così mi sono messa al computer e ho cominciato a buttar giù qualcosa, che pian piano ha iniziato a prendere forma. Il romanzo “Il Ritratto”, pubblicato con la casa editrice Lettere Animate, non è il mio primo lavoro ma quello che per primo mi ha invogliato a farlo leggere a qualcuno. La storia è nata nella mia testa un pomeriggio mentre camminavo con le cuffie nelle orecchie, proprio come la protagonista all’inizio del racconto: ho iniziato ad immaginare scene, dialoghi e situazioni che poi dovevo correre a scrivere al computer, quasi sotto dettatura.



Pagine: 226

Prezzo: 1,99

Pagina Facebook

Amazon


Estratto:


Un volto misterioso


Quella mattina mi ero svegliata prima che suonasse la sveglia, con una strana sensazione allo stomaco, che non riuscivo bene a decifrare. Non era un malessere fisico, indigestione o avvisaglie di influenza. Era più qualcosa legato alla mia parte irrazionale, un segnale che mi avvertiva di qualcosa: bello o brutto.
Nonostante avessi solo diciotto anni, mi era capitato spesso di avere delle specie di premonizioni: sapere cosa una persona avrebbe detto o fatto, capire che qualcosa sta succedendo un attimo prima… Niente di particolarmente utile, solo un sesto senso, un’intuizione: purtroppo non ho mai avuto presentimenti su risultati di gare sportive, lotterie o altro che potesse portarmi dei vantaggi.
Semplicemente la capacità di cogliere prima degli altri, o meglio degli altri, le conseguenze di azioni o parole.
Forse era solo la mia spiccata sensibilità che rendeva possibile questo: ero più portata di altri ad ascoltare e osservare attentamente e, il mio cervello, elaborava le informazioni in modo talmente veloce da far sembrare una premonizione la mia analisi della situazione.
Peccato che la mia mente non era altrettanto veloce quando si trattava di risolvere i terribili problemi di matematica che ci rifilava il mio insegnante. Frequentavo la quinta liceo scientifico, nonostante la matematica non fosse mai stata la mia passione. Avrei voluto iscrivermi al liceo artistico, ma i miei genitori si erano opposti e mi avevano costretta a scegliere la scuola che loro ritenevano più adatta per me e per il mio futuro.
Pochi mesi dopo avermi imposto la scuola, avevano pensato bene di mettersi a litigare per dei soldi che mio padre aveva investito (e perso) in una operazione bancaria. Nel giro di poco avevano deciso di separarsi. Per mia “fortuna”, da quando avevano preso la decisione a quando con gli avvocati erano riusciti a trovare un accordo, io avevo fatto in tempo a diventare maggiorenne. In questo modo, forse per vendicarmi, mi ero imposta e avevo rifiutato di scegliere se stare con mia madre o con mio padre. Non potendo stare sola mi ero trasferita a Lavis, vicino Trento, dai nonni paterni, mentre mio fratello Martin era rimasto con mia mamma a Bolzano. Mio padre invece, cogliendo al volo un’offerta di lavoro, era andato a vivere a Roma.
Così, all’inizio della quinta, avevo dovuto iniziare tutto da zero: nuova casa, nuova scuola, nuove abitudini. Non era stato semplice, ma essendo stata una mia decisione, avevo deciso di impegnarmi al massimo.
Ma torniamo a quella mattina, a quella strana impressione di cambiamento con cui mi ero svegliata…
Era un normale giorno di scuola, non mi aspettavo niente di nuovo. Erano appena finite le vacanze pasquali, quindi fino alla fine del quadrimestre non ci sarebbero stati molti altri giorni di relax: e quest’anno c’erano gli esami! In realtà la cosa non mi preoccupava più di tanto… non perché fossi molto brava, anzi la matematica mi dava sempre qualche problema.
La cosa che impegnava la mia mente per la maggior parte del tempo, purtroppo spesso anche durante le lezioni era Patrick, il mio ex ragazzo. Erano passati più di tre mesi quando, subito prima delle vacanze di Natale, mi aveva scaricato per mettersi con Sara, una delle ragazze più belle e desiderate della scuola.
Come mai si era messo con me allora? Continuavo a chiedermi, giorno dopo giorno, disperata. Un’idea me l’ero fatta poco tempo dopo, quando avevo sentito Patrick vantarsi con i suoi amici di quello che lui e lei avevano fatto quando avevano avuto la casa libera…
“È per questo che mi hai lasciata?” – lo avevo affrontato poco dopo, rinfacciandogli quello che avevo appena sentito.
“Anche se fosse?. Non sono più cose che ti riguardano. Comunque sì… è per questo. Credevo fossi diversa, pensavo che, senza nemmeno chiedertelo, avresti capito quali erano le mie esigenze… invece solo mano nella mano, il cinema al pomeriggio… non siamo un po’ cresciuti per queste cose?” – aveva risposto lui lasciandomi di sasso.
Quindi era per questo? Solo perché non avevo voluto andare a letto con lui? Si era messo con la nuova arrivata pensando che fossi… non so, disinibita e disinvolta come la sua nuova ragazza?
Dopo questa discussione ero rimasta molto delusa da lui e avevo cercato di togliermelo dalla testa il più in fretta possibile. Ma vederli insieme, tutti i giorni, nei corridoi della scuola non era certo la terapia migliore! Ormai era marzo inoltrato e sarebbe stato impossibile, oltre che umiliante, dichiararmi sconfitta e tornare a Bolzano da mia madre.
Così avevo cercato di farmi forza e concentrarmi solo sulla scuola e, ovviamente sulle mie passioni: il disegno e la fotografia. Erano le uniche cose che mi permettevano di sfogare la tensione, il nervosismo o la tristezza che a volte mi assalivano. Prendevo un blocco, le matite e la mia macchina fotografica e per un paio d’ore i problemi erano lontani anni luce.
Rimasi a letto fino a quando la piccola sveglia che avevo sul comodino della mia nuova stanza, con il suo trillo spaccatimpani, non decretò che era ora di affrontare una nuova giornata.
Mi alzai, infilai una maglia e un paio di jeans, infilai le ultime cose nello zaino e scesi per fare colazione.
In cucina, un piccolo locale caldo e accogliente, tipico delle case del nord, mi aspettava mia nonna. Ero felice di stare con lei, eravamo sempre andate d’accordo, anche se ogni tanto era un po’ troppo premurosa e protettiva nei miei confronti. Non capivo se non si rendesse conto che ormai avevo diciotto anni e sapevo cavarmela da sola o se invece cercava di coccolarmi. Sapeva che per me non era un momento facile: non vedevo quasi mai mio padre, mentre mia madre era troppo occupata a riversare tutto il suo affetto sul figlio che, a suo dire, non l’aveva tradita. Così mia nonna, col suo sorriso dolce nel viso segnato dalle rughe, con i capelli candidi che facevano risaltare i bei occhi verdi, cercava di offrirmi quell’affetto che non trovavo da nessun’altra parte.
“Dormito bene?” – mi chiese versandomi il caffelatte e stampandomi un bacio sulla fronte.
“Benissimo” - risposi io mentre mi allungavo sul tavolo per tagliarmi una fetta della fantastica crostata di prugne che mi aveva preparato.
“Ti ricordi che oggi pomeriggio devo andare col nonno a vedere come vanno i lavori alla vigna? Dovremmo arrivare per l’ora di cena, tu non preoccuparti, lascerò qualcosa di pronto… al limite puoi apparecchiare. Pensavo di fare dei canederli allo speck, cosa ne dici?”
“Benissimo. Io arrivo da scuola verso le due. Voi sarete già usciti?” – chiesi, annotando mentalmente che avrei avuto tutto il pomeriggio a disposizione.
“Credo di sì. Comunque ti lascio apparecchiato, basta che scaldi il pranzo nel microonde.”
“Grazie nonna, ma sai che posso benissimo farmi un panino…”
“Non se ne parla! In casa mia nessuno mangia un panino al volo, a meno che non sia un’emergenza!!! Hai bisogno di mangiare, sei sempre così magra!”
“Non direi” – risposi pensando alla linea invidiabile di certe mie compagne di scuola.
Finita la colazione, salii in camera per lavarmi faccia e denti e prendere lo zaino e la giacca.
Lo specchio, nel quale mi soffermai a controllare la mia immagine, rifletteva la mia espressione di sempre, non c’era traccia dell’inquietudine che provavo. Indugiai per un attimo, guardando il mio viso, cercando di capire cosa aveva potuto trovare di bello uno come Patrick. Non potevo essere definita una brutta ragazza, ma ero molto lontana dall’essere una persona appariscente come Sara: in realtà ero l’esatto contrario. Ero minuta, superavo di poco il metro e sessanta, avevo i capelli neri e corti, portati in un taglio irregolare e sbarazzino, che incorniciavano il viso dalla carnagione chiara su cui spiccavano gli occhi verdi: mio unico vero orgoglio.
“Sarà meglio che mi sbrighi, altrimenti faccio tardi!” – pensai riscuotendomi da quei pensieri, un misto di gelosia, invidia e incertezza. Era una bella giornata di aprile. La primavera cominciava a farsi sentire nell’aria. Sebbene fosse ancora abbastanza presto, guardando dalla finestra le montagne di fronte a casa mia, si intuiva che sarebbe stata una giornata splendida, forse ancora un po’ fredda, ma bellissima.
Di buon passo mi diressi verso la stazione. Eh sì, perché con la nuova scuola avevo anche ereditato il fatto di dover ogni mattina affrontare i pochi chilometri che separano Lavis da Trento con un treno strapieno di studenti. Essendo una delle ultime persone a salire, riuscivo raramente a trovare un posto a sedere, così da poterne approfittare per ripassare qualcosa o, semplicemente, godere del panorama delle vigne e della Paganella. Così ero costretta a restare in piedi, spesso nel corridoio: fortunatamente era solo una fermata! Quel giorno mi attendevano due ore di matematica, una di storia dell’arte, una di italiano e educazione fisica.
“Se riesco a sopravvivere fino alle 10… poi la giornata è in discesa!” – pensavo mentre col quaderno di matematica sulle ginocchia ripassavo le regole relative agli integrali sui quali oggi avremmo dovuto fare una verifica.
Arrivai davanti a scuola, come al solito in anticipo, visto che, dovendo prendere il treno, avevo gli orari vincolati. La prima cosa che vidi erano Patrick e Sara, avvinghiati, che si baciavano appassionatamente ignorando di essere in un luogo pubblico.
In fin dei conti erano una bella coppia: entrambi piuttosto alti e magri, lui aveva i capelli biondo-rossicci che portava mossi e spettinati, lei una chioma rossa fluente. Tuttavia, vederli insieme, mi dava ancora parecchio fastidio… sì, insomma, ero gelosa.
Con mia grande soddisfazione, qualche minuto dopo, vennero interrotti e redarguiti dalla nostra insegnante di filosofia.
Dalla mia posizione non riuscii a sentire molto: “decenza”, “osceni” e “presidenza” furono le uniche parole che riuscii a cogliere.
Il suono della campanella mi riscosse dai pensieri di vendetta, per quel giorno potevo essere appagata dalla strigliata che si erano presi dalla prof. Baldi.
Ma la fortuna sembrava sorridermi ancora quel giorno: appena l’insegnante di matematica ci consegnò la verifica, osservando la fotocopia, mi resi conto che gli esercizi non erano affatto difficili, anzi erano molto simili a quelli che avevo fatto in più come preparazione.
Infatti, finii il compito abbastanza velocemente, in tempo per ricopiare il tutto in bella copia e riuscire a individuare anche due lievi imprecisioni. Soddisfatta consegnai tra i primi e attesi la fine dell’ora ripassando la lezione di storia dell’arte.
Stavamo studiando i divisionisti, Segantini in particolare. Amavo molto il suo modo di rendere vivi i paesaggi che dipingeva, il realismo con cui anche il singolo filo d’erba risaltava in un prato… ma mi affascinava anche la parte simbolista della sua produzione, in particolare la tematica della madre.
Forse perché con la mia avevo sempre avuto un rapporto molto conflittuale. Forse perché sempre impegnata nel lavoro o con mio fratello, forse perché caratterialmente assomiglio a mio padre…
Il resto della mattinata trascorse quasi piacevolmente: la nostra prof. di Italiano ci tenne una splendida lezione su Leopardi, sul tema della natura matrigna… questo mi fece venire una splendida idea per la mia tesina! Confrontare le diverse visioni della natura nelle varie discipline: arte, poesia e letteratura, scienze, biologia… Fantastico. Almeno adesso avrei saputo su cosa concentrarmi. La mia passione per il disegno e la fotografia mi avrebbe anche potuto aiutare. Decisi che ne avrei parlato con la prof. di arte, Gasparini., che spesso mi aveva incoraggiato a realizzare foto o tele “da esporre”, diceva lei. Dovevano essere ben scarsi in disegno i miei compagni, se lei riteneva “stupende” certe mie orribili cose… Comunque era una delle poche professoresse con cui ero entrata in confidenza da subito. Un appiglio e un aiuto nel mare delle novità!
Non rimpiangevo affatto il professor Kandler, che a Bolzano aveva sempre ridicolizzato i miei tentativi di realizzare qualcosa di originale: lui amava
chi copiava perfettamente un quadro famoso, non chi reinterpretava in chiave diversa un tema, un’opera.
Ma quelli che mi mancavano di più erano i miei compagni: anche quelli con cui non andavo tanto d’accordo! In confronto alla mia nuova classe erano simpaticissimi! L’unica con cui avevo legato era Sandra, una “diversa”, come me: una ragazza che era stata bocciata e che era quindi anche lei nuova.
Il primo giorno di scuola si era seduta accanto a me ed era stata l’unica che si era presa la briga di conoscermi veramente. Tuttavia, avendo lei già amici nella scuola, non avevamo legato più di tanto.
Così trascorrevo l’intervallo spesso sola, con un libro in mano, o facendo la fila alla macchinetta del caffè. La mia relazione, seppur breve, con Patrick non mi aveva certo aiutata a familiarizzare con le altre ragazze, visto che lui era uno dei ragazzi più ambiti della scuola.
Dopo una divertente partita a pallavolo maschi contro femmine, all’ultima ora, la giornata sembrava promettere bene. Sara aveva fatto la figura dell’imbranata per tutto il tempo, per la serie: carina ma assolutamente scoordinata. Patrick era stato sgridato più volte perché faceva il buffone e disturbava il gioco dei compagni.
“Eh sì, ogni tanto ci vuole una giornata in cui sembra che il mondo non ce l’abbia solo con me!” – pensavo mentre mi toglievo la tuta e mi rinfilavo i jeans.
Uscita da scuola notai con piacere che la giornata era ancora più bella di quanto avevo immaginato il mattino. Il sole splendeva, donando alle montagne un aspetto quasi dorato. Qua e là si notavano i primi fiori, i primi boccioli. Arrivata a casa mangiai in fretta il pranzo che mia nonna aveva preparato, scrissi un biglietto per informarli che sarei uscita (nel caso fossero rientrati presto) presi il mio blocco da disegno, le matite, la macchina digitale e le infilai nello zaino. Misi anche il libro di matematica, il prof. ci aveva assegnato alcuni esercizi, magari avrei trovato un posto tranquillo per svolgerli all’aperto.
Uscii di casa, respirando a pieni polmoni. L’aria fresca pizzicava in gola, il sangue circolava rapidamente grazie all’andatura sostenuta. Ero felice di non abitare in città. Da casa di mia nonna, in pochi minuti potevo raggiungere “la natura”. Spesso, nelle giornate di bel tempo, uscivo a piedi. Camminavo di buon passo, inoltrandomi nel bosco o lungo le rive dell’Avisio, ossigenavo i polmoni e il cervello. Scacciavo i pensieri negativi e le preoccupazioni, poi quando trovavo il posto giusto mifermavo, prendevo matite e fogli e disegnavo. Poi fotografavo le stesse cose che avevo riprodotto su carta. A volte, se non era troppo freddo, mi sdraiavo sull’erba e mi perdevo nei miei pensieri guardando il via vai delle nuvole.
Quel giorno mi avviai per un sentiero che non avevo mai percorso: più penetravo tra gli alberi minore era il calore del sole che mi raggiungeva. Rabbrividii rimpiangendo di non aver preso la solita strada, sicuramente più assolata. Decisi però di proseguire, incuriosita, magari avrei trovato qualche scorcio particolare per le mie foto. Dopo aver camminato per quasi mezz’ora, attraversando una pineta, mi trovai vicino ad un grande spiazzo: era un grande prato circondato da alberi. Nel lato più lontano rispetto a dov’ero io c’era un piccolo ruscelletto che scorreva verso valle.
“Fantastico. Ne è proprio valsa la pena di fare tutta questa strada!” – commentai iniziando a scattare qualche fotografia.
Mi avvicinai al torrente e individuai immediatamente la posizione ideale per mettermi a disegnare: una grande pietra levigata rivolta verso valle. Mi sedetti e posai lo zaino accanto a me. Presi l’occorrente e iniziai a fare qualche schizzo: il paesaggio lontano, con il paese e l’Avisio, la radura, un albero che mostrava i primi segni della primavera…
D’un tratto, davanti ad un foglio bianco, cominciai a fare un disegno: il sasso su cui ero seduta, il torrente, gli alberi intorno. Poi, come se avesse vita propria, la mia mano iniziò a seguire la matita. Nel disegno comparve una figura, poi un’altra: due persone erano sedute sul sasso. Una sembravo io, con le gambe incrociate, l’altra, accanto a me, mi teneva una mano sulla spalla, come abbracciandomi.
Con pochi tratti decisi disegnai il viso dello sconosciuto. Era un ragazzo, con due grandi occhi e i capelli chiari… il suo viso però mi era completamente estraneo, non mi ricordava nessuno che conoscevo.
Finito il disegno mi fermai a guardarlo, stupita. Benché fosse fatto solo con la matita nera, sembrava incredibilmente reale. Quello che mi colpì di più era non tanto qualcosa che avevo disegnato, ma quello che si percepiva osservando. Le due figure, io e il misterioso ragazzo, sembravano uniti da qualcosa di forte, di unico: il braccio intorno alle spalle, gli sguardi, i due corpi che sembravano fondersi…
“E questo cos’è? Non mi è mai capitato di fare un disegno così! Dev’essere colpa della magia di questo luogo… c’è qualcosa di strano, un’energia…” – pensai tra me e me, continuando a fissare il foglio. Decisi di alzarmi e di raggiungere quello che avrebbe dovuto essere il punto di vista del disegno. Da lì, scattai alcune foto: volevo trasformare lo
schizzo in un vero quadro. Le foto mi avrebbero aiutato a ricordare meglio il posto, i colori… Solo quella strana sensazione di magia non avrei saputo come salvarla, per poi riversarla nella mia opera.
Visto che erano solo le quattro decisi di rimanere ancora un po’ fuori, così mi misi a svolgere gli esercizi di matematica che mi ero portata nello zaino. Fortunatamente non erano troppo difficili e me la cavai rapidamente. Il sole cominciava a scendere dietro le montagne, quindi mi affrettai a riprendere il sentiero. Forse avevo aspettato troppo, nel giro di pochi minuti avrebbe cominciato a fare freddo.
Camminando di buon passo ritornai sui miei passi. Lo scenario che mi circondava ora era completamente diverso da quando ero arrivata. La luce scintillante del sole era sostituita da quella più cupa del crepuscolo. La pineta ora appariva quasi sinistra… non ho mai avuto paura ad andare in giro da sola, nemmeno col buio, ma in quel momento avrei voluto essere già arrivata a casa, al sicuro. Era come se avvertissi la presenza di qualcuno, ma anche quando mi fermavo, non sentivo niente al di fuori del mio respiro. Arrivai a casa tremante di freddo e per la tensione. Mia nonna non era ancora rientrata. Salii in camera, svuotai lo zaino velocemente, e corsi a farmi una doccia bollente, per riprendermi e togliermi di dosso, insieme al freddo, anche quella strana agitazione.
Tornata in camera infilai già il pigiama e mi sedetti al computer, per scaricare le foto che avevo fatto. Come avevo immaginato l’atmosfera che tanto mi aveva colpito non era riuscita ad entrare completamente nelle immagini digitali. Riguardai anche gli schizzi: l’immagine dei due ragazzi, non riuscivo ad ammettere di essere io una di essi, era veramente impressionante! Le figure sembravano vive, osservandole attentamente sembrava quasi di sentire i bisbigli dei due, il gorgoglio dell’acqua del torrente, il fruscio delle foglie.
Chiusi l’album sentendo le voci al piano di sotto.
“Come è andata alla vigna?” – chiesi alla nonna.
“Benissimo. Tu? Ti sei annoiata da sola?”
“Veramente sono andata a fare una passeggiata… anzi, sono praticamente appena arrivata!”
“Lo sai che non voglio che vada in giro da sola quando è buio, non per boschi almeno!”
“Non preoccuparti. Non vado mai in zone troppo isolate, e poi ero già in paese quando il sole stava per scendere dietro la montagna” – mentii. “Andresti ad aiutare il nonno in cantina a sistemare delle cose, intanto che io preparo la tavola?”
“Certo… ho una fame!! Sarà stata la gita all’aria aperta!”
“Dieci minuti ed è pronto…”
Dopo aver aiutato il nonno a sistemare delle bottiglie che avevano portato dall’azienda agricola, tornammo in cucina, dove la nonna, come promesso aveva già quasi servito la cena.
Mangiammo con appetito, chiacchierando del più e del meno. Prima che salissi in camera, per finire i compiti e andare a letto, mia nonna mi disse: “Mi raccomando, quando sei da sola, non allontanarti troppo dalle zone frequentate… promesso?”
“Certo nonna, non preoccuparti.” – la rassicurai.
Entrata in camera trovai l’album aperto sullo schizzo della radura. Ero sicura di averlo chiuso, prima di scendere. Forse la nonna aveva curiosato mentre io ero in cantina…
“Non penso sia stata lei, non è mai stata una ficcanaso… però, che mi abbia chiesto di non allontanarmi troppo potrebbe dipendere dal fatto che abbia visto il disegno e riconosciuto il luogo….” – pensai più tardi, mentre a letto faticavo ad addormentarmi.
Per la prima volta da un po’ di mesi, quel pomeriggio non avevo pensato nemmeno una volta a Patrick. Forse stavo guarendo, o forse era stata la magia di quel posto che avevo scoperto.
Nonostante la paura che avevo avuto al ritorno, non vedevo l’ora di tornarci! Dovevo scoprire quale mistero si nascondeva: forse avrei incontrato quel ragazzo e avrei capito…

Nessun commento:

Posta un commento