giovedì 18 giugno 2015

La pace inquieta di Simone Cozzi - Segnalazione Nuova Uscita

Eccoci con uno nuova uscita!
Oggi vi parlo di


La pace inquieta

Di Simone Cozzi



Mandello, Lago di Lecco, 1924.


La Grande Guerra è finita, eppure non per tutti sembra esserci stato un armistizio. Fra i vicoli angusti e colmi di nebbia, in riva ad un Lago di Lecco reso cupo dall’incombenza dell’autunno e dalle cicatrici profonde lasciate dagli eventi bellici nella carne e nello spirito di molti, si aggirano e si celano reduci, fuggitivi e uomini in cerca di vendetta, pronti a far scattare l’agguato per nascondere vecchie storie che sarebbe meglio venissero dimenticate.
Sulle loro tracce, il Delegato Ripamonti indaga, rassegnato all’idea che il peggio non sia ancora alle spalle, ma fiducioso che esista ancora una fosforescenza che possa allontanare il buio.


I libri di storia ci raccontano di guerre che iniziano con una dichiarazione ed un attacco, e si concludono con la sigla di un armistizio e dei successivi patti postbellici. Quello che nessun libro di storia contempla, e che non ha mai contemplato, è il dolore che ogni guerra lascia come una traccia indelebile nelle vite delle persone comuni: siano esse ignoti militi che non combattono per la gloria, ma perché sono costretti a farlo; o mogli, madri, fratelli e amici di coloro che da quella guerra non tornano se non dentro una cassa di legno ricoperta dalla retorica di una bandiera; o - ancora - chi dal fronte riesce a tornare, accompagnato tuttavia da un fardello di cicatrici che lo segnano nel corpo, piuttosto che nello spirito e nella mente.

Per tutte queste persone, i cui nomi non vengono mai riportati in nessun libro, la guerra non cessa di protrarsi dopo la sigla dell’armistizio, neanche dopo che gli antichi belligeranti si sono scambiati segni di apparente pace e fratellanza: queste figure dolorose continuano a combattere battaglie quotidiane, contro l’assenza, contro le mutilazioni, contro gli incubi e contro la paura che soffoca gli orizzonti.
La storia minima di questo romanzo poliziesco è una storia di violenza più o meno espressa, e si snoda sullo sfondo di fatti cruenti che hanno interessato l’Italia e l’Europa nella prima metà del secolo scorso. Un periodo in cui la violenza era – come lo è oggi - un linguaggio codificato e universale, e che ha influenzato numerosi decenni per arrivare a far giungere l'eco – con contrapposizioni e storture – fino ai giorni nostri. Le storie che si intrecciano parlano di vittime dei conflitti e di altri personaggi oscuri che del primo grande conflitto mondiale si sono nutriti assurgendo al ruolo di carnefici. Il tepore placido di Mandello del Lario rappresenta la maschera fragile sopra il pericolo e il tormento che grava ogni giorno su tutte le nostre vite minacciate dalla violenza; tormento che può arrivare all’improvviso.
In Blowin’ in the wind, la canzone pacifista per eccellenza, Bob Dylan si chiede quante palle di cannone debbano ancora volare prima che esse vengano definitivamente bandite: a giudicare da quanto accade quotidianamente in numerosi angoli di questo mondo, la risposta continua a soffiare nel vento senza
che nessun orecchio riesca a coglierla. Finché la violenza e l’aggressività saranno l’unico linguaggio condiviso per risolvere le divergenze fra esseri umani, nessun armistizio potrà risolvere questa continuità dolorosa.


L'autore:

Simone Cozzi è nato a Milano nel 1967. Ha una Laurea in Economia e Commercio. E’ appassionato di musica, cinema, fotografia e – naturalmente - di scrittura. Fa parte del Cochonnerie Labile Collettivo, che ha recentemente pubblicato Fatti Mangiare Dall’Amore; da anni cura il blog intitolato “Le Cronache di Sigma - Piccole e grandi vicende quotidiane viste dalla posizione poco privilegiata di un puntino che annota”. La pace inquieta è il suo primo romanzo.

Sito editore:
La pace inquieta



Estratto:


CAPITOLO I


Carluccio Barlenghi sedeva al caldo e un po' di sghimbescio nel casotto dell'imbarcadero di Mandello del Lario. A quel punto della notte aspettava sonnecchiando l'attracco dell'ultimo battello proveniente da Lecco e diretto a Bellagio. Ripartito quello, avrebbe redatto il registro del traf.co, sbarrato le imposte della guardiola; dopodiché non gli sarebbe restato che tornare a casa. Controllò l'ora: erano le 11,39. Il battello, se in orario, sarebbe dovuto arrivare alle 11,52 per ripartire alle 11,55. Il Barlenghi fece due conti e pensò che prima di mezzanotte sarebbe stato sotto le coperte accanto alla moglie, una donna corpulenta e malmostosa che lo dominava sia nel .sico che nello spirito.
La Breva aveva da poco cessato di spirare e subito dal lago aveva cominciato a evaporare la nebbia. Il Ghisallo incombeva cupo e scuro a impedire la vista di gran parte del cielo.
Tese l'orecchio perché gli sembrò di udire un rumore sordo provenire dal lago. Forse si trattava di una semplice suggestione dovuta al buio o al silenzio che abbracciava l'intero paese. Infatti, a parte lo sciabordio lento dell'acqua sulla riva, non si sentiva altro. Scrollò le spalle, sbadigliò, riprese il giornale spiegazzato e si ricalò nella lettura della cronaca locale.
Poco dopo, un breve scampanio che si faceva strada nella nebbia lo strappò al torpore al quale si stava lentamente arrendendo. Il battello si avvicinava, i frenetici rintocchi della campana di bordo erano sempre più de.niti. Barlenghi controllò il casotto con circospezione, aprì l'armadietto dal quale trasse una bottiglia di grappa, ne bevve una boccata direttamente dalla canna e la ripose furtivamente; poi si alzò il bavero e uscì dal gabbiotto per preparare gli ormeggi e la passarella di legno.
Lo spettacolo che gli si presentò era spettrale e insieme affascinante. La nebbia occupava ormai quattro metri di altezza sul lago, ma il cielo era nitido e nero.
Sul battello c'erano due soli viaggiatori quasi istupiditi dal sonno e dal freddo. Il primo a scendere fu il ragionier Crivelli, un robusto e bonario contabile che lavorava in banca a Milano e tornava tardi tutte le sere. Al treno preferiva il battello, anche perché gli permetteva di cenare a Lecco e di fare due passi per la cittadina. Dietro di lui uno sconosciuto, senza bagagli, intabarrato in un lungo cappotto nero che gli faceva assumere un lugubre aspetto. Portava un cappello nero calato sugli occhi e camminava aiutandosi con un bastone da passeggio, in conseguenza del quale assumeva una postura obliqua. S.lando sulla stretta passatoia in legno, quasi urtò Barlenghi senza nemmeno scusarsi.
Quest'ultimo scambiò un cenno di intesa con il comandante del battello e ritirò la cima. Una volta ritratta anche la passerella, si rese conto che il rumore sordo che aveva udito in precedenza non era cessato. Era una specie di tonfo quasi simultaneo al rumore dell'onda, che tuttavia si distingueva dalla risacca. Proveniva da sotto il pontile. Barlenghi si sporse oltre il parapetto per cercare la causa di quel tonfo. Certo, con quel buio non era facile vedere e la nebbia complicava l'osservazione. Ci fosse stata almeno la luna piena! Ad ogni modo, dopo un minuto passato a .ssare l'acqua scura vicino ai pali d'ormeggio, Barlenghi pensò di aver visto qualcosa. Una specie di sacco, sì, un grosso sacco di stoffa scura che andava avanti e indietro sotto il pontile, senza riuscire a prendere il largo o incagliarsi sulla riva.
Si inginocchiò sul legno lucido e umido, appoggiò anche i gomiti e allungò il collo verso l'acqua. Se qualcuno fosse passato in quel momento lo avrebbe preso per pazzo. Ma non se ne curò: trascurando il fatto che mezzo paese era convinto che gli mancasse qualche rotella, era tutto preso dalla curiosità di scoprire cosa fosse quel grosso sacco nero che sembrava prossimo ad incagliarsi sulle rocce e che subito dopo si riallontanava di quel mezzo metro, suf.ciente a tenerlo sospeso sull'acqua tremolante.
Dopo una ulteriore e più attenta occhiata, a Barlenghi si gelò il sangue: quello non era un grosso sacco, era il corpo di un uomo, evidentemente morto, che galleggiava a pochi metri da lui.


CAPITOLO II


Il Delegato Vittorio Ripamonti era seduto su una logora poltrona accanto al camino. Il fuoco si era ormai mutato in debole brace, e il freddo stava prendendo possesso di tutta la casa. Sonnecchiava, indeciso se sprofondare de.nitivamente nella poltrona o trascinarsi a letto; al lume di una lampadina troppo debole, stava rivedendo le ultime carte con le disposizioni del Ministro degli Interni per i festeggiamenti del I° anniversario della Marcia su Roma. Era il 24 ottobre 1923 e fra quattro giorni si sarebbe dovuto celebrare il tumultuoso evento che aveva consentito l'ascesa di Benito Mussolini alla poltrona di Presidente del Consiglio.
Le disposizioni, brevi e stringate, contenevano sensate raccomandazioni e indicazioni procedurali ed organizzative: la principale era quella di tenere lontani gli oppositori per evitare tumulti e nuovi scontri. I soliti dispacci ministeriali colmi di cautela.
Il Delegato si sfregò gli occhi stanchi e arrossati dal fumo del camino: di tumulti, recentemente, ce ne erano stati abbastanza. Guardò la pendola sopra il camino: le 11,36. Decise che per quel giorno aveva lavorato a suf.cienza. Si alzò dalla poltrona con una smor.a di dolore. I muscoli della schiena si erano rattrappiti per il freddo e per la poltrona sfondata. Otto ore di sonno sul duro materasso della stanza da letto lo avrebbero certamente rimesso in sesto. Non aveva ancora trent'anni, ma, quell'autunno, raffreddatosi precocemente, lo aveva riempito di acciacchi rendendolo apparentemente più vecchio. Ripose le carte nella carpetta di cartone grigio che abbandonò sul tavolino davanti a sé. Si portò alle labbra l'ennesima sigaretta, tastò le tasche della vestaglia alla ricerca dei cerini. Li trovò, ne
fregò uno e accese la Nazionale. Fumò in penombra osservando in silenzio gli ultimi bagliori del fuoco e, in trasparenza, le volute azzurrognole che uscivano dalla sua bocca. Prese nella mano destra una fotogra.a incorniciata che aveva posto sul camino: lo ritraeva in compagnia dei genitori e di alcuni amici in occasione del suo ritorno dal fronte, più di cinque anni prima. Percepiva una fastidiosa sensazione di incompletezza. Ripose la cornice e buttò il mozzicone nella brace. Si sentiva solo, estremamente solo. Cercando i cerini aveva sentito nella tasca sinistra la presenza di un foglio di carta ripiegata: una lettera era la prova inconfutabile della propria solitudine. Solo e inutile.
Un anno abbondante in quel luogo senza poter mettere alla prova il proprio talento investigativo. Dispacci. Decreti. Informative. Rapporti da inviare. Carta: cominciava a odiarla, la carta. Tutto ciò che riportava ad essa, fosse la lettera di un'amata lontana o documenti burocratici, non facevano altro che ingigantire la propria sensazione di inutilità. Fissò a lungo, nel silenzio ritmato dalla pendola, la bottiglia di cognac pregiato che si era portato da Milano, indeciso se versarsene un altro po' o rinunciare. Optò per una dormita. Se c'era una cosa che amava di quella casa ai margini del paese era proprio la camera da letto, fredda e silenziosa, con il letto incassato in una nicchia fra due spesse pareti. Conciliava il sonno. Ultimamente dormiva un sonno profondo e senza sogni, .nalmente libero dagli incubi che lo avevano inseguito dal Carso .no a Milano, talmente reali e vividi da fargli temere che non avrebbe potuto più liberarsi dalla sensazione di essere perennemente braccato dai nemici con la divisa degli Asburgo.
Non aveva più dubbi: sarebbe rimasto sotto le coperte con la luce elettrica spenta e una candela accesa; prima di partire aveva trovato in un negozio di libri un romanzo, in tedesco, di un giovane autore praghese, e ora pensava seriamente di immergersi nella lettura per combattere l'insonnia e distrarsi.
Avrebbe in questo modo cercato di dimenticare la propria solitudine e la propria inutilità di investigatore nel paese più placido e paci.co del mondo.
Si diresse verso il bagno, un piccolo cubicolo posto sulla parte sinistra del corridoio: si specchiò e vide due occhi arrossati e incavati nel volto; aveva l'espressione stanca e un po' assente; la barba ispida e trascurata, nerissima, faceva apparire la pelle chiara del suo viso ancor più cerea. Prese le forbici e si mise a regolare i baf. meccanicamente mentre i pensieri si allontanavano dal suo volto esangue per prendere un'altra via.
Colpi insistenti alla porta lo riscossero. Si strinse la cintura della vestaglia, avvicinò i lembi sul petto e andò a guardare chi fosse a quell'ora. Fuori, circonfuso di nebbia grigia, c'era l'agente Evaristo Barzanò che la questura di Como gli aveva assegnato da meno di un mese. Ansimava per la corsa ed era pallido, salvo i pomelli delle gote talmente rossi da vedersi al buio.
- Cosa è successo?
- Scusatemi, signor Delegato: lo so che è tardi, ma è meglio se venite con me.
- Dove, scusa, con te?
- All'imbarcadero, signore. Hanno trovato un corpo.
- Un corpo?
- Sì... insomma: un cadavere. Hanno ucciso il Colonnello.

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