lunedì 2 febbraio 2015

L'Ombra del Vento - Zafon + Flipback



Ho comprato questo libro al Salone di Torino, il giorno del lancio ufficiale dei Flipback, perché avevo sentito tanto parlare sia di Zafon e che di questo nuovo formato, quindi vi beccherete una recensione di entrambi! Contenti? Sì? Allora iniziamo :)


La storia ruota attorno a L'Ombra del Vento, un romanzo del misterioso Juliàn Carax, il cui unico esemplare è custodito nel Cimitero dei Libri Dimenticati, la tomba segreta di quei libri di cui nessuno ha più memoria né copie: Daniel, ad appena dieci anni, vi viene portato dal padre e riceve il permesso di prendere e custodire il libro che più lo colpirà. Fra i tanti, Daniel sceglie quello e lo divora in una notte: è catturato dalla storia, dalla scrittura e dal desiderio di sapere di più su questo scrittore così promettente ma sconosciuto. La sua ricerca lo porta a imbattersi in Don Gustavo e nella nipote di lui, il suo primo amore non corrisposto. Dalla delusione di questa cotta nasce l'incontro con il barbone Fermìn, che rivelerà insospettabili doti da consulente bibliografico per la libreria del padre di Daniel e lo aiuterà, in tutti gli anni seguenti e fino alla fine. Per giunta, nella storia s'insinuano Lain Coubert, personaggio del romanza di Carax ma anche realissima ombra che segue Daniel imponendogli la consegna del libro per poterlo distruggere, e anche l'ispettore Fumero, crudele assassino che, in una Barcellona degli anni della guerra, non esita a uccidere per interesse e per vecchi rancori.

Abbiamo a che fare con un romanzo ben strutturato a livello di intreccio, interessante e condotto bene: il genere è difficile da definire, ma credo lo piazzerei nel thriller per il continuo svelarsi di indizi, spesso fuorvianti per il lettore, e l'intrecciarsi delle vite di tutti i personaggi coinvolti fino all'ultima pagina. Si vede che dietro a tutto questo c'è una bella mappa concettuale che non lascia nulla senza seguito, eppure tutta questa cura non lo salva dall'errore degli errori: è un libro scritto in modo tremendo.
Per le prime 100 pagine (N.B. formato Flipback) non abbiamo la più pallida idea di che razza di storia sia, e alla cinquecentesima ancora pregavo che non volesse andare a parare dove immaginavo, perché altrimenti sarebbe stato banalmente avvilente. Tornando alle prime 100, quando il nostro protagonista è un bambinetto, l'ambientazione (Barcellona) è soltanto una sequela di posti vaghi e nomenclature, che come espediente non sarebbe neanche male (tutti abbiamo un ricordo vago di ciò che abbiamo vissuto durante l'infanzia) se solo non fosse che il linguaggio usato dal narratore, in prima persona, è assolutamente inadatto: ce ne accorgiamo soprattutto quando ci presenta, staticamente, i personaggi che stanno per entrare nella storia.

Gustavo Barcelò, proprietario di una libreria cavernosa in calle Fernando,
era il capo carismatico dei librai antiquari. Teneva sempre in bocca una pipa
spenta che effondeva nell'aria aromi orientali e amava definirsi l'uomo dei
romantici. [su coraggio, è ancora lunga, fatevi forza] Barcelò si vantava di
essere un lontano discendente di lord Byron, benché fosse originario di
Caldas de Montbuy, e forse per sottolineare questo fatto vestiva come un dandy
dell'Ottocento, sfoggiando foulard di seta, scarpe di vernice bianca e
un inutile monocolo che a detta delle malelingue non si toglieva neppure
quando andava al cesso.

Interessante vero? Soprattutto molto utile ai fini della storia... in ogni caso, oltre all'infodump e al fatto che non puoi oggettivamente sapere tutte queste cose di una persona che non hai mai visto, ci sono tutti i semi della discrepanza fra il linguaggio (che dovrebbe adattarsi ai ricordi di un mocciosetto) e, appunto, l'età. Discrepanza che diventa palese qui:

Don Federico era l'orologiaio del quartiere, un cliente occasionale
della libreria e una delle persone più educate dell'emisfero occidentale.
La sua fama di abile artigiano si estendeva dal quartiere della Ribera
fino al mercato di Ninot. A dire il vero godeva anche di un altro tipo
di reputazione, assai meno decorosa, dovuta alle sue malcelate predilezioni
erotiche per aitanti giovanotti del sottoproletariato e a una certa tendenza
a vestirsi come Estrellita Castro.
<< E se Don Federico avesse tutt'altro per la testa che fabbricarmi
una penna? >> domandai.
Mio padre aggrottò la fronte, forse temendo che le maldicenze della gente
fossero giunte alle mie orecchie innocenti.

Allora ciccio, deciditi: le cose le sai o non le sai. E non mi parlare di erotismo a dieci anni che manco sai come si sveste una bambola.
Un'altra tendenza del precoce giovinetto è quella di parlare per metafore alla Fabio Volo e parole a caso, nel tentativo di raccontarci cose che potrebbe benissimo mostrarci, per esempio con un bel dialogo:

Clara [N. B. che è cieca] descriveva persone, ambienti e oggetti
che non aveva mai visto con una precisione e una ricchezza di dettagli
degne di un pittore fiammingo. Era un linguaggio sfumato, un'impalpabile
tela di ricordi intessuta del timbro delle voci e delle cadenze dei passi.

Oppure:
Quell'anno, l'autunno ricoprì Barcellona con un manto di foglie secche
che formavano mulinelli nelle strade come pelle di serpente. [che cavolo
di serpenti hanno in Spagna, scusate??]

Uh, ho dimenticato di aggiungere che, solo per noi, Daniel vede anche quello che non vede!

Avevo il cuore gonfio d'ira e lo sguardo come velato. Mi misi
a camminare e non mi accorsi della sconosciuto che mi osservava,
immobile, alla Puerta del Angel. Era vestito di scuro, teneva la mano
destra infilata nella tasca della giacca e i suoi occhi brillavano
nel tenue bagliore della sigaretta. Zoppicando leggermente, mi seguì.

Purtroppo gli esempi chilometrici non sono finiti qui: ve li voglio riportare per intero perché sentiate anche voi l'incredibile pesantezza di interventi del genere, non solo in una recensione ma anche in una storia che, ne parlerò più avanti, alla fine ti prende parecchio.
Alla fine, già: guardate che ci combina il buon Zafon fra i capitoli 4 e 5:

<< Be', se domani non è possibile, passerò un altro giorno o... >>
<< Chi deve decidere è Clara. >> disse il libraio << Abbiamo già
sette gatti e due pappagalli. Che differenza può fare una bestia
in più o in meno? >>
<< Allora ti aspetto domani sera verso le sette. >> concluse Clara 
<< Sai dove abitiamo? >>
[reazione del lettore: forse sta succedendo qualcosa! Evviva!]
[Reazione di Zafon: povero illuso.... MUAHAHAHAHAHA]

5
C'è stato un tempo, da bambino, forse perché ero cresciuto in mezzo
a libri e librai, in cui volevo diventare uno scrittore e vivere come il
protagonista di un melodramma. Queste fantasie infantili erano ispirate
da uno straordinario manufatto esposto in un negozio di calle Anselmo
Clavé, proprio dietro al palazzo del Governo Militare. L'oggetto della mia
adorazione, una magnifica stilografica nera ornata da un tripudio
di fregi, splendeva al centro della vetrina.

Devo commentare?

Passiamo allora agli elementi interessanti: incredibile ma vero ce ne sono, ovviamente in quantità diverse rispetto a quelli tagliavene (neologismo). Molto belle sono infatti le ambientazioni, quasi gotiche, legate ai luoghi frequentati da Juliàn Carax e alla sua personalità, nonché alla sua sfortunata ma affascinante storia. Devo ammettere che per lui l'autore si è sprecato parecchio.
Ecco, per esempio, la sua stanza come la trova Daniel dopo anni di abbandono;

La stanza era infestata di crocefissi. Alcuni, appesi a cordicelle,
pendevano dal soffitto; altri erano inchiodati ai muri. Ce n'erano a decine.
Negli angoli, incisi con un taglierino sui mobili o sulle piastrelle,
dipinti in rosso sugli specchi. I passi che avevo notato sulla soglia avevano
lasciato impronte sulla polvere attorno alla rete di un letto, uno
scheletro di ferro e legno tarlato. In un angolo della stanza, sotto la
finestrella, c'era uno scrittoio con il ribaltino, chiuso, su cui
erano posati tre crocefissi di metallo.

Non ci entrerei mai, ma è decisamente figo.
Un pezzo altrettanto interessante della sua vita:

La portinaia alzò le spalle e sospirò.
<< Si diceva che lei [la madre di Juliàn] avesse abortito a causa delle botte
del marito, ma alla gente piace spettegolare. Una volta, Juliàn raccontò
ai bambini dello stabile di avere una sorella che solo lui poteva vedere,
e che usciva dagli specchi come uno sbuffo di vapore e viveva con Satana
in persona in un palazzo sotto un lago. La mia Isabelita ha avuto gli incubi
per un mese intero. Era un ragazzino morboso, a volte. >>

Miracolo, qui c'è il buon espediente del dialogo come chiarimento per il lettore, sfruttato però pochissime volte: decisamente prediletti sono invece lunghissimi flashback (questa volta ve li risparmio perché occupano diverse pagine e sono troppi) che non sono altro che noiosissimi discorsi indiretti. Interessanti, per carità, ma pezzi di narrativa tirati ai cani randagi.
A volte, poi, compare qualche lettera chiarificatrice, ma evidentemente Zafon non è un amante dei puzzle: il romanzo si conclude e tutto si chiarisce con una poderosa tirata, sotto forma di manoscritto/testamento, che un personaggio fa pervenire al diciottenne Daniel: l'espediente più banale, usato nel modo peggiore, per mettere la parola "fine" a un romanzo che, in potenza, merita davvero tanto. Dopo circa 300 pagine (sulle 850 e passa del mio formato) mi sono messa a leggerlo dovunque: sui mezzi, durante le lezioni e nel pomeriggio. Veramente coinvolgente, soprattutto quando indaga il passato di Carax con aggiunta di dettagli e scene macabre ma mai morbose, purtroppo pieno di intoppi tecnici.

I personaggi, poi, sono psicologicamente approfonditi (anche se sappiamo tutto di loro grazie a quei cavolo di flashback) e sono caratterizzati da un loro linguaggio peculiare: appartengono a un romanza a cui non saprei dare un giudizio preciso. Leggetelo e tappatevi il naso se volete veramente godervelo, è quanto posso dirvi.

In conclusione, parliamo dei famigerati Flipback. Resuscitati lo scorso anno dalla Mondadori, regina del marketing di dubbio gusto e utilità, in realtà sono stati lanciati sul mercato estero nel 2011 e non sono riusciti a vedere l'inizio del 2012: è innegabile che siano molto comodi da leggere di nascosto sotto il banco, però non c'entrano niente con gli slogan con cui li hanno pubblicizzati.
1) Alternativa all'eReader
   Solo perché si leggono in verticale? Non mi risulta che si illuminino al buio, a meno di non dargli      fuoco, né che costino pochi euro come gli ebook onesti.
   Ah, e un qualsiasi amante del cartaceo continuerebbe a comprare il solito formato, non è che                potete provare a vendergli qualsiasi cosa sia fatta di carta.
2) Si girano con un dito
    Sì certo: potrete provare l'ebbrezza di prendere dieci pagine in un colpo solo, bestemmiando le             divinità rettiliane perché avete perso il segno, oppure sfogliare le pagine con la cura che                       riservereste a un codice di Da Vinci perché sono così sottili che potreste polverizzarle con uno             starnuto.
Insomma, idea carina ma decisamente sopravvalutata e costosa: per quel prezzo non conviene neppure rinunciare alla comodità del classico formato o dell'eReader dalla memoria pressoché infinita.

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