venerdì 2 gennaio 2015

Racconti: Le luci del solstizio - Manuela Leoni

Eccoci al secondo racconto:




Le luci del solstizio

di Manuela Leoni

EdwardRobertHugsNight
Astrid respirò profondamente l’aria fredda della notte, mentre procedeva lungo il margine della pista di fondo che costeggiava il bosco. Gli alberi erano carichi di neve, che aveva smesso di cadere poche ore prima: ogni tanto un tonfo attutito rompeva il silenzio, quando un ramo troppo carico lasciava scivolare a terra il suo candido fardello.
La notte era limpida ora e una luna gigante illuminava il paesaggio circostante; la sua luce rifletteva sulla distesa candida rendendo l’aria chiara come il ghiaccio e sicuri i suoi passi.
Ogni cosa era avvolta nel silenzio che la neve porta con sé: la sua particolare magia.
Ad Astrid sembrava quasi di sentire la sua anima cantare la gioia e l’incanto della notte più lunga dell’anno, come un suono sommesso nell’angolo più impercettibile dell’orecchio. Nella quiete della notte il canto si faceva più forte, più complesso: un’armonia intricata e avvolgente, composta da parole sconosciute eppure stranamente familiari, un tintinnare gioioso di campanelli, un vibrare di corde pizzicate, un sospiro di flauti come vento tra le foglie dei boschi di querce. Un richiamo.
Nel folto del bosco alla sua sinistra le parve di scorgere un lampo di luce calda, come un fuoco ardente.
”Vieni!”

La parola risuonò chiara nell’aria gelida.
Astrid si guardò intorno perplessa, cercando di capire da dove provenisse il suono: sembrava non avere direzione, come nascesse direttamente dal suo interno.
Ed ecco ancora la luce, più lontana adesso.
Incuriosita prese ad addentrarsi nel bosco: la notte era abbastanza chiara da poter avanzare agevolmente, nessun pericolo di inciampare o di perdersi.
Tra gli alberi l’aria era più calda, più densa, dolce come sciroppo al profumo di fragole: una promessa d’estate ancora lontana.
Ora sentiva le risa che accompagnavano il canto, trilli argentini nel ghiaccio.
Faceva caldo ora e si tolse il cappello di lana morbida, i guanti e la sciarpa. Le lunghe ciocche nere ricaddero libere sulle spalle, una mantilla di seta preziosa.
Il bagliore del fuoco la guidava “Vieni, è tanto che ti aspetto, vieni!” la voce nel canto, sempre più insistente la attirava avanti, sempre più avanti verso il centro del bosco.
Tra i rami degli alberi luci argentate segnavano la via, o forse erano i bagliori della Luna Fredda, lei non sapeva spiegarselo.
Avrebbe dovuto provare timore. Avrebbe dovuto sentire freddo; ma la sua mente razionale era come addormentata, avvolta in una spessa coperta candida di cristalli di neve. Guanti, cappello e sciarpa caddero a terra, come foglie secche in autunno: le luci intorno a lei cantarono più forte, gioiose.
”Vieni, danziamo insieme in questa notte magica. Danziamo per la luce che ritorna”
Il fuoco era sempre più avanti, la tirava come una corda invisibile che partiva dal suo centro e arrivava … dove? Le luci le vorticavano intorno, l’aria sempre più calda odorava d’erba fresca e fragole. In pieno Inverno? Sto sognando? Il piumone è troppo caldo? Il riscaldamento è troppo alto? Ma tutte queste domande, logiche, razionali, scivolavano via ai margini della sua consapevolezza, piccole cose insignificanti. Solo il canto, la voce e le luci scintillanti avevano importanza.
Ancora un passo, ancora calore. La giacca a vento seguì gli altri indumenti. “Vieni, tu sei il mio destino e io sono il tuo. E’ tanto che ti aspetto per danzare, vieni!”
Le luci danzanti si aprirono come un sipario. Con lo sguardo trasognato negli occhi verdi come la giada, Astrid avanzò di un passo.
Il fuoco brillava alto al centro della radura, eppura la neve non sembrava toccata dal suo calore e scintillava intatta. L’uomo davanti a lei aveva un viso giovane eppure eterno, la pelle dorata, i capelli argentei intrecciati. Un lungo gilet di pelle candida ornato di bacche d’agrifoglio gli copriva il torace, un serto di foglie di quercia gli circondava il capo.
I suoi lunghi occhi del colore del ghiaccio la fissavano intensi. Allungò il braccio tendendole la mano“Eccoti finalmente! Vieni”
Astrid lo raggiunse. Un solo passo. Le loro dita si toccarono e un lungo brivido gelido la avvolse. Lui la circondò con le braccia e si chinò a baciarla, le labbra dello stesso colore delle bacche.
Il sangue smise di scorrere e si gelò nelle sue vene, mentre lei sentiva la vita scivolare via, abbandonare il suo corpo. Mentre lui la sosteneva l’unica cosa che vide fu la luce argentea della Luna della Quercia nei suoi occhi, l’ unico suono che udì fu la sua voce che le sussurrava “Il nostro destino è compiuto. Danzeremo insieme in eterno”.
Iris si svegliò con il fiato che formava nuvolette nell’aria gelida: il cottage era freddo e silenzioso. Si alzò imprecando e corse verso la stufa: era spenta. Si diede da fare per riaccenderla e gridò attraverso la stanza “Astrid! Hai lasciato spegnere la stufa ieri sera! Qui si gela Accidenti!” Guardò l’orologio: le dieci. Nessun segno di Astrid: niente bollitore in giro, niente tazze disseminate niente residui di muesli sul tavolo. Era strano. La sua amica era mattiniera e disordinata. Si precipitò nella sua stanza. Era vuota. Il letto era fatto, l’ordine meticoloso e innaturale. Sul tavolino sotto la finestra una rosa dai petali argentati profumava la stanza d’estate.
Nessuno seppe più nulla di Astrid. I suoi genitori la cercarono inutilmente, Iris si disperò per mesi. La polizia, che perquisì il cottage e perlustrò accuratamente i dintorni, non trovò tracce di effrazione, nessuna impronta nella neve, nessun segno del suo passaggio, nessun cadavere. Sembrava svanita nel nulla.
Iris torna tutti gli inverni nel cottage, guidata dalla speranza che non la abbandona mai. La rosa dai petali argentati non ha perso la sua freschezza, ma il suo profumo è sempre più leggero. Qualche volta, nel turbinio della neve, le sembra di scorgere due figure, un uomo e una donna indistinti, nero corvino e bianco candido i loro capelli mescolati nel vortice della danza; azzurro ghiaccio e verde smeraldo il colore dei loro sguardi incatenati, bagliori scintillanti come raggi di luna ai loro piedi.
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La luna piena di Dicembre viene chiamata Luna fredda o anche Luna della Quercia.



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A.M.Foa e M.Leoni Writers
Sito: Jacques Korrigan

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