sabato 3 gennaio 2015

Racconti: Elisa e Romualdo - Giovanna Barbieri

Eccoci infine all'ultimo racconto della settimana, uno storico ambientato nel periodo della peste nera:



Elisa e Romualdo 
Giovanna Barbieri


ANNO DOMINI 1347




Elisa fissò la madre che sedeva muta di fronte al telaio. Lei e la sua numerosa famiglia appartenevano alla Scola dei tessitori e la ragazza si aspettava un po' di comprensione da parte della genitrice.
Anche lei ha dovuto subire lo stesso trattamento, perché non mi aiuta?
«Mariterai mastro Cappelletti, non ho altro da aggiungere» sentenziò il dispotico padre.
«Padre, ti prego, è un vecchio.»
«È abbastanza ricco e la sua attività fiorente. Non ti farà mancare nulla!»
Implorò la madre con lo sguardo, tuttavia la donna, stremata dalle gravidanze e duro lavoro, abbassò gli occhi.
Non ho scelta, le mie sorelle sono ancora piccole. Certamente non lo può sistemare con Antonia, ha solo otto anni, soppesò.
«Aiuta tua madre con la sacca, domani ti accompagnerò nella tua nuova casa, com'è uso in attesa del fidanzamento e del matrimonio.»
Il genitore uscì seccato dalla baracca, raggiungendo i fratelli nel campo.
«Madre...» la pregò ancora una volta rimaste sole.
«Non posso sostenerti, Elisa. Lo sai com'è la nostra situazione economica.»
Elisa desistette, lei voleva bene al suo vecchio padre e non desiderava deluderlo. Inoltre in quegli anni oscuri la paura della morte per fame incombeva su tutti gli artigiani che popolavano i villaggi nei pressi di Verona. Infine Elisa si chinò sul baule di famiglia per selezionare la dote da portare con sé.
Domani mi fidanzerò con un uomo che non conosco e che potrebbe essere mio padre, si rattristò.
«Prendi il vestito verde.»
«Anche il mantello?»
«Certamente.»
Elisa piegò con attenzione i capi e li infilò nella sacca da viaggio. Forse avrebbe indossato gli stessi indumenti per molti anni aspettando che si consumassero prima di trasformarli in stracci.
«Vieni cara, la sera s'avvicina e dobbiamo cucinare qualcosa.»
«Chi ti aiuterà ora con i bambini?»
La madre ovviamente non rispose, non erano ricchi e i genitori non potevano permettersi un'ancella. I fratellini di solito venivano accuditi da lei.
Ora Antonia avrà i miei compiti, sospirò.
Lei, la madre, Antonia e Clara prepararono il pane con cereali misti: miglio, pànico, sorgo, che davano all'alimento un colore marrone scuro. Tagliarono un pezzo di formaggio di pecora stagionato e misero a bollire nei paiolo una vasta gamma di verdure estive. Nel tardo meriggio il capo famiglia e i giovani figli maschi rientrarono. Avevano tosato le pecore, smistato, lavato la lana con acqua e fatta asciugare in riva al torrente.
Elisa respinse il piatto e notò i membri della famiglia gettarsi sul cibo come lupi affamati.
«Abbiamo il vello di venti pecore, ci sarà molto lavoro da fare. Le ragazze dovranno occuparsi delle altre fasi.»
Fabrizio il tessitore parlava tra una cucchiaiata e l'altra adocchiando la moglie. Elisa vide la madre impallidire, lei sapeva che oltre alla cura dell'orto, dei figli e della casa, aveva anche una serie di compiti legati alla tessitura: sgrassatura con orina, cardatura, pettinatura, filatura e tessitura su telaio. Antonia e la piccola Clara la aiutavano, tuttavia il lavoro più pesante lo eseguiva la madre.
Se avessimo denari alcune attività le potrebbero eseguire altri artigiani, rimuginò, ultimamente però il papà sta vendendo le stoffe semi-finite al mio promesso sposo, non le filiamo e tessiamo più.
Il pasto giunse al termine e si ritirarono quasi subito per la notte, tuttavia Elisa non dormì bene, troppo angosciata per l'indomani e il futuro.


All'alba il padre la svegliò e con lei i fratellini, i quali comprendendo la situazione si misero a piangere. Li accudiva da anni come una madre e loro l'amavano.
«Addio.» Elisa li salutò dimessa, abbracciandoli.
«Addio, Elisa» risposero in coro.
Prese la sacca e s'affrettò a seguire il padre. L'abitazione di mastro Cappelletti distava molte leghe dal suo villaggio natale, molto vicino al centro di Verona. I due dovevano attraversare i pericolosi boschi della valle Provinianensis, piena di briganti e disperati. Al tramonto finalmente giunsero nella grande casa del commerciante di lana ed Elisa si stupì della ricchezza esibita dal suo futuro marito. Il padre bussò all'uscio e con sua sorpresa aprì un giovane vestito rispettabilmente.
«Mio padre non è in casa, tornerà nei prossimi giorni. Il viaggio verso Soave si sta prolungando oltre l'usuale.»
Elisa lo squadrò, poteva avere sedici o diciassette anni e si stupì che il padre non l'avesse portato con sé. Sapeva che, data l'età, doveva avere dei figli grandi.
Ma perché desidera una moglie se ha già degli eredi?
«Lui sapeva del vostro arrivo e mi ha lasciato qui ad accogliervi.» Il ragazzo sbuffò, non molto felice di vederli.
«Non posso lasciare tua madre e i ragazzi soli a lungo, i berrovieri o i briganti potrebbero attaccarli» si congedò il padre.
«Non ti preoccupare, all'altare ti porterà Aliberto, mio fratello maggiore. Io sono Romualdo.»
Il figlio minore, snello e alto per la sua età, la introdusse nella dimora a due piani, illuminata da alcune candele e lanterne.
«Vieni, ti accompagno nella tua nuova camera, così potrai sistemarti.»
Nella stanza principale, adibita ai pasti, era collocato anche un grande telaio.
«Pensavo che mastro Cappelletti fosse un commerciante, non un tessitore» commentò lei stupita.
«Vuole allargare l'attività, ma Gelsomina non lo sa utilizzare bene.»
Vuole una tessitrice esperta, da non pagare. Ecco perché il babbo ha deciso di non recarsi più a Verona e di vendere a lui i nostri prodotti semi-finiti; non possiamo competere con lui.
Il ragazzo la sospinse avanti, snocciolando le funzioni delle varie stanze. «Al piano terreno ci sono la cucina, la dispensa del cibo e il magazzino della lana, mentre al primo piano le camere da letto, di mio padre, dei bambini con l'ancella, di mio fratello maggiore e mia. Questo spiega perché mastro Cappelletti non mi ha maritato con il figlio maggiore, tuttavia non capisco il motivo dell'esclusione di Romualdo. Il diciassettenne aprì una porta ed entrarono in una grande camera da letto. Per la prima volta Elisa vide un letto di legno, con materasso di lana e lenzuola.
«Pensavo che solo i nobili godessero di tali oggetti. »
Si fermò nel centro della stanza, meravigliata da tanta ricchezza.
«A mio padre piace il lusso.»
«Potrei avere dell'acqua per lavarmi il viso e i piedi? Sono in viaggio da questa mattina» domandò lei.
Il ragazzo arrossì. « Le mie buone maniere sono un po' arrugginite, te la porto subito. Domani ti farò conoscere Gelsomina, la sposa di mio fratello, Nina l'ancella e i bambini» asserì imbarazzato.
Romualdo uscì ed Elisa osservò meglio la stanza, notando un baule, dove poteva stipare le sue cose, e un'alta finestra, chiusa da infissi di legno. Cupamente poggiò a terra la sacca con il suo vestito e lo prese distendendolo sul letto.
«Mio padre te ne farà avere degli altri, Gelsomina è abbigliata sempre come una nobile dama.»
Romualdo era entrato senza bussare con il con il catino, tuttavia lei non ci fece caso, nella piccola abitazione dei suoi genitori Elisa dormiva nello stesso letto con fratelli e sorelle.
«Ti lascio riposare.»
Rimasta sola si tolse l'abito impolverato e lo sbatté, prima di appenderlo a un gancio. Si lavò mani, viso e piedi, poi, stanca dalla lunga giornata, s'infilò a letto.

Il canto del gallo e del rumore proveniente dall'esterno la svegliò, sbadigliò, infine si alzò di malavoglia e aprì gli infissi di legno lasciando entrare la luce dell'alba.
«Vedo che sei già alzata.»
Elisa, indossando solo la sottoveste leggera con la quale dormiva, si voltò a fronteggiarlo. «La prossima volta annunciati, potevo essere nuda!»
«Scusami» disse lui vergognoso.
«Va', scendo subito.»
Devo farmi rispettare, altrimenti per lui, il fratello e il padre non sarò che una serva.
In fretta s'infilò il vestito del giorno precedente e si diresse in cucina. Nella stanza diverse paia di occhi si girarono a fissarla. Elisa avanzò a disagio, osservando la famiglia riunita per la colazione. La moglie di Aliberto, una bella donna di circa vent'anni, abbigliata riccamente, la squadrò sprezzante. Quattro bambini piccoli, accuditi da un'ancella di mezz'età, rumoreggiavano nel locale, impedendo agli adulti di udire qualsiasi cosa. Tra un anno avrò il mio primo figlio, rabbrividì.
«Se i piccoli hanno terminato di mangiare, portali fuori, Nina.»
La nutrice li fece alzare e li condusse all'aperto.
«Sono Elisa la tessitrice, futura sposa di mastro Cappelletti.»
«Gelsomina, sposa di Aliberto Cappelletti» sorrise forzatamente questa.
La ventenne si era espressa con tono arrogante ed Elisa la trovò subito antipatica.
«Perché sei abbigliata così elegantemente?» Romualdo stava evidentemente cercando di sondare le intenzioni della moglie del fratello.
«Devo recarmi in città per fare spese, abbiamo terminato le spezie e il filo dorato per il ricamo.»
Sembra che voglia rabbonire il ragazzo. Forse non desidera che lasci la casa da sola.
«Non sei andata la settimana scorsa?»
«Infatti, l'ordine di spezie dall'Oriente sarà giunto in città e devo ritirarlo. Prenderò Brunello.»
Romualdo sbuffò contrariato, ciononostante la donna uscì. Rimasti soli i due giovani si guardarono in viso. Elisa notò particolari che le erano sfuggiti alla luce fioca del precedente tramonto. Il volto del giovane era pieno di lentiggini e queste gli davano un aspetto da simpatico monello. Elisa sorrise alla visione e le fossette delle guance si approfondirono.
«Mangia. Questa mattina abbiamo del lavoro da fare.»
Il giovane sparì e lei si sedette sulla stretta panca.
Quindi sono qui per produrre? La letizia le si spense in viso. Proprio non gli piaccio, forse mi trova troppo umile. Terminato il pasto uscì nella fresca mattina, la temperatura sarebbe rimasta accettabile solo per alcune ore. A mezzogiorno il caldo sole estivo li avrebbe costretti a rientrare nella frescura dell'abitazione. Romualdo scorgendola le venne incontro.
«Dobbiamo cardare, pettinare, filare, tessere, eliminare le impurità, battere i capi e tingerli prima dell'autunno.»
Elisa tremò. Mio padre mi ha venduta come serva, non come sposa. «Quanto materiale dobbiamo trattare?» chiese alla fine.
«Seguimi e capirai.»
Elisa lo seguì nel magazzino della lana.
«Tutto questo» Romualdo aveva aperto di scatto una porta. C'erano molte balle di lana.
Lei spalancò gli occhi stupita: «c'è il vello di cento pecore qui!»
«Puoi ben dirlo» commentò Romualdo.
«Non riusciremo mai a lavorarlo da soli prima dell'autunno. Ci servirebbero altre braccia esperte.»
«Affinché il guadagno sia buono, la trasformazione dev'essere fatta in casa.»
Elisa lo fissò sconfitta. Anche se non volessi, non ho molta scelta.
«Cosa conosci delle varie fasi?» lo interrogò.
«Non molto, usualmente seguo mio padre nella vendita» le confidò lui.
«Immagino siano già state smistate, lavate, battute e sgrassate con orina» sospirò. «Dov'è la cardatrice?» chiese infine
Romualdo l'adocchiò stupito senza rispondere. Forse si era aspettato della resistenza da parte mia.
«La macchina con le punte di metallo, nella quale la massa di fibre è mescolata e divisa in uno strato uniforme» specificò.
«L'ho posizionata sotto quella quercia, ci sarà fresco per molte ore sotto la sua ombra.»
« Allora prendi un po' di lana. Iniziamo.»
Lavorarono tutta la mattina, Elisa aveva eseguito quella procedura quasi tutta la vita, era veloce e sicura di sé.
«Andiamo a mangiare qualcosa, ho una fame terribile.» Il giovane le sorrise di buon umore interrompendola, notando quanto materiale era stato trattato.
«Te la senti di continuare da solo? Questo meriggio io potrei pensare alla pettinatura.»
«Non credo di avere problemi» rispose un po' incerto.
«Lavorerò vicino a te.»
Elisa aveva notato la sua esitazione e non voleva dover rifare da capo tutto il lavoro. Entrarono in cucina e si nutrirono con appetito. Dopo un'oretta ritornarono al lavoro. Sebbene la temperatura fosse molto elevata, all'ombra della quercia non si stava male.
Se solo potessi togliermi il vestito e restare con la veste da notte come facevo a casa, agognò lei asciugandosi la fronte dal sudore.
«Non hai caldo con quell'abito? Perché non lo togli?» suggerì Romualdo.
Il giovane si era levato la tunica, rimanendo a torso nudo.
«Ho solo la sottoveste leggera che hai visto stamattina, non sarebbe conveniente quale tua futura matrigna.»
«Qui non ci vede nessuno, Gelsomina resterà in città un giorno e mio padre è ancora in viaggio.»
Non posso resistere oltre, pensò lei sfilandosi la veste e poggiandola sopra un ramo. Romualdo non emise suono ed Elisa si stupì, sapeva di essere una bella ragazza e la sua indifferenza la ferì. La sottoveste infatti metteva in evidenza le curve del corpo, il seno prosperoso e il sedere ben modellato. Continuarono a lavorare fianco a fianco fino al tramonto. Infine stremati entrarono per cenare con i bimbi e l'ancella. Le voci dei piccoli sormontavano qualsiasi altro suono, impedendo ai commensali di parlare. Portarono pazienza per un'ora, infine il giovane sbottò.
«Nina, ti prego, portali a dormire.»
«Certamente, Romualdo.»
La serva sparì con i nipoti. Elisa, che non aveva aperto bocca tutto il meriggio, fu felice di quella soluzione.
«Domani potrò filare una parte del vello che ho pettinato oggi. Dov'è il fuso?»
«Vicino al telaio. Immagino che dovrò continuare a cardare.»
«Quando Gelsomina tornerà dalla città, ti potrà dare una mano» suggerì.
Romualdo sbuffò. «Non credo proprio, quella donna non sa far nulla se non ricamare.»
«Imparerà, anche tu non avevi mai cardato prima e oggi te la sei cavata bene.»
«Lei non si abbasserà a tanto, dovrà ordinarglielo il marito o mio padre.»
Elisa si meravigliò che una donna potesse comportarsi come desiderava, soprattutto in presenza di un membro maschio della famiglia. «Faremo noi, allora.»
Romualdo sbadigliò rumorosamente ed Elisa lo imitò.
«Ora sono stanco, andiamo a dormire, domani ci dovremo svegliare presto.»
Lei accettò con gioia, il caldo estivo l'aveva disturbata quel giorno.

Il giorno successivo l'attività continuò, insieme cardarono e pettinarono il vello di pecora. Nel primo meriggio Gelsomina rientrò e trovò Elisa intenta a filare, la aiutò, tuttavia la donna viziata dal marito si stancò presto e la lasciò per iniziare un nuovo ricamo.
«A Verona ho acquistato del lino proveniente dalla Terra Santa, ne farò abiti e tuniche per me e Aliberto. Li ricamerò con il filo dorato, saremo molto eleganti a messa la prossima settimana.»
Elisa si stupì che la nuova famiglia fosse così ricca da potersi permettere del lino egizio, usualmente importato per i nobili.
«In ogni caso dov'è Romualdo?»
«Fuori a cardare e pettinare il vello.»
La ventenne alzò un curato sopracciglio e la fissò interdetta. «Devi averlo stregato, da quando abito in questa casa non l'ho mai visto interessarsi a nulla.»
«Carda e pettina da due giorni e non è male. Potresti provarci anche tu» ipotizzò lei.
«Cosa? Non ci penso proprio! Mi verrebbe un mal di schiena tremendo» asserì congedandosi.

Ai vespri Romualdo rientrò, stanco, sudato e sporco. Il giovane l'attraeva molto, ciononostante questi non stava dimostrando alcun interesse personale nei suoi confronti. Il padre gli aveva affibbiato un compito e lui non aveva scelta se non eseguirlo. Io sono la sua futura matrigna, dovrei ricordarmi di questo e pentirmi dei miei pensieri peccaminosi, arrossì. Il giovane parve non notare il suo turbamento e l'avvicinò asciugandosi la fronte.
«Ho cardato alcune braccia di vello» commentò.
Provò pena per lui. «Domani mattina ti aiuterò ancora e nel meriggio potrei iniziare a tessere quello che ho filato oggi.»
Attorcigliati sul fuso c'erano molti fili di lana, di un colore beige, tipico del vello grezzo.
«Romualdo, vai a lavarti al pozzo, hai un odore tremendo di pecora!» Gelsomina era apparsa per mangiare, seguita dai suoi bimbi e dall'ancella.
Il ragazzo sbuffò contrariato e uscì ancora. Elisa era abitata a quell'odore, i suoi genitori si lavavano raramente. Quando il giovane rientrò, lei si recò a sua volta al pozzo e si deterse le parti scoperte. In un'ora i bambini mangiarono e la serva li portò a dormire.
«Stanno diventando sempre più rumorosi e indisciplinati. Potrei insegnare a Bruno come si carda, ormai ha otto anni. Deve contribuire all'attività, non è figlio di un nobile signore» criticò Romualdo.
Gelsomina spalancò gli occhi verdi e lo fissò sconvolta, come se il giovane le avesse proposto di vendere il bimbo al primo offerente. «Ne discuterò con tuo padre e Aliberto, per ora non se ne parla.»
Gelsomina si alzò irritata e si ritirò per la notte.
«Non ti aiuterà a tessere o filare e tratta i suoi figli come se fossero di regale discendenza. Dovrebbero aiutarci invece, almeno Caterina e Bruno.»
«Proverò a coinvolgere la piccola. Io alla sua età già aiutavo mia madre con il telaio, lei potrebbe agevolarmi con il fuso.»
Elisa sbadigliò e Romualdo si stiracchiò la schiena sulla panca.
«Sembriamo due vecchietti» scherzò lui
«Vero» bisbigliò lei.
La stanza era illuminata solo da due candele e dalle braci del camino. La cuoca si era già ritirata per la notte e i due giovani si guardarono per la prima volta negli occhi. Se il futuro marito li avesse sorpresi a fissarsi in quel modo, le conseguenze sarebbero state tremende per lei e Romualdo.
«Meglio andare a dormire» suggerì infine il ragazzo.
Mi sembra così depresso, perché il padre non lo fidanza con una bella ragazza? s'interrogò lei per l'ennesima volta.

Trascorse una notte agitata, girandosi molte volte nel letto. Infine, prima del canto del gallo, si alzò e andò alla finestra aprendo le persiane.
La nuova famiglia ancora riposava ed Elisa scese silenziosamente le scale. In cucina il fuoco era già acceso e accanto ad esso sedeva Romualdo. Rimase a fissare la sua schiena per un po', alla fine si riscosse, palesò la sua presenza e il giovane si girò. Elisa quella mattina non aveva indossato il vestito di lana, il caldo di agosto l'aveva costretta a rimanere nella leggera sottoveste da notte. In ogni caso Gelsomina indossa il trasparente lino egizio, pensò lei giustificandosi. Romualdo si alzò senza una parola e continuando a guardarla, la prese tra le braccia e la baciò. Elisa ricambiò con trasporto, dopo una mezz'ora, udendo un rumore si staccarono, entrambi coscienti del grosso rischio che correvano. Se la cuoca e la ventenne li avessero sorpresi, la loro fine sarebbe stata inevitabile. Non desidero maritare il vecchio mastro Cappelletti, rimuginò lei osservando Romualdo, ma non posso tradire la sua fiducia. La serva arrivò e preparò il primo pasto della giornata. Ogni tanto i due si sbirciavano, continuando a masticare, terminarono velocemente e uscirono nel caldo mattino estivo.
«Quello che è accaduto prima non si dovrà ripetere. Io diventerò la tua matrigna.»
«Lo so, mi comporterò meglio. Mio padre ci ucciderebbe, se sospettasse.» Il ragazzo abbassò lo sguardo e lei si sentì colpevole per averlo assecondato.
Avevano prelevato altro vello da cardare e pettinare posizionandolo sotto la quercia.
«Perché tuo padre non ti accasa? Sei un bel e sano giovane» lo interrogò.
La tentazione di baciarlo ancora sarebbe stata troppo forte, se Romualdo fosse rimasto libero.
«Per motivi economici, ci sono già tante bocche in questa casa.»
Elisa si stupì della confidenza del giovane. «Non mi sembrate una famiglia bisognosa. Gelsomina ha appena acquistato diverse braccia di costosissimo tessuto egizio!»
«Forse tra qualche anno, quando questa attività darà i suoi frutti. Così mi ha assicurato mio padre.»
Elisa si sentì morire, Romualdo non si sarebbe maritato ancora per molto tempo. «Dovremo solo cercare di non restare soli e alzare lo sguardo l'uno sull'altro.»
«Ce la faremo, vedrai Elisa.»
All'ora nona lo lasciò e rimanendo in casa si posizionò accanto al telaio. La tessitura, con i suoi movimenti ritmici, la distraeva sempre dai suoi problemi. Come può una donna non sapere utilizzarlo? s'interrogò lei, Gelsomina è solo pigra e viziata dal marito, immaginò giustamente la ragazza. La ventenne, dopo pranzo, si era ritirata in camera sua a ricamare ed Elisa non la vedeva da diverse ore.
Caterina, la bimba di sei anni rientrò sudata, aveva fame, ma la cuoca non c'era. In ogni caso nulla era ancora stato predisposto per la cena.
«Cosa stai facendo?» domandò la piccola.
«Sto tessendo.»
«Ti posso aiutare?»
Elisa sorrise e afferrando il fuso con un po' di vello pettinato, le spiegò dettagliatamente cosa fare. La bimba si mise all'opera, dapprima Elisa la osservò per correggerla, infine notando che se la stava cavando ritornò al telaio. Per distrarla le raccontò una storia, a lei piaceva narrarle alle sorelle minori durante i diversi compiti. Nel tardo meriggio la nutrice rientrò con i bimbi più piccoli e Bruno.
«Ho suggerito io a Caterina di aiutarvi. È una bimba dolce e simpatica» sorrise con nervosismo la vecchia serva.
«Grazie, non riferirò nulla a Gelsomina. Non preoccuparti.»
La cuoca li chiamò per il pasto servale e anche Romualdo e Gelsomina vennero a mangiare. Come concordato, lei rivolse poche volte la parola al diciassettenne. Per fortuna non venne allo scoperto l'attività pomeridiana della seconda figlia di Aliberto. La madre era troppo intenta a esporre cosa aveva ricamato, per interessarsi alle chiacchiere dei suoi figli. Quando finalmente i piccoli, l'ancella e la capricciosa genitrice furono andati a dormire, il giovane s'arrischiò a guardarla negli occhi.
«Caterina mi ha aiutata a filare oggi, così ho potuto tessere più vello. Lo vuoi vedere?»
«Ne sarei curioso.»
Gli mostrò le pezze di tessuto liscio e regolare, Romualdo le afferrò e accarezzò. « Morbide come la tua pelle» sussurrò.
«Romualdo, ti prego...»
La baciò ancora e lei non si oppose. Gli occhi turchesi del ragazzo scintillarono nella penombra della stanza, mentre la stringeva. Infine i due rinsavirono e si separarono.
«Va' a dormire, io rimarrò alzata ancora un po' a filare.»
Elisa era chiaramente turbata e Romualdo arrossì abbassando lo sguardo.

«Non volevo farti vergognare di fronte a mio padre.»
I due ragazzi lavorarono ancora diversi giorni fianco a fianco, sorridendosi ogni tanto e facendo attenzione agli sguardi dell'ancella e Gelsomina. Trascorse così una settimana ed Elisa riuscì a tessere una discreta quantità di morbido vello beige. Infine mastro Cappelletti ritornò con il figlio maggiore. Il viaggio era stato lungo e problematico, così l'uomo non si dilungò molto con la famiglia.
«Sono Elisa, la tessitrice» si presentò torcendosi le mani.
«Io sono il tuo futuro sposo, mastro Guglielmo Cappelletti e lui è Aliberto, mio figlio maggiore.»
Osservò il futuro marito e lo trovò più vecchio dell'aspettato.
Potrebbe avere cinquant'anni, è più anziano di mio padre, rimuginò lei notando la calvizie e pinguedine del commerciante di lana.
«Padre, Elisa ed io abbiamo preparato un po' di vello» disse Romualdo cercando di spezzare la tensione.
Il vecchio s'avvicinò alle pezze tessute e le accarezzò.
«Andrebbero ancora bollite con orina per eliminare le impurità, battute per infeltrirle e tinte.» Elisa conosceva bene le fasi, anche se con la famiglia si occupa spesso solo delle prime : tosatura, smistatura, lavaggio in acqua, battitura per eliminare le prime impurità.
«Ce la farete prima dell'autunno? Aliberto e io le potremmo vendere alla prossima fiera.»
«Non so, padre, forse una parte. Il lavoro è tantissimo e siamo solo in due» rispose dubbioso Romualdo.
«Ora che siamo tornati, Aliberto e Gelsomina vi potranno aiutare.»
Gelsomina sbuffò contrariata, evidentemente filare o tessere non le piaceva, tuttavia non poteva opporsi apertamente al volere del capo famiglia. All'improvviso il vecchio uomo si appoggiò al telaio tossendo convulsamente.
«Padre, non ti senti bene?» domandò Aliberto preoccupato.
L'uomo era impallidito e barcollò leggermente quando si staccò dalla macchina. «Sono solo stremato e ho preso freddo durante il viaggio. Dove ti ha sistemata per la notte Romualdo?»
«Nella nostra futura camera» rispose lei con timidezza.
«Non siamo fidanzati o maritati, non sarebbe conveniente per il tuo buon nome. Da oggi in poi riposerai nella camera di Romualdo. Lui può trasferirsi nel magazzino della lana.»
Il giovane non si sognò di protestare, anche se nel piccolo magazzino l'odore di pecora era tremendo, per non parlare del caldo.
Probabilmente sarà solo per poco tempo, immaginò Elisa.
La mattina successiva il futuro consorte non si alzò dal letto. L'uomo respirava con fatica: aveva occhi infiammati e la febbre alta. Nel meriggio il figlio maggiore, sempre più angustiato, andò in città a cercare un cerusico.
«Potrebbe avere il vaiolo o il tifo» commentò Romualdo.
«Magari è solo anziano e sfinito» replicò Elisa mentre tesseva.
La cuoca si era ritirata da qualche minuto, dopo aver preparato la cena, l'ancella era sparita con i piccoli di casa mentre Caterina era accanto a lei a filare, divertendosi con il fratello maggiore. Gelsomina non si sentiva molto bene quel giorno e il marito, sospettando un'altra gravidanza, le aveva suggerito di riposare. Lei sospettava però che fosse tutta una finta per evitare di filare e di tessere.
«Il nonno starà bene?»indagò Bruno d'un tratto.
I due adolescenti si girarono a fissarlo, non era un bimbo sciocco, tutt'altro.
«È ora per voi due di andare a dormire» s'intromise Romualdo salvandola.
«Grazie per l'aiuto bambini, se non ci foste voi...»
I bimbi sorrisero, soddisfatti di essere stati apprezzati.
Sono deliziosi e hanno molta voglia di rendersi utili, proprio non comprendo la loro madre, rimuginò lei mentre si allontanavano.
«Aliberto non è ancora tornato dalla città, pensi sia normale?» domandò a Romualdo leggermente preoccupata.
«Potrebbe essere incappato in qualche guaio, meglio che resti a dormire qui stanotte. Mi sistemerò accanto alla finestra, così lo sentirò arrivare con il cerusico.»
Elisa continuò a tessere mentre Romualdo provava a filare ma le sue grandi mani non erano adatte allo scopo.
Lei sorrise divertita vedendolo in difficoltà. «Romualdo, smetti e riposati.»
In quel mentre Nina allarmata scese al piano inferiore. «Sono passata da mastro Guglielmo per vedere come stava e l'ho trovato peggiorato. Sta vomitando, tossendo sangue e ha molta sete. Dov'è il cerusico?»
Romualdo la fissò angustiato. «Non è ancora giunto dalla città e non credo si presenterà per stasera. Non è sicuro viaggiare nel bosco, soprattutto di notte.»
«In questo caso venite ad aiutarmi.»
Elisa uscì a prendere dell'acqua mentre il giovane saliva le scale con la donna. Quando lei entrò nella camera da letto del futuro sposo si spaventò. Le lenzuola erano macchiate di sangue e il malato giaceva immobile con gli occhi chiusi respirando a fatica.
«Ho portato dell'acqua, dovremmo farlo bere e posare una pezzuola bagnata sulla fronte per far abbassare la febbre» suggerì.
Elisa si avvicinò con coraggio al corpo del vecchio commerciante e notò una protuberanza sul collo. Non si sbigottì, non conosceva nessuna infermità con quel marchio. L'anziano promesso si riscosse, lo sguardo era molto infiammato.
«Uscite e non rientrate, vi ammalerete anche voi se mi curerete» mormorò.
«Padre!» Romualdo si scandalizzò.
«Figliolo, sto morendo. Non c'è nulla che possiate fare.»
«Io resterò accanto a lui. Voi due giovani andate di sotto» suggerì Nina.
In quel momento Elisa comprese che uno speciale legame univa i due adulti.
Sono amanti! Un ricco commerciante non può maritare una serva non più in età da procreare, s'illuminò lei interrogandosi se il figlio più giovane lo sapesse.
«Torniamo in cucina, attenderemo Aliberto insieme» disse Romualdo con evidente vergogna.
Si sedettero vicino al camino acceso, il calare del sole portava sempre un abbassamento della temperatura interna. In quella stagione si stava meglio sotto le stelle. Pregarono, piansero e si confidarono man a mano che avanzava la notte. Infine al sorgere del sole Elisa mosse il braccio destro, disturbata da un raggio che entrava dalla finestra. Aveva dimenticato di chiuderla con l'infisso. Alzò il capo e si stupì di essere tra le braccia di Romualdo. Lei e il giovane giacevano sul nudo pavimento avvolti nel mantello di lui.
Mio Dio, so che è peccato pensare a lui in codesto modo, ma anche lui prova attrazione per me. Se solo non fossi promessa al padre, sospirò mentre si stringeva a Romualdo.
Una mezz'ora più tardi, riaprendo gli occhi, scoprì che quelli turchesi di lui la stavano fissando rapiti.
Elisa ricambiò lo sguardo. «Celestina, la cuoca, Gelsomina e Nina non sono ancora sveglie.»
« È ancora presto, c'è un gran silenzio» commentò lui avvicinando il viso al suo.
Romualdo la baciò ancora, questa volta con più ardore. Elisa gli sollevò la tunica, infilandovi sotto una mano per accarezzargli il torace. All'improvviso, udendo un rumore di cavalli all'esterno, si staccarono sentendosi in colpa.
«Aprite! Sono Aliberto con il cerusico.»
Si rassettarono in fretta gli abiti e Romualdo aprì.
«Buongiorno a voi!» esclamò il cerusico entrando.
«Buongiorno, mio padre è peggiorato in poche ore. Nina, l'ancella, ha deciso di restare con lui stanotte» borbottò Romualdo.
Elisa nel frattempo si era avvicinata al camino, accendendolo per la colazione in attesa della cuoca.
«Ho una sete tremenda, Celestina non è ancora arrivata?» interrogò Aliberto.
«No, e lo trovo un po' strano. Vado a vedere cosa la trattiene.» Romualdo replicò mentre lei accompagnava il cerusico dall'infermo.
Un'ora più tardi Romualdo rientrò e nella corte s'imbatté in lei diretta al pozzo. «Celestina sta molto male e anche molti abitanti di Parona sono nelle stesse condizioni. Penso sia scoppiata un' epidemia di tifo.»
«Anche Gelsomina, Bruno, i piccoli di casa e tuo fratello stanno male.»
«Cos'ha affermato il cerusico?»
«Ha parlato di una grave pestilentia. Non c'è cura, si è fatto pagare ed è sparito non appena notato i bubboni di tuo padre.»
I due rientrarono in casa e si recarono subito nella camera di mastro Guglielmo Cappelletti. Il vecchio commerciante non si muoveva, giaceva pallido sul letto macchiato di sangue e pareva entrato in una sorta di stato d'incoscienza. Romualdo gli si avvicinò e mise una piuma sotto le narici.
«È morto, credo.» La voce di Romualdo tremò ed Elisa scoppiò in pianto, più per la punizione divina che si era abbattuta su tutti loro che per il dolore.
«Non possiamo portarlo a Parona per la sepoltura, il parroco è morto stanotte» aggiunse Romualdo.
«Andiamo a vedere come stanno Aliberto e Gelsomina» propose lei.
Era molto preoccupata per le sorti della sua nuova famiglia. «Se Bruno e i piccoli sono ammorbati, sarebbe meglio spostarli con i genitori. Non possono dormire con Caterina e Nina.»
lei e l'ancella esaminarono con attenzione il corpo del bambino e dei piccoli. Purtroppo notarono dei bubboni sul collo e sotto le ascelle. Li avvolsero nei loro teli da notte e Romualdo li trasportò con i genitori.
«Bruno guarirà?» piagnucolò Caterina.
Elisa non rispose, non sapendo come comunicare alla bimba che la sua famiglia presto sarebbe stata decimata. Romualdo e l'ancella uscirono dalla camera con espressioni tristi e rassegnate e Caterina scoppiò in un pianto. Elisa, invece, uscì all'aria aperta, desiderosa di tranquillità e di un posto isolato per pregare.
Perché Dio ci hai inviato questa piaga? continuava a ripersi.
Nel meriggio Romualdo venne a cercarla e la trovò concentrata in invocazioni di perdono.
«Dovrei ritornare dai miei parenti...» ipotizzò lei depressa.
Il futuro sposo era morto senza impegnarla in fidanzamento. Secondo le consuetudini posso ritornare dai miei genitori, pensò.
«No, ti prego, resta con noi. Quando la pestilentia finirà e se saremo ancora vivi, ti riaccompagnerò io stesso.»
Romualdo mi piace e mio padre mi mariterebbe con qualche altro scampato. Non desidero lasciarlo, anche se non pare intenzionato a sposarmi, pensò lei fissandolo.
«Per ora resterò. Ora rientriamo, dobbiamo seppellire tuo padre.»
«Anche Bruno, i bimbi, Aliberto e Gelsomina» gli comunicò lui abbattuto e disperato. «Nel meriggio, dopo la loro morte, mentre eri assorta in preghiera, sono ritornato a Parona per scoprire se hanno trovato una cura per tutto questo.»
Elisa pendeva dalle sue labbra.
«Solo la preghiera guarirà questo peccato e stanno anche bruciando delle erbe aromatiche. In paese i corpi sono ammonticchiati per le strade, i non appestati scaveranno delle fosse comuni... così mi ha raccontato uno degli artigiani.»
«Come stanno Caterina e Nina?»
«Non si sono ammalate, come sta accadendo a noi» specificò lui.
«Perché?» Elisa arrossì pensando al suo peccato.
«Le vie del Signore sono imperscrutabili» citò Romualdo da bravo cristiano.
Quella sera trasportarono con fatica i cadaveri al piano terreno e li avvolsero in teli per evitare che la bimba vedesse i genitori morti. Elisa provò molta pena per la piccola.
In pochi giorni ha perduto tutti, a parte un giovanissimo zio e l'ancella, rimuginò.
Nel bosco, terra non consacrata, Romualdo scavò una profonda fossa.
Elisa lo osservò sprofondata in cupi pensieri. Infine si riscosse. «Ci possiamo dividere l'amaro compito.»
«Quelle per Gelsomina, Bruno e i piccoli le puoi fare tu.» Disse.
La ragazza sobbalzò, comprendendo che il ragazzo considerava meno importanti la moglie del fratello maggiore, il nipote di otto anni e i neonati
Non contribuivano alla ricchezza della famiglia, erano solo dei costi per mastro Cappelletti, non poté evitare di pensare lei.
La sera calò e i tre posarono i cadaveri nelle buche. Caterina pianse tutto il tempo distrutta, stringendosi alla serva che si era comportava come una madre sino a quel momento.
I giorni trascorsero lenti, i due adolescenti, la bambina e l'anziana non si ammalarono. Romualdo quasi ogni meriggio si recava nel villaggio per sondare la situazione.
«Non ci sono nuovi casi in paese. La peste si è fermata. Un commerciante di Verona sostiene che abbia uccido un quarto dei cittadini.»
Elisa inorridì. Forse dovrei andare a casa, qualcuno della mia famiglia potrebbe essere sopravvissuto, soppesò.
«Cosa faremo ora?»
Romualdo la guardò, gli occhi turchesi del ragazzo luccicarono. «Prenderemo in mano il commercio di mio padre, anche la produzione di pezze di lana, prima a Verona poi nel resto della provincia.»
«Siamo solo in due!» esclamò Elisa.
«Caterina e Nina ci aiuteranno.»
Forse non ci andrà male, sono spirati in molti e i nobili potrebbero necessitare i nostri articoli, pensò lei con cinismo seguendolo in casa. Inoltre mi trova attraente e ben presto troverà il coraggio per chiedermi in moglie, sperò.



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