venerdì 19 giugno 2015

Di te non ho paura, di Lea - Segnalazione Nuova Uscita

Ecco qua la segnalazione del giorno!


Di te non ho paura

Di Lea



Sinossi:

La vita non è semplice per nessuno, nemmeno per un demone. Egli, infatti, si nutre della paura degli esseri umani, è grazie ad essa che non scompare nel nulla. Ultimamente però sta riscontrando dei problemi, i bambini, che erano la sua ultima fonte di speranza, non sembrano più nemmeno accorgersi della sua presenza, vivono la loro vita attaccati allo schermo del telefono, senza mai alzare gli occhi, e non provando paura, il povero demone rischia di non esistere più. Dopo la morte del suo migliore amico, uno zombie di nome Frankie, decide che è arrivato il momento di darsi da fare, e smetterla di piangersi addosso. Cercherà in tutti i modi di spaventare due adolescenti senza un briciolo di cervello, si troverà a concorrere con un gruppo di spaventatori esperti che gli daranno del filo da torcere. Stringerà perfino un patto col Diavolo pur di raggiungere il suo scopo. E alla fine ci riesce, capisce la chiave di tutto. L’unica cosa che importa davvero alla persone d’oggi è la tecnologia, portargliela via è l’unico modo per far cadere l’umanità nel terrore più assoluto. Ed è proprio quello che farà.



Sito CE:


Estratto:


Capitolo 2



Anche questa sera proverò a spaventare un bambino, i suoi genitori sono a cena fuori e nessuno può badare a lui.
Mi addentro nella casa, è davvero un bel posto. Sono in camera del ragazzino, ma è vuota. È tutto buio, tranne per una luce bluastra proveniente dal salotto. Mi avvio in punta di piedi verso di essa.
Sporgo leggermente la testa attraverso lo spiraglio della porta e vedo che sta giocando alla Play Station, una delle mie nemiche più grandi, insieme a tutti gli altri apparecchi elettronici.
Faccio un enorme respiro e mi costringo a pensare positivo. Posso farcela, ripeto a me stesso.
Apro la porta, la quale cigola. Sorrido per un attimo sperando che questo possa suscitare interesse nel bambino, ma è lì fermo immobile che gioca. Sta giocando a un gioco in cui devi sparare a degli zombie, le sue mani tremano dagli spasmi.
Mi avvicino all’interruttore della luce e lo accendo.
Niente. Il bambino non sembra essersi accorto di me, continua a fissare quello schermo luminoso imbambolato, la bocca spalancata e lo sguardo spento nel vuoto.
Inizio a battere il piede nervosamente contro il pavimento, deve pur esserci un modo per farlo accorgere di me.
È seduto per terra, a meno di trenta centimetri dal televisore, mi chiedo come faccia a non essere già cieco.
Mi avvicino con passo felino a lui, non producendo il minimo rumore. Poi di colpo gli do una spinta contro le spalle e urlo, ma nemmeno questo sembra fargli alcun effetto.
<<Ehi, ci sei?>> gli chiedo, alzando le braccia frustrato. Non mi risponde, continua a premere ininterrottamente quei tasti senza mai concedersi una pausa, senza mai distogliere lo sguardo.
A questo punto è diventata una questione di principio, anche se non riuscirò a spaventarlo voglio almeno che si accorga della mia presenza. Io devo essere notato.
Mi gonfio il petto e mi posiziono proprio davanti al televisore, in modo che lui non possa vedere niente, così sarà costretto a guardarmi. Ho le braccia incrociate al petto, lo sguardo fiero, e fisso il ragazzino, il quale non alza nemmeno lo sguardo, rimane con gli occhi puntati verso un punto impreciso dietro di me, sempre con fare assente.
Le sue mani, anche se probabilmente non riesce a vedere niente di quello che sta succedendo nella scatola luminosa, continuano a muoversi frenetiche.
<<Io lo so chi sei>> dice con disinteresse, non degnandomi nemmeno di uno sguardo.
<<Ah sì?>> Dopo tanto tempo mi sento riempire il petto d’orgoglio, non credevo di essere conosciuto tra i bambini, chissà quanti dei suoi amichetti ho cercato di spaventare.
Lui annuisce, continuando a non guardarmi e a muovere le mani come un pazzo.
<<E chi sarei?>> Alzo il mento fiero, e aspetto con ansia la sua risposta. Sono curioso di sapere che nome mi hanno dato.
Lui si stringe semplicemente nelle spalle. <<Sei un’allucinazione.>>
<<Di nuovo?!>> esclamo esausto, lascio cadere le mani lungo i fianchi e fisso il bambino con aria supplichevole.
<<Già.>> Stavolta alza lo sguardo e mi guarda, ha delle orrende occhiaie viola lungo il contorno occhi, gli occhi arrossati e la pupilla piccolissima. Ora capisco perché non ha paura di me, lui è messo decisamente peggio. <<So che sei un’allucinazione dovuta alle troppe ore passate a giocare alla Play>>.
Mette il gioco in pausa e posa il telecomando sul divano dietro di lui. Io mi metto una mano sul fianco, mentre con l’altra mi ci gratto il mento.
<<E da quant’è che staresti giocando?>>
<<Quasi nove ore>>.
<<Che?!>> Mi si spalancano gli occhi, rimango veramente stupito.
Il bambino si stringe nuovamente nelle spalle. <<Non avendo distolto lo sguardo dallo schermo per quasi nove ore, ora vedo zombie ovunque.>>
<<Io non sono uno zombie>> tengo a precisare, puntandogli il dito contro. <<Però, sei davvero un bambino intelligente, quanti anni hai figliolo?>>
<<Mi chiamo Steve>> risponde accigliato, come se averlo considerato un “bambino” lo abbia infastidito. <<E comunque ho dieci anni.>>
<<Complimenti.>> Mi metto una mano in tasca e mi guardo intorno. <<E perché un ragazzo intelligente come te passa cosi tanto tempo chiuso in casa a sprecare tempo e neuroni? I tuoi genitori non ti dicono niente?>>
Scrolla di nuovo le spalle. <<No. Quando tornano a casa sono troppo indaffarati per stare dietro a me, anche loro sono dipendenti da aggeggi elettronici.>>
<<Io non ci credo che non abbiano voglia di portarti un paio d’ore al parco il pomeriggio>> replico passandomi una mano tra i capelli.
Steve non mi risponde, riprende in mano il telecomando e continua a giocare. Sembra essersi scordato di nuovo della mia presenza, ma poi dice:
<<Potresti scansarti, dovrei superare la Radura Sfracellata, e non ci riuscirò mai se tu mi copri la visuale.>>
Roteo gli occhi al cielo e mi scanso. Mi metto seduto sul divano e osservo per un attimo il videogioco a cui sta giocando. Un milione di altri bambini ci gioca, lo so perché vado sempre nelle loro case e li vedo giocare, e anche loro come Steve non mi degnano di uno sguardo. Ad uno ho anche fatto partire l’allarme antincendio senza ottenere alcun risultato.
Vedo che è in difficoltà, non sa dove andare.
<<Clicca R2 e poi vai dietro quel masso fatto a uncino, lì troverai il passaggio per superare la Radura Sfracellata>> sbotto.


Sono seduto comodamente su un muricciolo in periferia. Non ci passa mai nessuno di qui, è un posto tranquillo in cui posso stare in santa pace.
Da dietro l’angolo vedo sbucare il mio amico Frankie, è uno zombie. Alcuni potrebbero pensare che avercelo come amico non è il massimo perché non può parlare, ma almeno evitiamo di litigare.
Si avvicina a me con quella sua camminata altalenante, zoppicando soprattutto dalla gamba sinistra. Ha le mani dietro la schiena, poi quando si trova accanto a me, le alza e mi mostra una torta.
<<Frankie, non dovevi!>> esclamo, prendo la torta e la appoggio sul muretto. La guardo felice e afflitto allo stesso tempo. <<Lo sai che non volevo niente di speciale per il mio compleanno.>>
Lui grugnisce qualche frase, dalla sua bocca esce un alito di putrefazione e cipolla, misto a qualche mosca che gli svolazza tra un dente bucato e l’altro.
<<Sì, sì, lo so che quattrocento anni sono un passo importante. Ma non riesco a pensare che questo potrebbe essere il mio ultimo compleanno>> ammetto, lasciando fluire fuori tutte le mie paure. Mi guardo le mani e vedo le vene farsi varicose e violacee, sento che più i giorni passano più sono debole. I bambini che si lasciano spaventare sono sempre meno e ciò mi spaventa a morte.
Frankie mi batte una mano sulla spalla, provando a confortarmi, ma lascia dei residui di sangue. Io gli scanso la mano e tento disgustato di liberarmi di tutto quel sangue appiccicoso.
<<A te com’è andata oggi?>>
Frankie si gira e indica un punto a nemmeno un chilometro di distanza. Storco le labbra:
<<Una fiera del fumetto? Amico, hai proprio sbagliato posto!>>
Lui scuote la testa e si copre la faccia con la mano, grugnendo qualcos’altro.
<<Volevano farsi le foto con te?>> domando curioso. <<Ah! Questo mondo ci è proprio sfuggito di mano.>> Mi lascio andare contro il muro, alzo il viso e chiudo gli occhi. << Come facciamo a spaventare? Ormai nessuno ha più paura di niente. Stasera ad esempio ho provato a spaventare un bambino di dieci anni e che cosa ho ottenuto? Domani sera andiamo insieme a giocare al parco.>>
Frankie mi guarda torvo.
<<Sì>> confermo i suoi pensieri. <<Sono il suo nuovo amico immaginario.>>
Il suo sguardo si trasforma in accusatorio.
<<Ehi, lo so che non dovrei perdere tempo con lui, ma si sente solo, e se tanto nessuno prova terrore nel vedermi, almeno aiuto qualcuno.>>
Frankie fa qualche verso, fruga con la mano nella tasca e tira fuori una candelina. Con il braccio tremante, poiché è attaccato solo per tre quarti al resto del corpo, la poggia sopra la torta e mi incita ad accenderla con i miei poteri.
La guardo con la coda dell’occhio, non sono proprio in vena di festeggiare oggi. Ma poi penso a Frankie e a come deve essere stato difficile recuperare una torta, così punto il dito con disinteresse verso la candelina e le do fuoco. Esagero leggermente con il dosaggio della forza, e brucio mezza candela, ma almeno posso sempre esprimere il mio desiderio.
Frankie mi tira più volte la manica della maglia, graffiandola a causa delle sue unghie non curate. Gli do una leggera strattonata, prendo un grande respiro, esprimo il mio desiderio, e poi soffio con tutto il fiato che ho nei polmoni, spegnendo la candelina.
<<No, mi dispiace Frankie, ma non posso dirti cosa ho espresso, altrimenti non si avvererebbe!>> Anche se non è così difficile da intuire: desidero trovare un modo per tornare a spaventare le persone come un tempo.

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