domenica 14 dicembre 2014

Racconti: Nera Fiaba d'Autunno - Alex Goetling

Siamo all'ultimo racconto per questa settimana!
Ci caliamo nel fantasy assoluto, nelle storie e nelle leggende con

Nera fiaba d'autunno
di Alex Goetling



“In un tempo lontano, in un mondo che fu, esisteva un luogo molto, molto malvagio...”
Il racconto fu interrotto da uno sbuffo annoiato di protesta.
“Uffa, mamma! Non sempre la solita favola di Eutopia...quella ormai la so a memoria...”
Yvonne sorrise davanti alla smorfia impertinente della piccola Lysbeth. Una monella di quasi sette
anni, con grandi occhi intelligenti ed un viso sbarazzino, contornato da una nube tempestosa di
riccioli ribelli. Castani come i suoi, capaci di assumere sfumature dorate sotto il sole estivo. Ora,
però, era notte e fuori soffiava il vento dell'autunno. Foglie secche frusciavano contro il legno delle
imposte. Nuvole si rincorrevano rapide nel cielo, sotto lo sguardo attento d'una luna fredda.
Era un tempo da spiriti e fantasmi. Da streghe e pipistrelli. Un tempo da storie oscure della
buonanotte.
“Sbagliato, furbettina! Questa volta si tratta di una fiaba tutta diversa...”
“Nuova?!”
“Nuovissima. Mai sentita” - confermò la donna con assoluta serietà, portando perfino la mano
destra al cuore, quasi stesse pronunciando un giuramento.
La bambina si cinse le ginocchia magre, formando un gomitolo irrequieto contro il cuscino.
“Fa paura?”
“Solo un pochino” - la tranquillizzò la madre, rassettando le coperte – “Vuoi sentirla?”
Lysbeth annuì.
“Il paese malvagio come si chiamava?”
“Non era un paese, ma un valico. Il luogo malvagio era il Valico di Andh e tutti ne avevano
terrore...”


“Garth, io ho un po’ paura...”
La bambina strinse forte il braccio del fratello. Il cuore le batteva tanto da sentirsi attraverso il
cotone grezzo della veste ed il panno del corpetto. Il ragazzo la tenne vicina, carezzandole i capelli
scuri. Lui era grande, presto avrebbe fatto dieci anni e già da tempo aiutava il padre nell’orto e con
le bestie. Era il maggiore e la piccola Hannette affidata a lui, in quel breve viaggio fino ad Andh.
Dovevano solo andare da Esther l’erborista, andare e tornare indietro, col miele, il sale ed i
preparati che servivano alla mamma. Avanti e indietro in giornata, attraverso il bosco, fermandosi
per pranzo e camminando senza fretta. Facile e sicuro. Poi lui si era messo a far lo scemo, s’era
distratto e aveva preso il ramo sbagliato del sentiero. Accorgendosi tardi dell’errore, troppo tardi per
cambiare direzione...
“Stai tranquilla, non è niente...” - sussurrò all’orecchio della sorellina – “Dammi la mano, siamo
quasi in cima”
Lei ubbidì. Il palmo era tiepido e bagnato. Garth si voltò a fissarla ed Hannette ricambiò con grandi
occhi liquidi. Era pallida ed insieme sudata per lo sforzo. Le labbra le tremavano ad ogni respiro.
“Ce la fai?”
La sorella annuì, nonostante si vedesse bene quanto fosse sfinita. A sei anni, non era abituata a
camminare tanto e su terreni tanto impervi. Garth forzò un sorriso per provare a rincuorarla.
“Dai, che poi in discesa ti prendo in groppa...”
Una promessa ardua da mantenere, che però sembrò rasserenarla. Il ragazzo inspirò a fatica. Era
alto e robusto per la sua età, con muscoli allenati dal lavoro quotidiano alla fattoria: ma era stato un
lungo giorno anche per lui e zaino e tascapane gli segavano le spalle. Aveva le gambe molli ed il
fiato corto: tagliati un po’ dalla fatica, il resto dal terrore di quel luogo.
Garth si guardò attorno e faticò a trattenere un brivido. Dentro di sé si maledisse. Solo un imbranato
o un deficiente avrebbe imboccato spensierato il Valico. E lui si rese conto d’esser stato entrambi.
Il sentiero saliva a stretti tornanti, seguendo il fianco scosceso della collina. A destra, il pendio
s’alzava brusco, un muro compatto che finiva con la sella appena sotto la cima. A sinistra, il terreno
scendeva a precipizio, formando un piano quasi verticale fino alla valle sottostante. Duecento,
trecento passi, forse più. Invisibile. Perché, da un lato all’altro, gli alberi coprivano ogni cosa. Fusti
maestosi, neri e scarlatti nel tramonto, le chiome alte, intrecciate a formare ombrelli scuri sopra il
suolo. Radici scavavano profonde nella terra, formando buche ed anfratti dove s’accumulavano
strati imperturbabili di foglie.
Foglie. Ramoscelli. Guano. Strisce d'urina, cumuli di sterco. E teschi ben disposti di piccoli animali.
Corvi, scoiattoli, topi, lepri, volpi e tassi. Penne nere li ornavano ed altre pendevano dai rami,
insieme a lunghe trame d'ossicini ticchettanti. Qualcuno li aveva messi là a monito e Garth sapeva
bene chi.
Mor’agh. La crudele Megera del Valico di Andh.

“Allora, com’era questa strega?” – chiese a voce alta Lysbeth, stringendo con foga le coperte.
“Brutta. Cattivissima. Tremenda” – spiegò subito la madre, mostrando le unghie e mimando
l'espressione d'una fiera pronta al balzo.
“Peggiore perfino di G'hadara?” – proseguì la figlioletta, per nulla impressionata.
Yvonne rise di gusto.
“No, peggiore no. Altrimenti la storia sarebbe troppo paurosa...” – ammise, con una strizzatina
d’occhi.
La bimba apparve quasi delusa, ma si riprese in fretta.
“Dai, dai, continua!”
“Allora...Mor’agh era davvero orrenda. Grassa, sporca e puzzolente. Girava mezza nuda, coperta
di stracci e avvolta da uno sciame di cimici e mosconi. La pelle formava pieghe spesse, dove l’unto
fermentava come il mosto nel tino, formando bolle e pustole schifose. Quando camminava, lasciava
cadere liquami ad ogni passo. Una scia malefica, che sfamava vermi e funghi velenosi. Mor’agh
aveva occhi piccoli ed una vista pessima: ma l’udito era finissimo e nessuno entrava nel suo bosco
senza esser subito trovato. A quel punto, per l’incauto non c’era più speranza: sarebbe stato preso,
bollito e divorato. Perché lei era maestra di magia, regina di pozioni e comandava un demone
terribile...”
Le labbra della bimba s’aprirono in una smorfia incredula.
“Un demone? Un vero demone?”
“Un famiglio” – confermò la madre, abbassando la voce ad un sussurro complice – “Un essere
nero, peloso e ferocissimo, con artigli come i ganci di Septh, il macellaio. Aveva occhi di brace ed
un fiuto micidiale. Il suo nome era Bhalor e la megera lo usava per andare a caccia”
Una pausa, sapiente e calcolata.
“A caccia di persone...”

In cima. Erano arrivati in cima. Finalmente.
Il sentiero s’allargava in un pianoro, stretto tra la vegetazione e soffocato dalle foglie morte.
L’immondizia lo riempiva in ogni angolo. Resti arrugginiti di pentole e padelle. Frammenti di
coccio. Brandelli di lino, cuoio e canapa, insieme a cinghie, fibbie e funi sbrindellate. Spuntavano
ovunque tra noccioli e pruni, come le spoglie d’un accampamento saccheggiato. I mucchi
d’escrementi e il puzzo ricordavano invece una latrina. Le ossa appese agli alberi, un orrendo
mattatoio. Tra le molte, Garth scorse anche un teschio umano. Uno solo, ma più che sufficiente.
Non voleva fermarsi lì un attimo di più.
Inspirò e quindi emise un lungo fiato. Oltre la cresta iniziava la discesa ed ogni passo li avrebbe
portati più lontani da quel luogo maledetto. A casa. In salvo. Al pensiero, il ragazzo si sentì
abbastanza forte da correre giù per la collina sulle mani.
“Dai pulce, salta su” – disse a mezza voce, togliendo lo zaino e chinandosi verso Hannette, perché
gli saltasse in spalla.
Hannette, però, rimase immobile. Hannette stava tremando. Pallidissima, fissava spiritata un punto
ben preciso, dritto di fronte a sé. Un artiglio gelido sembrò strappar via il cuore del ragazzo. Il
panico montò, urlando a squarciagola alla sua mente, implorando di non muoversi, di non voltare il
capo. Lui, però, doveva farlo. Per sapere. Per scacciare l’orrore che lo paralizzava e quello, ancor
più insopportabile, impresso nello sguardo della sorellina.
Fu così che vide gli occhi. Fosforescenti e freddi. Immobili e malvagi. Aperti tra i rami intrecciati
d’un cespuglio come finestre spettrali sull’Abisso. Garth si sentì morire. Balhor. Quello era il
demone Balhor!
Subito dopo, un’ombra enorme cancellò ogni luce. Un’ombra grassa, sozza e puzzolente. L’ombra
mostruosa della megera Mor’agh, venuta per ghermire, bollire e divorare...

“Alla fine li mangiò?” – chiese Lysbeth, portandosi una mano sulle labbra.
Subito dopo fece un gran sbadiglio.
“Certo. Li cucinò per bene nel suo calderone e fu un banchetto sopraffino. Quando ebbe finito, la
megera appese le ossa tutt’attorno, perché amava sentirle ticchettare nella brezza. Le piaceva quel
rumore e il timore che metteva dentro i cuori. Un terrore che paralizzava gli arti e gelava l’anima,
conducendo le vittime come agnelli fino alle sue lame”
Yvonne annuì pian piano.
“Era furba, Mor'agh. Furba, perfida e piena di malizia, più di ogni altra creatura del Creato...”

“Hi hi hi! Ha ha ha! Hai visto Balhor come correvano?! Ha ha ha! Hi hi hi! Leprotto e leprottina,
correte giù dalla collina!”
La vecchia aveva l’aspetto di una pazza. Rideva piegata in due, tenendo stretti i fianchi, temendo
forse si strappassero. Il ventre le vibrava, rimbombando forte, percosso come una grancassa dai
grossi seni flaccidi. Le pieghe sotto al mento schioccavano con orribili risucchi. Il suono colloso di
scarponi intrappolati senza scampo nella melma.
“Leprotto e leprottina! Giù dalla collina! Dalla collina giù...e non ci siete più!”
Il riso si trasformò via via in un singulto pigolante, in un mormorio sconnesso, mentre Mor’agh
ciondolava qua e là per il pianoro, raccogliendo il frutto delle sue fatiche. Lo zaino ed il tascapane
del ragazzo, gettati prima di afferrare la sorella e gettarsi a rotta di collo lungo la via appena
percorsa. La tracolla si era aperta nella caduta, spargendo parte del contenuto sul sentiero.
“Cosa abbiamo qua?! Cosa abbiamo là?!” – canticchiò la vecchia, afferrando involti e slegando
lacci con dita tremanti d’emozione.
“Erbacce?! Puah!! Buone per lumache e funghi!” – esclamò con un gesto di disprezzo, gettando
all’aria i sacchetti con le erbe da decotto.
“Mmmm...e questo? Che cos’è mai questo, amoruccio mio?” – proseguì, strappando con voracità un
pesante involucro di stoffa.
Infilò una manaccia dentro, rimestò e ne estrasse un pugno di cristalli trasparenti. Dubbiosa,
Mor’agh ne fece un sol boccone.
“Mmmm...ahhhh...buono...buono...ahhhhhhhhhhh!! Brucia! Brucia! Brucia!” – sobbalzò subito
dopo, sputacchiando sale a grani grossi.
L’esperienza non sembrò troppo turbarla e fece sparire il pacco in una delle innumerevoli saccocce
degli scialli e dei grembiuli che usava come abito. Quindi aprì lo zaino ed il suo sguardo s’illuminò.
“Oh! Sì, sì! Bello, bello!!” – strillò, rialzandosi con sorprendente agilità.
Batté le mani, applaudì, fece una piroetta, accennando due o tre passi di danza.
“Miele, Balhor! Miele, tesoro mio! Miele bello, miele dolce, miele bello, dolce e profumato!!”
La vecchia adorava quel fluido alla follia. Lo adorava e lo cercava avidamente, solo non poteva mai
mangiarlo: aveva troppa paura delle fate, quelle odiose creaturine gialle e nere che ronzavano
sempre attorno ai favi, ostinandosi a proteggerli con pugnali avvelenati. Per questo ora ballava, per
questo ciabattava allegra tra i rifiuti della cima: aveva trovato un tesoro. Un magnifico, splendido
tesoro!
Balhor, al contrario, non sembrava altrettanto interessato. Il grosso gatto nero uscì con noncuranza
dal cespuglio. Fatti tre passi si fermò, iniziando a lisciarsi il pelo. Folto e lucido, senza interruzioni,
sembrava fatto di tenebra e velluto. Gli occhi, invece, erano smeraldi, enormi gemme degne del
bottino d'un brigante. Guardavano Mor’agh, tra una leccata e l'altra, giudicandola con aria annoiata,
quasi riprovevole.
Con calma e metodo, Balhor si pulì l'intera zampa sinistra, quindi passò al petto. Poi, d’improvviso,
si fermò. Drizzò le orecchie, trafiggendo le ombre del sentiero. Anche la padrona si volse nella
stessa direzione, quella opposta ad Andh.
“Oh oh oh! Cucciolo mio?! Oh oh oh! Hai sentito, che fortuna?! Stranieri, amore mio! Altri stranieri
caduti sulla nostra piota!!” - ridacchiò la donna, carezzando l'orcio del miele come fosse una sfera
di veggenza.
Tutti consideravano Mor’agh una fattucchiera ed infatti conosceva un incantesimo. Uno soltanto. La
piota dello smarrimento. Si trattava di una zolla erbosa, stregata con urina e parole di potere, capace
di far perdere senno e direzione a chiunque tanto sfortunato da pestarla. La donna ne piazzava
alcune alle estremità del Valico, per poi marcare la salita con un intingolo di piscio ed escrementi.
Una pista nauseabonda, che serviva ad attirare le vittime sempre più in su, fino alla trappola
preparata in cima. Là la vecchia e il gatto le assalivano, con soffi e urla, graffi e fischi, insieme a
bordate di letame: un agguato da spavento da cui molti non uscivano neanche. Scossi dal terrore,
saltavano dritti giù per i dirupi, sparendo dalla faccia della terra. Del loro destino, la strega non si
curava affatto, limitandosi ad arraffarne i beni ed a spartirli in banchetto con Balhor.
“Ho ho ho! Hi hi hi! Forza, forza, andiamo! Andiamo a spaventar! Andiamo a sculacciar! Andiamo,
andiamo ad arraffar!!” – riprese a salmodiare la vecchia, sbuffando e gongolando.
Con mossa scaltra, nascose il miele in un buco ai piedi del castagno che usava come ripostiglio, per
poi sigillarne l'entrata con un tappo di guano solido. Quindi, veloce e silenziosa nonostante la sua
mole, s’insinuò tra la vegetazione, cercando il punto migliore per il nuovo assalto. Dietro rimase
soltanto una radura vuota ed un tanfo denso, degno d’una porcilaia.

“E poi, mamma? Poi come finisce questa storia?”
La voce di Lysbeth suonò appena troppo stridula, agitata dallo stesso tremore che le percorreva il
corpo. La madre sospirò, quindi le concesse uno strano e piccolo sorriso. Quasi una scusa.
“Come finiscono tutte le storie di megere, piccola mia...” - rispose in un un sussurro, cercando le
giuste parole - “Un giorno al Valico giunse un paladino. Era alto, forte, impavido. In pugno
stringeva una spada benedetta e la Luce gli marciava al fianco. Si chiamava Sirath Fern e nessuna
strega poteva affrontarlo a viso aperto...”

“Demoni dannati! Questo posto puzza come il culo d’un morto di colera!”
“Perché, l’hai mai annusato?”
A parlare erano stati due mercenari. Uno alto e robusto, con baffoni spioventi e la testa ben rasata.
L’altro, un dwargh tozzo e sfregiato, con muscoli esplosivi ed una feroce barba color fiamma.
Avanzavano spavaldi su per il sentiero, il primo appoggiandosi ad un’alabarda, il secondo reggendo
sulla schiena un’ascia capace di tagliare in due un cavallo. Gunther Hail e Drakken Jod. O Flagello
e Spaccadenti, a seconda dell’umore e delle situazioni.
“Spiritoso” – grugnì Gunther con malanimo – “Ridi pure, resta sempre un letamaio...”
Superò di slancio una pozza di liquami, la superficie umida resa iridescente dagli ultimi raggi del
tramonto. Attorno, le ossicine attaccate ai rami ticchettavano piano nella brezza.
“Sicuro sia il sentiero giusto per Andh?”
“Puoi giurarci su Thurof!” – rispose il compagno con assoluta sicurezza – “I dwargh non sbagliano
mai strada”
“Però raccontano un sacco di gran balle...”
A quel punto Jod si rabbuiò. Le sue sopracciglia divennero un’unica linea minacciosa, lo sguardo
s’illuminò di un’ombra cupa di tempesta.
“Quali balle?” – fu il basso brontolio che gli salì dai visceri.
Flagello proseguì, ignaro od incurante del pericolo, un allegro sorriso stampato sulle labbra,.
“Quali??” – replicò con veemenza – “Demoni dannati! C’è solo da scegliere! A cominciare da
quella gigantesca su San Theodorus e di come saltò in aria con Forte Destino...”
Il dwargh lo interruppe con un pugno secco sulla coscia. D’improvviso sembrava aver perso la
voglia di far polemica o litigare.
“Taci, bue! Ho sentito un rumore”
“Figurarsi! Avrai solo scoreggiato...” – sbuffò il mercenario calvo con una smorfia, posando a terra
l’arma per massaggiarsi il muscolo contratto.
Hishhhhh! Meooowww!!
Il soffio infuriato del gatto di Mor’agh fu tutt’uno con il balzo con cui si gettò all’attacco. Saltò dal
ramo d’una quercia, steso ad arco sopra il sentiero. Scattò come una fiera, puntando alla fronte ed
agli occhi attentissimi di Jod. Un fulmine feroce e nero, un lampo di malizia.
La reazione di Spaccadenti fu altrettanto spaventosa. Senza quasi guardare, alzò di colpo il braccio,
intercettando al volo l’animale. Gli artigli di Balhor scavarono solchi scarlatti sulla sua mano, ma il
dwargh li accolse imperturbabile. Sogghignò. Quindi, con un movimento a mulinello, scagliò il
felino indietro tra la vegetazione. Indietro, alla velocità d’un bolide. Indietro, attraverso gli intrecci
d’un pruno dalle spine lunghe mezzo pollice. Si udì un acuto miagolio, rumore di carne e ramoscelli
lacerati, un tonfo. Poi più nulla.
“Balhor!!! Balhoooor!!! Maledettiiii!! Maledettiiiiiii!!!” – strillò isterica la vecchia, sbucando fuori
dagli alberi in assetto da battaglia.
Il pugno con cui l’accolse Gunther tuonò nel bosco come il battito d’un maglio. Centrò la strega in
pieno mento, sollevandola dal suolo in uno sfarfallio di denti rotti ed arti agitati all’impazzata.
Mor’agh cadde oltre il ciglio del sentiero, là dove il pendio scendeva ripido fino alla valle. Cadde,
rimbalzò e rotolò senza fermarsi. Una frana scomposta di carne, vesti unte, foglie, terra e sassi. Le
sue urla divennero rombo di valanga, per poi spegnersi pian piano.
“Demoni dell’Annwyn! Una dannatissima megera!!” – ansimò Flagello, fissando il punto dove la
vecchia era scomparsa.
La sua voce aveva un’inflessione acuta ed inusuale, segno che lo spavento per l’improvvisa
apparizione non era ancora stato ammortizzato. Il compagno succhiò via il sangue dagli sfregi,
quindi sputò con disprezzo sulla scia dell’animale.
“Se quella era una megera, tu sei un dannato paladino...” – brontolò in tono infastidito.
“Per l’Abisso! Certo che era una megera!” – sbottò Gunther di rimando, voltandosi a studiare l’altro
con un sorriso infame – “Sei invidioso, eh?! Io ho ammazzato la megera e tu soltanto il suo pulcioso
gatto...”
“Era un demone” – lo interruppe Jod con misericordia.
Flagello rise fin quasi a strangolarsi.
“Ecco...ecco...” – balbettò tra singulti e colpi di tosse – “Questa...questa è la più bella...supera anche
la balla di Theodorus!!”
Spaccadenti gli rifilò un pestone da togliere il respiro.
“Era un demone” – ribadì cocciuto, non appena l’altro smise di lamentarsi e bestemmiare – “Nessun
pulcioso gatto può ferire un dwargh!”
Un’affermazione forte. Definitiva. Sembrò zittire perfino la foresta. La notte accorse a riempire il
vuoto e, per breve tempo, i due mercenari condivisero la quiete.
“Una megera e un demone!” – fischiò infine Gunther, dimostrando d’essersi convinto – “Una
megera e un demone! Magari ci faranno paladini...”
Jod scosse appena il capo e scaracchiò. Flagello gli diede una pacca sulla nuca, quindi iniziò
serafico a cantare. E così, sulle amene note di Bertha e le sue zozzissime sorelle, i compari ripresero
il cammino, sparendo nelle ombre della sera.

“Sirath Fern?” – scandì Lysbeth, mordendosi il labbro inferiore.
“Proprio lui. Trafisse Mor’agh dodici volte, al petto, al ventre ed alla gola, lasciandola morire tra i
suoi stessi umori. Solo dopo le mozzò la testa e la portò ad Andh, dove si festeggiò un’intera
settimana la fine della megera, terrore di quei luoghi...”
La storia era finita, restava giusto il tempo per rimboccare le coperte ed un bacio della buonanotte.
Oltre ad un’ultima domanda.
“E il famiglio? Il Leone Bianco ha ucciso anche il demone Balhor?”
Yvonne si strinse nelle spalle.
“Nessuno lo sa per certo. C’è chi dice di sì e chi di no. Per alcuni venne ucciso e ricacciato
nell’Abisso, con la sua padrona. Per altri, invece, fu solo ferito, sfregiato ed accecato dalla spada
sacra. Fuggì dal Valico e si dice che ancor oggi giri orbo per il mondo, furioso ed in cerca di
vendetta...”
Il silenzio successivo fu colmato dal grido gelido del vento. Nelle pause tra le raffiche, i tarli
intessevano complicate danze tra le travi scure del soffitto.
“Ti sei spaventata” – affermò la madre, ben interpretando l’espressione concentrata della piccola.
“Un pochino...” – ammise la figlia con un lieve cenno del capo – “Quel paladino era proprio un
po’ cattivo...”
La mamma sorrise, scompigliandole i capelli. Rughe d’espressione le abbellirono il contorno occhi.
“Stai tranquilla. Qui siamo al sicuro. Nessun Leone Bianco verrà ad acchiapparti, questa notte...”
“E domani?”
“Neanche domani, dopodomani o l’altro giorno ancora. Ora dormi”
Lysbeth non sembrò convinta.
“Posso tenere la candela?”
La risposta suonò appena più rigida, stavolta.
“No. E’ pericoloso. Vuoi dar fuoco all’intera casa?”
Il tono tornò subito ad ammorbidirsi.
“E poi lo sai: una strega non ha nulla da temere dalle tenebre...”
La bimba annuì con esagerata decisione.
“Posso almeno tenere Ombra?” – sussurrò, piegando il capo e sbattendo le ciglia con civetteria.
Come evocato dalle sue parole, un enorme gatto spuntò da sotto il letto, nero come una macchia
d’inchiostro in movimento. Si stiracchiò con calma, quindi saltò sulle coperte, acciambellandosi tra
le gambe della padroncina.
“Certo. Ombra puoi tenerlo. Buon riposo” – concesse Yvonne con un’ultima carezza sulla fronte.
La porta s’aprì e si richiuse. La luce svanì. La tempesta sembrò raddoppiare il suo ululato. Lysbeth
lisciò il morbido pelo del felino, evitando con giudizio i punti duri in cui mancava. Ombra si mise
quasi subito a ronfare: un suono basso e ipnotico, lento e caldo al pari d’una dolce ninna-nanna.
Quietò il vento, addormentò i tarli, accompagnò la bimba in un sonno senza sogni. L’animale restò
sveglio a sorvegliarla ancora un poco, pensando a nulla o forse a chissà cosa.
Forse al latte fresco nella ciotola. Forse al topo sfuggitogli al mattino. Forse al tempo in cui aveva
un altro nome ed al momento in cui aveva perso l’occhio.
Fissava il buio, Balhor, fissava il buio e meditava. L’unica pupilla rimasta viva, aperta come una
finestra spettrale sull’Abisso.




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